IL VANGELO DI TOMMASO E LE SCELTE DELLA CHIESA

di Giovanni Agnoloni

Quando si parla di testi sacri, si entra in un territorio di grande sensibilità, e facilmente – nonché storicamente – soggetto a pericolose manipolazioni.
Sacro è il testo che ti lavora dentro, toccando aree della tua vita interiore (razionale ed emotiva) che sono particolarmente importanti per la tua evoluzione. Non è l’imprimatur di un’autorità clericale a renderlo tale. È però vero che tanti testi “liturgici”, ufficialmente riconosciuti dalle “chiese”, sono di fatto efficacissimi, in questo senso. Tanto che spesso – come nel caso del Vangelo di Giovanni – osserva Igor Sibaldi ne Il Libro del Giovane Giovanni – se ne deve lamentare una traduzione che non rende pienamente giustizia alle valenze del testo originario (nella misura in cui ne ottunde la sacralità, intesa come sopra).

Oggi voglio soffermarmi a parlare del Vangelo di Tommaso, uno dei cosiddetti “vangeli apocrifi”, bollato più volte, anche dai Padri della Chiesa, come “eretico”, perché assorbito nei limiti di un insieme di scuole di pensiero cristiano di natura “esoterica” (cioè “limitate a pochi eletti”): la Gnosi (o Gnosticismo), incentrata sul concetto di salvezza “tramite la conoscenza”. In realtà, come cercherò di dimostrare, i suoi contenuti sono di una trasparenza e di una forza di contatto incredibili con la stessa essenza della spiritualità cristiana quale emergente dai vangeli canonici (quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni).

L’edizione Il Quinto Vangelo – Il Vangelo di Tommaso, con testo copto a fronte, a cura e per la traduzione di Mario Pincherle (Macro Edizioni, 2001), ha il merito di sottolineare come il Vangelo di Tommaso – frutto di un ritrovamento archeologico del 1945 in Egitto, non lontano da Luxor – sia prima di tutto assolutamente degno di fede sul piano storico, e in secondo luogo cronologicamente anteriore ai quattro vangeli canonici. Il testo risalirebbe alla metà del I secolo d.C., e la lingua in cui è scritto è il copto, una versione egizia del greco antico, e contiene tutta una serie di parole di Gesù rivolte a (e trascritte da) Tommaso, suo discepolo particolarmente sensibile, altrove chiamato Giuda o anche Didimo (“Gemello”).

A mio avviso tutto questo non è legittimamente etichettabile come espressione di una scuola di pensiero per “pochi prescelti” (ovvero, come si diceva, “esoterica” – anche se i detti in questione sarebbero stati rivelati da Gesù specificamente al suo “prediletto”, Tommaso, in virtù della sua specialissima ricettività). La sua lettura rivela anzi come sia aperto alla comprensione intuitiva di chiunque desideri coglierne i (o lasciarsi cogliere dai suoi) significati. Che sono semplici e immediati, ma allo stesso tempo di una profondità abissale, e tali da creare un ponte di autentica e vibrante connessione con alcune delle più grandi tradizioni spirituali del pianeta, insieme al cristianesimo, come ad esempio il buddhismo.

Questo potenziale sacro, in un’epoca, quella contemporanea, in cui molti grandi studiosi si sono spesi nel dichiarare e argomentare appunto la “fine del sacro”, è qui – come peraltro in tanta parte degli stessi vangeli canonici – assolutamente integro. Si tratta di messaggi che scendono dritti nel profondo del Cuore: nel Sé, dove si annida il Divino-in-noi, ovvero nella radice dell’identità dell’essere umano. Tommaso raccoglie e ritrasmette questa ricchezza, creando così un patchwork di autentici lampi d’illuminazione, che scardinano le maschere e le barriere della razionalità per creare un ponte di immediata comunicazione con la radice intuitiva e sapienziale dell’animo umano. Tema fondamentale, il ritorno all’Unità, il superamento del dualismo, della separazione, che nasce dal fraintendimento della presenza di Dio (Padre e Madre) dentro di noi e in tutto ciò che esiste.

Dal detto 22:

“Quando farete di due cose una unità
e farete l’interno uguale all’esterno
e l’esterno uguale all’interno
e il superiore uguale all’inferiore,
quando ridurrete il maschio e la femmina
ad un unico essere
così che il maschio non sia solo maschio
e la femmina non resti solo femmina,
quando considerate DUE occhi
come unità di occhio
ma una mano come unità di mano
e un piede come unità di piede,
una funzione vitale in luogo di una funzione vitale
allora troverete l’entrata del Regno.”

Qui vediamo anche il richiamo alla sintesi di maschile e femminile, che non sono solo i due principi alla base della vita, ma alludono ai due lati (razionale e intuitivo) della mente umana, che devono arrivare a coesistere perfettamente per generare salute, equilibrio e realizzazione spirituale.

Dal detto 29:

“Se la carne si forma dallo Spirito
è una meraviglia
ma se lo Spirito nasce dalla carne
è la meraviglia delle meraviglie.”

E dal detto 112:

“Guai alla carne
che è schiava dell’anima,
guai all’anima
che è schiava della carne!”

Qui e altrove Gesù sottolinea la pari importanza della carne e dello spirito, perché ci siamo incarnati proprio per vivere in questa dimensione materiale, anche se siamo solo “di passaggio” (dal detto 42), e dunque allo Spirito tendiamo sempre.

E poi (dal detto 50):

“Noi siamo usciti dalla luce,
di là dove la luce si forma
uscendo dall’Uno stesso.
Essa si espande e si manifesta, vivente, negli Archetipi.”

da brunoelpis.it

E dunque ci riconduciamo a quell’affascinante universo che sono gli archetipi dell’inconscio collettivo della psicologia junghiana, che ognuno di noi visualizza attraverso le immagini del suo mondo interiore, ma che nel loro insieme sembrano alludere a una comunione emotiva e spirituale che attraversa tutto il genere umano, ed è come un orizzonte di Idee platoniche, a cui tendiamo per e nel prendere consapevolezza di ciò che veramente siamo, nel profondo, nel Sé. Qui si aprono paesaggi sconfinati, e il Figlio dell’Uomo si rivela in noi, e noi scopriamo di essere già (in) Lui. Si veda il detto 108:

“Colui che beve alla mia bocca
diventa come Me
e Io divento Lui
e ciò che è nascosto gli è rivelato”

E ancora il detto 111:

“Se uno trova se stesso
il cosmo è nulla di fronte a lui!”

A quel punto, il canale di comunicazione/connessione con l’Universo è spalancato, e allora (v. detto 77)

“Tagliate del legno: io sono lì.
Sollevate una pietra,
mi troverete lì.”

e (v. detto 113)

“…il Regno del Padre
è già sulla terra
e gli uomini non lo vedono!”

Altro tema importante: la preghiera non si qualifica tanto come formula recitata, o comunque come successione di parole, ma come attitudine contemplativo-ricettiva rispetto all’energia-spirito compresente a tutto ciò che esiste. Ex-sistere, “uscire fuori da sé”, vuol dire infatti estrinsecare nel mondo l’essere che siamo. E in quell’È senza attributi sta la pienezza del Divino, che alberga in quella dimensione senza spazio e senza tempo che è ovunque e in ogni momento. Lo leggiamo a pagina 103 del testo in cui Tommaso si presenta e racconta altre cose rivelategli da Gesù (nel libro della Macro Edizioni, questo rientra nella parte finale, intitolata Commento):

“[pregate] tacendo e ascoltando la voce del Silenzio che parla dentro di voi, il Pensiero Vivente, vera preghiera, che crea e non ripete, che entra in voi ed è pura. Ciò che entra non vi contamina, ma ciò che esce vi sporca.”

Tutto, dunque, è o può rivelarsi fonte di preghiera (ovvero di ispirazione nel senso più alto del termine), purché sia tolta l’eccedenza di Ego (lo sporco che esce) e ci si riconduca/semplifichi al Sé, che ascolta/riceve e, immediatamente, fa, perché è puro riflesso e tramite di un Pensiero vivente (e fattivo) che è l’È divino (nient’altro che il Verbo che “in principio era”, secondo il celeberrimo incipit del Vangelo di Giovanni).
Così, non si esclude certo il valore dell’individualità, anzi! Perché il (Pensiero) Divino si manifesta diversamente ad ognuno, attraverso il prisma del suo Io superiore, quella sorta di membrana trasparente ma non “insapore” (e tanto meno “egoica” o “egoistica”!), fatta di intelligenza, emotività e “carattere”, che è la parte più alta di ogni individuo, aperta a e continuamente nutrita dal Sé, l’identità nuda, che è appunto la scintilla divina e il luogo in cui ciascuno di noi è Cristo e Lui è noi. E quel Pensiero è Amore puro non può ingannare. Non può far male.

Perché posso dirlo? Perché, personalmente, non “credevo”, in quanto volevo dimostrare. E prima ancora ero stato un bigotto dogmatico-razionale (sia pur tormentato e insoddisfatto). Quando ho visto/sentito, ho trovato (quasi) senza cercare. La risposta mi è venuta incontro nel silenzio, ancor prima che formulassi tante domande. Allora non si poneva più l’alternativa credere/non credere, perché era decisamente superata dalla rivelazione di fondo: l’È, ovvero quel territorio – o anche quella camera, come leggiamo nel Vangelo di Matteo (6, 6): “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” –, in cui Dio, la Fonte di tutto ciò che “esiste”, si rivela appieno nel suo essere, ed è noi mentre noi siamo Lui.

Queste sensazioni peraltro, nel tempo le ho provate sempre più spesso anche in preghiere “verbali” che mi veniva spontaneo recitare – o, più esattamente, dovrei dire percorrere o sperimentare – mentalmente, dentro di me. In cui, come nei detti del Vangelo di Tommaso o nei punti più intensamente illuminanti dei vangeli canonici, all’improvviso una parola o una frase mi toccava, suggerendomi una risposta/reazione utile a una comprensione intuitiva. Questo fenomeno è andato di pari passo con lo sviluppo di una sensibilità olistico-naturalistica, che è passata non soltanto per le terapie di cui ho già avuto modo di parlare, ma anche attraverso altre esperienze, sia pur collegate a queste (poiché, come evidenzia lo stesso Vangelo di Tommaso, tutto è collegato a tutto): i sogni, lo stesso lavoro artistico, e in definitiva ogni “banale” attimo della vita (che ne so, fare la spesa, prendere un treno o cose simili).

Quando penso a tutto questo mi è assolutamente chiaro il primo messaggio della Vergine di Medjugorje (normalmente interpretato nel senso di dire “solo noi cattolici abbiamo ragione”, ma a mio avviso frainteso in pieno): “Esiste un’unica vera fede”, la spiritualità che attraversa tutte le religioni, tutti i culti, anche se (motivo per cui sono cristiano e non buddhista o altro) la divinità del Sé e l’incontro-riscatto dell’individuo nella sua fratellanza-identità con un Dio-fatto-Uomo si trova solo nel cristianesimo. In altre parole, ritengo sia giunto il momento di andare oltre l’ipocrisia di tanto cristianesimo esteriore e non sentito (detesto certe messe cantate che si vedono in TV, con mielosi cori belanti di facce fintamente “ispirate”), ma anche oltre la confusione ella fuga in un ateismo “di rigetto” (cosa che ho vissuto anch’io, per carità) o di un vagabondare tra filosofie e culti in cui tanti si rifugiano con animo in fondo non diverso da quello di chi va dalla prima fattucchiera vista su una TV locale.

Tanta responsabilità, in questo, ce l’ha una Chiesa colpevole di abusi ed errori/orrori, che io per primo desidererei poter vedere riformata nella povertà e nell’amore, senza più compromessi col male, collusioni massoniche e vergognose complicità e attiguità con attività criminali. Ma ricordo sempre che, quando nel Credo dico “credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”, non sto (almeno in cuor mio) dicendo che credo nella Chiesa del papa qualunque cosa faccia, ma credo in quello che dovrebbe essere. Penso che la lettura del Vangelo di Tommaso evidenzi che proprio in ciò che la Chiesa professa nelle sue liturgie (si vedano le evidenziate attinenze coi vangeli canonici) ci sia lo stesso fondamento di quel cristianesimo “alla Didimo”, per tanti secoli ingiustamente bollato come esoterico ed eretico. E che dunque ci possa essere (e in parte già ci sia, nei fatti, in tanti luoghi in cui operano religiosi e laici con la coscienza limpida) una Chiesa “una” come tutto ciò che esiste, “santa” come sono sacri i testi sacri, “cattolica” nel senso greco del termine, cioè “universale”, e quindi (vedi la lezione teologica di Giovanni Paolo II) aperta al confronto interreligioso, e “apostolica”, perciò costantemente propensa a diffondere (leggi: a “incuriosire verso”) un messaggio che poi ognuno di noi raccoglierà, se vorrà, al momento opportuno. Perché una di quelle caratteristiche di quel Cristo che parlava a Tommaso è che sceglie Lui quando risvegliarsi in ognuno di noi. Magari mentre saliamo sul tram o prendiamo il sole in spiaggia.

14 Comments

  1. Andrea 17/08/2012
  2. Giovanni Agnoloni 17/08/2012
  3. Raffaele 23/10/2012
  4. Giovanni Agnoloni 23/10/2012
  5. Luca Moreno 23/10/2012
  6. Giovanni Agnoloni 23/10/2012
  7. Luca Moreno 24/10/2012
  8. Giovanni Agnoloni 24/10/2012
  9. Ciao, Giovanni! Oltre a gioire del tuo articolo, vorrei fare una precisazione su termine" esoterico". 22/11/2012
  10. Giovanni Agnoloni 22/11/2012
  11. Giovanni Agnoloni 23/11/2012
  12. Guja Piazzesi 09/10/2015

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