IN ARGENTINA DONNE UCCISE PER EMULAZIONE

di Claudia Boddi

Lunedì 30 aprile 2012 di spalla su La Repubblica, ho letto una storia che mi ha subito colpito, sia per l’argomento trattato che per le riflessioni di merito che mi ha suscitato. L’articolo raccontava di una moda diffusasi negli ultimi due anni in Argentina, secondo la quale le donne vengono arse vive per spirito di emulazione rispetto a un certo Eduardo Vazquez, batterista dei Callejeros – gruppo rock di Buenos Aires particolarmente in voga nei primi anni 2000 -.

Il 10 febbraio 2010, il musicista brucia la sua fidanzata poco più che ventenne durante una lite domestica davanti ai due figli di lei, nascosti  in uno sgabuzzino per salvarsi. Da questa terribile azione delinquenziale prende le mosse una serie di altri omicidi isolati – che nessuno inizialmente collega tra loro – di donne bruciate vive, soprattutto all’interno delle abitazioni dove vivono, dai loro compagni, mariti o ex- fidanzati, con lo stesso metodo usato dal cantante/batterista. Un rosario di delitti che si snoda grano dopo grano secondo il medesimo copione il quale, il più delle volte, termina con lo scagionamento del reo perché la responsabilità della propria morte viene inspiegabilmente attribuita alla vittima. Il fuoco – elemento che ci riporta a un senso primordiale della vita – diventa così la quarta causa di morte violenta in Argentina, preceduta da proiettili, che si trovano al primo posto, pugnali, coltello e percosse, che lo precedono solo di pochi passi.

Giovani donne di età compresa tra i 17 e i 23 anni, spesso in stato interessante, sono morte a raffica negli ultimi ventiquattro mesi, in particolare il mercoledì mattina dopo le 11 – da quanto riportano le statistiche -, incendiate nelle loro cucine, in maniera brutale, nelle trappole di roghi predisposti da chi diceva di amarle. Finalmente, in seguito alle numerose denunce (Corina, che si è salvata per caso, aveva segnalato il compagno alle autorità preposte, 80 volte) iniziano i processi e vengono espresse condanne irrisorie: sei anni è l’esito dell’ultimo procedimento condotto per un caso di violenza perpetrata per anni ai danni di una donna, che ha riportato numerose mutilazioni corporali.

Mentre in Italia nell’ultimo periodo hanno imperversato storie di malamore che si traduce in morte, di donne che scambiano il possesso e l’esercizio del potere maschile con il sentimento della condivisione e del rispetto, rimanendo vittime di una delle forme più vigliacche di violenza, la storia argentina ci parla anche di qualcos’altro. Di come si possa uccidere per imitazione, per assomigliare a qualcun altro; di quanto possa essere inebriante la folle sensazione di sentirsi, per qualche secondo, un eroe perché si è fatta la stessa cosa, compiuta da qualcuno che si considera tale.

Che lo sdegno per storie come queste non si assopisca mai. Che il rumore e la mobilitazione, nazionale e internazionale, intorno al problema della violenza alle donne rimangano forti e diventino assordanti. Che la guardia sia sempre alta per far sì che anche questo – come altri reati –  non passi sottesamente come parte della nostra cultura e in quanto tale venga accettato e normalizzato.

Come ci ricorda e ci suggerisce su questo blog anche Valentina Castelli con il post Chi dice donna dice danno: proverbi e stereotipi

2 Comments

  1. Giovanni Agnoloni 03/05/2012
  2. CLAUDIA 04/05/2012

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