IN VIAGGIO CON LA VESPA 3: IN NEPAL

Prosegue l’itinerario nel mondo in viaggio con la Vespa di Giorgio Càeran. Ecco la terza puntata: dopo l’Afghanistan, il Nepal.

di Giorgio Càeran

Da Giramondo libero – In viaggio con la Vespa o con lo zaino (Giorgio Nada Editore)

(aprile 1978; parte di un viaggio iniziato il 21 agosto 1977 e finito il 20 luglio 1978):

In Asia, a scanso di sorprese, è sconsigliabile chiedere informazioni ai nativi: o non si riceve risposta, o sei volte su dieci l’indicazione è sbagliata. Ciò provoca, oltre alla perdita di tempo, perplessità e irrequietezza.

Scopro qualcosa di veramente buono da mangiare in un piccolo ristorante. Nelle botteghe fra i vari sitar, le chitarre, i flauti e le percussioni, noto altri strumenti musicali dalla forma piuttosto strana. Le statuine che riproducono l’immagine di Buddha sono assai diffuse. Nell’aria si sentono gli stessi profumi che si respirano in India, come se ovunque si bruciasse incenso per prepararsi a un’ora di meditazione. I vigili assomigliano a burattini con i pantaloni corti, hanno calzettoni di lana, gli scarponi e un’andatura giuliva.

Porto la Vespa da un fabbro (km 7) perché il serbatoio ausiliare, forse a causa degli scossoni su certe strade, perde benzina nel punto di congiunzione delle saldature: proprio alla base! Tutti si rifiutano di mettervi mano, temendo (giustamente) una possibile esplosione al contatto con la fiamma. Il fatto che il contenitore sia senza carburante non significa che tale lavoro sia meno rischioso, al contrario potrebbe addirittura essere maggiore. Riesco tuttavia a convincere un tale, benché abbia un caratterino non docile, il quale però mi pone una condizione irreversibile, e in altre parole che io stia accanto a lui durante la saldatura… così, eventualmente, non sarebbe l’unico a saltare in aria: prendere o lasciare, perché in fin dei conti non c’è nessun altro che accetti un compito così pericoloso. Acconsento. Per prima cosa si deve togliere il serbatoio vuoto, poi si devono risaldare interamente le congiunzioni e infine saldare di nuovo l’insieme dietro lo scudo frontale del vespone. Potrò così ancora disporre di sedici litri di carburante come scorta. Il lavoro mi costa ben 127 rupie nepalesi.

Una riflessione: so che quindici ore di volo, più o meno, collegano Roma a Kathmandu, ma quello non è il genere di viaggio che adesso desidero fare, come in questo momento non fa per me portare a tracolla cineprese e macchine fotografiche andando a zonzo per la città. Oggi non fa per me nemmeno soffermarmi a visitare questa o quella struttura tanto reclamizzata, o scegliere cartoline e souvenir. Voglio essere turista il meno possibile. Anziché fotografare i capolavori dell’arte orientale, preferisco contemplarli limitandomi a “fotografarli mentalmente” e ancora di più preferisco, come sempre del resto, conoscere il più possibile la gente del luogo.

Lunedì 8 maggio

Stanotte, senza alcun preavviso, si mette a piovere di buona lena. Nell’oscurità si sente una nenia cantata da voci infantili cui un’intonazione di donna ogni tanto dà il “la”.

Di notte il silenzio, di giorno una gran confusione. Alcune viuzze di questa mistica e sonnolenta capitale sono sudicie e fangose. Ma non importa, perché è tutto ugualmente bello nella sua impronta così irreale.

Visito un ristorante italiano, ed è la prima volta che faccio una cosa del genere. Il menù è sì all’italiana, ma rifatto all’orientale: è una delusione che mi convince, ancora di più, a evitare in futuro altre esperienze nei locali “made in Italy”. A ogni buon conto, di norma non mangio mai due volte nello stesso ambiente, mi piace cambiare in continuazione per vedere facce nuove.

Vedo turisti noleggiare biciclette; giovani nepalesi che incitano noi occidentali a odorare grosse quantità di hashish scuro, marijuana e oppio; bonzi drappeggiati nella toga color arancio e granata; asceti fedeli di Siva (sadhus) che sembrano astratti dal resto del mondo, con il volto coperto di cenere e un segno rosso dipinto sulla fronte, altri tinti di bianco; vecchi saggi che meditano nella posizione del loto; suonatori di flauto ai margini delle vie; giocolieri con elefanti nelle piazze; uomini che masticano foglie; tessuti stesi per terra con esposizione di prodotti artigianali e chincaglierie; decine di botteghe profumate d’incenso; maiali, anatre, polli, cani, scimmie, vacche; un’infinità di tassì-biciclette… Questa è Kathmandu (o Katmandù, scrivendo come si pronuncia), dove convivono induisti e buddisti, che credono nella reincarnazione. Più di duemilacinquecento fra stupa e templi testimoniano la viva spiritualità del popolo nepalese nel suo maggior centro di raccolta. La mia simpatia verso i buddisti aumenta sempre più, perché è impossibile non subirne il fascino.

Il Machhendra Nath Temple (da explorehimalaya.com)

Ammiro di sera quel fantastico tempio che risponde al nome di “Machhendra Nath Temple”: il basamento è bianco, i doppi tetti a pagoda, l’intera facciata anteriore e le statuette che la incorniciano sono di bronzo. L’illuminazione delle lampade dà un aspetto irreale. Mi era stato assicurato che al tempio ci sarebbe stato uno spettacolo sensazionale, ma è forse un errore d’interpretazione: lo spettacolo è il tempio in se stesso. C’è qualche monaco che fuma hashish attraverso un cylom (o shilom, come scriver si voglia) e qualcun altro che canta gli inni sacri per conto proprio. E poi, per la capigliatura fluente, si notano fra gli altri pochi “freak”, ai quali mi aggrego. Tutto è così avvolto in una nube surreale.

 

 


Il nuovo Blog di Giorgio Càeran il cui titolo è omonimo al libro “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto” lo trovate a questo indirizzo –> https://caeran-libro-da552pagine.blogspot.com/

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