di Giorgio Càeran
(dal libro Giramondo libero – In viaggio con la Vespa o con lo zaino, Giorgio Nada Editore)
Una delle molle interiori che fa scattare l’inesauribile desiderio di partire, di conoscere nuovi mondi e nuovi popoli, è la voglia di staccarsi da tutto ciò che nasce dalla rigida routine d’ogni giorno. È la ferma volontà di lasciare la massa della gente – spesso mediocre e ipocrita – che troppe volte isola e raramente unisce, per riflettere tranquilli in una solitudine cercata e voluta. C’è pure la profonda convinzione che una volta tanto si possa abbandonare un posto di lavoro sicuro, per cercare le risposte ai nostri intimi “perché?”, che formuliamo osservando certe dure leggi della vita senza comprenderle e anche, perché no, per scrollarsi di dosso i consigli dei conservatori benpensanti: “frenati, attendi, pazienta, rassegnati ad accettare il tuo posto nella società, non tentare di modificare il corso del destino, non lasciare la vecchia via per la nuova”. Certo, regole d’oro, ma di tanto in tanto evadere dalla realtà d’ogni giorno diventa una necessità insopprimibile.
C’è pure il rifiuto delle regole codificate dal timbro di un cartellino, in un sistema di vita alienante che invecchia anzitempo quando, iniziando a lavorare, si passa dal mondo dei ragazzi a quello degli adulti. Prima che avvenga questo cambiamento c’è lo stimolo a vivere la vita in modo diverso. Ci s’infuria con se stessi, poi, se ci si limita soltanto a stagnare nell’oblio e a sognare ciò che pare irrealizzabile senza osare tradurlo in realtà, sapendo che spesso usiamo l’aggettivo “irrealizzabile” semplicemente per comodo. Ci si ribella a un mondo che si vede così spesso inquadrato e bigotto, che nulla concede a nuove aperture di pensiero, intento a sorreggere miti di cartapesta; si rifiutano a un certo punto i condizionamenti e i falsi valori appresi nell’adolescenza. Si vorrebbe rivoltare il mondo per cancellare l’emarginazione, la mancanza di comprensione… il fatto di non essere accettati per ciò che si è. Si cerca caparbiamente una rivincita, a volte, contro il passato che, triste, ha dato poco.
Prima pensavo che il bisogno di evadere fosse qualcosa che si agita nel sangue quando si è giovani, ma mi sbagliavo: questo desiderio, se è solido, resta dentro e cresce con noi nel tempo e si realizza finché le forze fisiche e mentali lo consentono. Sì, l’avventura è in primis una questione psichica: quanto la vogliamo e quanto l’amiamo? Quanti sacrifici siamo disposti a fare per goderne i piaceri? Quanto è viva la nostra pervicacia nel superare gli imprevisti, che qualche volta possono diventare brutti e fastidiosi? Quanto tempo lasceremo passare dopo la fine di un viaggio, senza essere tentati di nuovo dal desiderio di ripartire verso altri luoghi? L’amore per l’avventura non è questione d’età, ma di eventuali richiami per altre scoperte: si può cercarla e viverne intensamente a vent’anni come a trenta, a quaranta e oltre ancora. Tutto dipende dalla condizione psicologica con cui si affrontano le esperienze che si presentano.
È inutile nascondere il desiderio, mai spento, di riprendere ogni volta il mio vagabondaggio. Per me fare il giramondo è senza dubbio meglio che rimanere soltanto un lavoratore. Il globo è una grande scuola di vita, le fabbriche e gli uffici no davvero. Si lavora per guadagnare, e poi? Necessita sfruttare questo fattore essenziale e convertirlo in una cura didattico-ricreativa. Questo mezzo di sopravvivenza che la società – ossia noi – ci mette a disposizione, non deve arrivare ad annullarci come individui. C’è da scegliere: se assecondare e difendere la propria personalità, o farsi schiacciare dalla frenesia del consumismo. Giungere a sessant’anni, voltarmi indietro e vederne quaranta di lavoro e nulla più, non fa per me. Ovviamente ciascuno di noi appartiene a una comunità e uscirne può essere più doloroso di quanto si possa prevedere. Vita di gruppo e isolamento: è il rovescio della medaglia. La solitudine, la mancanza di veri amici con i quali dividere felicità e angosce, la mancanza del calore della propria donna, spingono a volte l’uomo sull’orlo della rinuncia alla vita. Si è tentati di chiudersi in se stessi e di disprezzare il mondo. È necessario invece reagire alla mancanza di calore umano; è bene immaginare l’avventura che si sta vivendo come una parentesi straordinaria e incancellabile.
Si vive in una società altamente tecnologica, dove perfino le evasioni dal meccanismo quotidiano sono monopolizzate dall’alto. Siamo sommersi dalle campagne martellanti a favore della libertà; però quando un cittadino stacca dalle proprie spalle la sigla di “ape operaia”, quando s’identifica nella libertà tanto propagandata… allora è bandito dall’ingranaggio del sistema, nel quale il denaro differenzia le persone. Ed ecco che le pecore si trasformano in lupi, pronti a sbranare il perturbatore della quiete pubblica.
Quando mi sento libero, mi sento partecipe della vita: non un robot con il cervello disseccato, privo di qualsiasi capacità di provare emozioni. Lo so che la libertà autentica è un’utopia, ma un poco in essa devo pur credere, perché c’è una possibilità di essere libero. È giusto pensare al proprio benessere, ma ancor più giusto è sperimentare ogni tanto una vita colma di fascino e d’imprevisti.
Ci vengono inculcati tanti falsi valori quali “valori reali”, perciò spesso finiamo, a torto, di credere che la felicità sia il materialismo o la vincita al lotto. Poi però qualcosa dentro di noi dice NO, non è vero! La verità non può essere questa, c’è altro da cercare e da scoprire. Ma vivere sognando a occhi aperti è inutile: bisogna cercare di realizzare ciò che si desidera se veramente lo si desidera… affinché si eviti che la luna diventi un sogno per chi, in realtà, non ha sogni. È per ciò che ogni tanto c’è chi s’imbarca su una zattera o su uno scooter e parte: solo alla ricerca, in fondo, di qualche particella di verità.
Si sostiene che per fare un raid extra-europeo occorra una forte somma di denaro, ma non sono d’accordo: si può spendere pochissimo, oppure tantissimo, è questione di scelta, a seconda delle esigenze personali. Se ci si adatta a dormire all’addiaccio e a mangiare nelle bettole (cose da me sperimentate in moltissime occasioni), la cifra può abbassarsi notevolmente. Saper viaggiare in economia è un’astuzia che si apprende con il tempo. Io, lo confesso, i soldi per i vari viaggi non li avevo avuti dalla mamma, ma li avevo risparmiati un po’ per volta. L’organizzazione me la facevo da solo e per sfruttare tutto il tempo necessario lasciavo il posto di lavoro, nella speranza di trovarne un altro al mio ritorno. Nei viaggi che ho fatto ho sempre usato soldi miei, senza ricorrere agli sponsor (Piaggio compresa), ci tengo a chiarirlo. Ricordo che per andare a Capo Nord mi licenziai, dopo sei anni di lavoro in una ditta grafica. La stessa cosa è avvenuta alla vigilia del raid in Vespa verso l’India, mentre per compiere i viaggi in Africa e in Sud America mi sono avvalso di permessi non retribuiti: occorre soltanto un pizzico di coraggio; poi, con la buona volontà, tutto è possibile. Sarà ingenuo e romantico questo mio concetto, ma è l’unico – indispensabile – per abbracciare veramente l’avventura e per sentirsi davvero liberi da ogni costrizione, sia mentale sia materiale. Personalmente, mi serve più coraggio a recarmi al lavoro cinque o sei giorni la settimana come un automa, che viaggiare su e giù per il globo come ho fatto.
Un viaggio motociclistico non è un tentativo di afferrare la luna dal pozzo, ma è alla portata di tutti. Non ho cercato di coprire velocemente più chilometri possibili, ma badando soprattutto a vivere un’esperienza appassionante. È necessario solamente non dimenticare mai che nessun viaggio del genere va fatto alla leggera. Oramai non è più possibile definire un raid “eccezionale”, quindi considero i miei viaggi esperienze che mi hanno dato molto, che mi sono state assai utili e nient’altro. Ho potuto constatare che quelle prove così difficili sono servite a migliorare un po’ il mio carattere, a rafforzarmi, a farmi formulare poi, a posteriori, un giudizio più riconciliato con la vita.
Il nuovo Blog di Giorgio Càeran il cui titolo è omonimo al libro “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto” lo trovate a questo indirizzo –> https://caeran-libro-da552pagine.blogspot.com/


