INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA NELLA SPAGNA DELLA CRISI

di Alberto Giusti

Era iniziata l’11 settembre, nelle strade di Barcellona, per la festa della Diada: oltre un milione e mezzo di persone che chiedono l’indipendenza della Catalogna. Ma la vera svolta è di pochi giorni fa: il presidente della Generalitat de Catalunya, Artur Mas, ha infatti convocato le elezioni anticipate per il 25 novembre, e ha annunciato che si terrà un referendum per la secessione della Catalogna, che il governo centrale sia d’accordo o no.

La bandiera della Catalogna (crystalsail.net)

L’accelerazione dalla piazza all’istituzione è data in primo luogo dai temporeggiamenti del premier spagnolo, Mariano Rajoy, alle prese in questi giorni con dure manifestazioni contro le politiche di austerity applicate dal governo conservatore. La Catalogna infatti avrebbe chiesto, per pagare il proprio debito pubblico regionale di 44 miliardi di euro (il 22% del suo Pil), un prestito di 5 miliardi allo Stato, al quale comunque versa ben 16 miliardi di tasse addizionali rispetto a quanto riceve come finanziamenti centrali. Una richiesta ritenuta dunque sacrosanta dai catalani e dal loro presidente Mas, del partito nazionalista di centro “Convergenza e Unione” (CiU), che di fronte ai dinieghi e ai rinvii di Rajoy ha deciso di giocare il tutto per tutto: elezioni anticipate e referendum secessionista.

Attenzione a non confondere i fermenti catalani con certe vicende di casa nostra: la Catalogna, seppur l’analogia si presti essendo la regione spagnola più sviluppata, è una vera e propria nazione, con una propria lingua insegnata nelle scuole, e regione autonoma fin dalla Repubblica Spagnola del 1931. Soppressa dal regime franchista, è tornata ad esserlo nel 1975, diventando una Comunità Autonoma all’interno del regionalismo spagnolo, detto a “geometria variabile” perché alcune comunità, facendo valere le proprie radici culturali e attraverso determinate procedure, possono ottenere funzioni e poteri che altre non hanno. E la Catalogna, insieme ai Paesi Baschi, è la regione spagnola che maggiormente ha fatto valere questa tipicità costituzionale spagnola.

E così, di fronte alle difficoltà della Spagna, i catalani, forti del loro maggiore grado di sviluppo, della loro maggiore ricchezza e del rifiuto di Rajoy di concedere l’autonomia fiscale alla comunità autonoma, stanno pensando che i tempi siano maturi per il passo più importante. E il primo a pensarlo, o sicuramente a darlo a vedere, è il presidente Artur Mas, che gioca il suo “all-in” cercando di riscuotere alle urne, il 25 novembre, tutto il fermento popolare indipendentista per arrivare di fronte al premier spagnolo con un mandato popolare inderogabile, per ottenere finalmente l’autonomia fiscale. Altrimenti, l’ultima ratio: il referendum. E anche se per la Costituzione spagnola questo può essere convocato soltanto dall’amministrazione centrale, e non regionale, la minaccia di utilizzarlo lo stesso c’è stata ed è un formidabile randello politico nelle mani di Artur Mas.

Ma quale futuro attenderebbe una Catalogna indipendente e una Spagna monca? Lo slogan che risuonava l’11 settembre a Barcellona era “Catalogna Stato d’Europa”, e in effetti sarebbe difficile immaginare la nuova entità sovrana fuori dall’Unione. Ma nel mondo globalizzato, essere uno stato sovrano conta sempre meno. La sovranità stessa si perde, in mezzo alle transazioni della finanza internazionale. Una nuova entità statale di 7,5 milioni di abitanti, pur ricca e sviluppata, si troverebbe ad affrontare i costi dell’indipendenza, con lo sviluppo di un apparato estero, di un sistema di difesa militare, e la nazionalizzazione della parte di pubblica amministrazione attualmente centralizzata, con una crescita della spesa che potrebbe dipingere di tinte fosche il sogno indipendentista catalano. Dall’altra parte, la Spagna perderebbe il suo gioiello e il 25% del proprio Pil nazionale, sprofondando definitivamente in una crisi dalla quale sarebbe difficile risollevarsi, alle prese con le altre autonomie sicuramente in rivolta dopo un successo catalano, e senza più credibilità sul piano internazionale, sia economico che politico. E una Spagna che cade nel baratro trascina con sé tutta l’Europa. Sarà meglio che Mariano Rajoy faccia adeguatamente i suoi conti, e confidiamo che Artur Mas non decida unicamente “a furor di popolo”. Il passo dal sogno all’incubo non è mai stato così breve.

2 Comments

  1. Paolo T. 28/09/2012
  2. Alberto 28/09/2012

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