“IO, TROTULA”, DI DORA MEMOLI APICELLA: STORIA DI UNA DONNA MEDICO

di Mariantonietta Sorrentino

Eremi e piazze, vicoli e palazzi, e poi saracene, bizantini e longobardi, in un romanzo appena uscito per i tipi della Marlin di Cava dè Tirreni, ma dal sapore di saggio dove c’è tutto il melting pot alle radici della Salerno odierna. “Io, Trotula” di Dora Memoli Apicella garantisce un’entrata trionfale nella città che percorreva l’Alto Medioevo, entrata assicurata proprio da Trotula de Ruggiero, abile medico e prima tra le mulieres salernitanae che univano la pratica sanitaria ad un’accurata preparazione sulla proprietà delle erbe medicamentose.

foto salernomagazine.it

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Messa per troppo tempo in ombra, il libro offre su un piatto d’argento il dovuto alla Trotula che frequenta la Reggia Normanna del Guiscardo, quel Palazzo Terracina magnifico e sito su un’altura, per marcare la sua presenza accanto alla cattedrale, voluta per sancire l’accordo faticosamente raggiunto con il potere religioso. Già nel 1257 l’inexpugnabile castrum, il merveilous palaiz, aveva visto il suo declino. Ma la Salerno de “Io, Trotula” possiede intatto l’appeal della Hippocratica civitas, della città strategicamente rilevante che non sfuggì né ai bizantini né ai normanni e tanto meno ai longobardi, la Salerno della reggia arechiana quando confluivano sul suo mercato i prodotti delle fertili terre, vanto del Principato Citeriore, dai vasti agri di Nocera-Sarno e del Tusciano per intenderci.

Una città medioevale che esportava soprattutto in Sicilia e nei paesi dell’Africa mediterranea. E già questi pochi dati bastano a trasportarci nell’età di mezzo, entrata di peso nell immaginario collettivo contemporaneo, evocando sfide, balestre e duelli con tutto il loro “allure”.

Il ritratto di Salerno e di Trotula che viene fuori dalla lettura convince e finanche entusiasma per il nitore di una figura storica che diventa romanzo ben miscelato da dati. E, combinando sapientemente verità e finzione, indizi documentali e immaginazione, l’Autrice narra la vicenda di una donna medico, nel cui sangue confluisce sia il mondo longobardo sia il normanno e finanche il greco.

Trotula de Ruggiero, alias la punta di diamante della Scuola medica salernitana (sec. XI). Ad aprire le danze, per dir così, è l’incontro con quell’Edoardo il Confessore, futuro re d’Inghilterra: esso è la chiave di volta del racconto. Quello di Trotula è un amore grande quanto folgorante, che infiamma il cuore di lei ancora adolescente e si suggella per sempre nella sua anima. Purtroppo un amore impossibile per la ragion di stato, marchiato già sul nascere dall’addio. Così la nostra protagonista, ispirata da quell’amore, si fa medico sempre più accanto alle donne, alle loro patologie e finanche nella cura del corpo e della pelle. Ricercata dal popolo quanto dai potenti, Trotula percorre in lungo e in largo uan città multietnica, governata prima da Arechi II poi da Guaimario IV. Sposa del medico Giovanni Plateario, spende la sua vita a lenire i dolori di tanti. È attiva anche nell’assedio della Salerno longobarda quando Roberto ne insidia le mura e il potere fino alla vittoria. Amica della principessa Sichelgaita, moglie del Duca Roberto di Altavilla, ottenendo anche la stima degli ambienti religiosi monastici, da sempre misogini.

Vale la pena leggere il romanzo se si è amanti dell’avventura, ugualmente se si è patiti della storia: Dorotea Memoli Apicella non tradisce né le aspettative dell’una né dell’altra. Il volume è arricchito da un glossario e da un’appendice contenente 37 ricette mediche adeguatamente esposte e da un originale apparato iconografico.

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