JEAN-PAUL SARTRE, LA MORTE NELL’ANIMA

di Nicola Pucci

Quando ho deciso di leggere Sartre immaginavo che non avrei avuto vita facile. Desideravo però scendere in profondità, innescare in me riflessioni come non sempre romanzi seppur gettonatissimi riescono a fare. Un filosofo, Jean-Paul Sartre. E tra i più grandi, oltrechè complessi, del Novecento, tanto da esser l’unico a fregiarsi di un riconoscimento, il Premio Nobel per la letteratura, mai accettato in quanto “nessun uomo merita di essere consacrato da vivo”.

La morte nell’anima – ecx.images-amazon.com

La morte nell’anima: per parlarne dovrò cercare di destreggiarmi tra ciò che ho letto di lui, non molto ad onor del vero; tra ciò che conosco del suo cammino biografico; tra ciò che le mie modeste capacità di analisi sono state in grado di cogliere lungo tutto l’arco di una interessante, seppur faticosa lettura.

La trama, tanto per cominciare: troncata in due parti, ma con sottili sinergie non facili da individuare. Il teatro dell’accadimento: seconda guerra mondiale, la Francia è in ginocchio, sconfitta senza colpo ferire ed invasa dalle truppe tedesche, i “Fritz”. Una moltitudine umana, inerme, senza possibilità alcuna di opporre resistenza, privata di qualsivoglia spirito di rivalsa, si trascina in fuga dall’invasore teutonico abbandonando le città ed assumendo le sembianze di un lungo, interminabile millepiedi che si avviluppa con moto ciondolante per le strade della campagna francese. In questo contesto si inseriscono le vicende di un plotone di combattenti in disarmo, tra cui emerge la figura di Mathieu Delarue: intellettuale di sinistra – strana coincidenza -, aggredito dal tormento di aver accettato passivamente la sconfitta che andava profilandosi sul campo di battaglia, sente la necessità di dare un segnale che l’uomo, perdio no, non può essere questo. Eternamente sospeso tra azione e rassegnazione, il dualismo che assale la sua anima ha tanto il sapore del fragile confine che separa vita e morte, esistenza e annientamento, essere o nulla. Nell’evoluzione di Mathieu, che dismette i panni dell’osservatore del decadimento della natura umana al cospetto dei disastri della guerra, per vestire quelli dell’eroe che si riscatta immolandosi sull’altare del coraggio, c’è l’identificazione personale di Sartre e del suo vissuto di tenace oppositore dei valori che condussero la Francia in guerra, e che lui cercò di innovare col suo indiscutibile riformismo di filosofo.

Sì, lo etichetto come filosofo, anzi molto più filosofo/politico che romanziere anche in La morte nell’anima, sebbene il tessuto della storia narrata abbia un inizio e una fine. Stimmate del filosofo/politico che si evidenziano in tracce ancor più marcate nel secondo canovaccio in cui si dispiega la vicenda. L’uomo si mescola con un altro uomo, ne condivide qui la sorte collettiva che conduce non si sa bene dove, chiedendo a se stesso se ci sia ragione in tutto questo e se la scelta politica debba prevalere sulla scelta umana. Brunet, irriducibile comunista al cospetto dei commilitoni che tenta di “sedurre” con le sue convinzioni, è il protagonista perdente che saluterà la vita come già Mathieu, ma al termine di un percorso inverso, non come scelta personale ma come ineluttabile conseguenza di un immobilismo autodistruttivo, di una forma di cattività a cui si arrende neppure troppo inconsapevolmente.

Esistenzialismo. Sartre ne è maestro e con questo testo fecondo di frammenti che azzannano l’anima del lettore, oltre che quella dei protagonisti, ci porta ad accarezzare l’idea delle morte. Volto l’ultima pagina e mi trovo a fare i conti con ciò che sento dentro di me: cupa rassegnazione, angoscia, frustrazione per la deriva a cui va incontro l’uomo. Ma la circostanza è del tutto eccezionale: la guerra è privazione della libertà e incertezza, come lo stesso Sartre provò sulla propria pelle. Lasciando in eredità un grido di dolore espresso con una prosa eccelsa. Questa, sì, immortale.

One Response

  1. marcello 05/05/2012

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