Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni
Chi è Jo Spatacchia? è una sorta di libro a puntate, con la particolarità che… non ha una fine (o almeno non una fine certa). Narrativa, illustrazioni e musica ci avvolgono in un’esperienza di lettura – tra l’altro bilingue – che da un mese all’altro ci conduce e ci condurrà nella vita di un personaggio, Jo, che si aggira per la città in cerca di risposte a dubbi esistenziali infiltrati nella normalità delle cose quotidiane. Coniugando con efficacia leggerezza e profondità. Ecco la mia intervista all’autore dei testi e coordinatore del progetto, lo scrittore Vieri Tommasi Candidi.
– Chi è Jo Spatacchia? è un nuovo esperimento creativo, che non comprende solo il testo letterario, ma la musica, la grafica e più in generale un senso complessivo della “performance”, godibile sui diversi supporti digitali oggi disponibili. Ci puoi dire qualcosa su quest’esperienza “corale” (in molti sensi)?
L’esperienza corale è una delle molle che mi hanno spinto verso questo tipo di soluzione. Uno scrittore soffre sempre un po’ di solitudine, non solo per ragioni professionali ma spesso anche per inclinazione. Il lavoro insieme ad altri artisti, il costante confronto, lo scambio di opinioni, d’idee, di impressioni, è oro che ho trovato e che mi terrò stretto per quanto posso. Non c’è niente, a mio parere, come la condivisione di qualcosa di profondo.
– Quanto quest’opera è legata al tuo precedente percorso come scrittore?
Quest’opera, in effetti, appare totalmente scissa dal mio precedente percorso. Sembra davvero che abbia voltato pagina, che abbia rotto col passato. In realtà non è affatto così. Esiste una continuità non solo nel contenuto ma anche nella forma, nonostante in quest’ultima sia più difficile scorgerla. L’opera è il naturale sbocco di quanto è avvenuto in me negli anni.
– Secondo te qual è il futuro dell’editoria? Si andrà sempre più verso prodotti multimediali di questo tipo?
Sì, senza dubbio. I prodotti multimediali come “Jo” sono il derivato delle nuove tecnologie che aprono ulteriori sbocchi alla creatività umana. Inoltre credo che il concetto stesso di editoria stia mutando radicalmente, un po’ per il naturale evolversi delle cose, un po’ per colpe o incapacità proprie del settore. Un tempo l’editore rappresentava il tramite imprescindibile tra l’autore e il lettore, colui che possedeva la competenza e il prestigio necessari per scegliere le opere più belle, più significative, e proporle al pubblico assumendosi tutti i rischi connessi. Ultimamente pare invece che queste funzioni, a mio modo di vedere fondamentali, siano andate perdute nei trend, nelle esigenze commerciali, nel timore di sbagliare, favorendo la standardizzazione del prodotto-libro che per definizione dovrebbe invece essere un unicum. In altre parole è paradossalmente il mercato a fare l’editore e non il contrario. Il corollario che ne segue è il proliferare di soggetti come Amazon che si rivolgono direttamente agli utenti finali saltando di netto l’editore, per non parlare di fenomeni in crescita esponenziale come il self-publishing.
– Jo affascina perché è un “investigatore dell’anima”, come l’hai recentemente definito (cito a memoria) in un’intervista per “La Nazione”. Quanto abbiamo veramente bisogno di spunti di riflessione che vadano al di là delle superficie delle cose, pur partendo sempre dal “quotidiano”?
“Investigatore dell’anima” è una definizione del giornalista che ha redatto l’articolo, io non c’entro. Tuttavia devo dire che, pur rimanendo molto prudente sul termine “anima”, evocativo di una religiosità che non mi appartiene, mi piace molto. Da bravo giornalista ha colto l’essenziale in due parole. Jo vive la vita di tutti i giorni scavando la superficie dell’esistenza, avventurandosi in luoghi dell’essere affascinanti e pericolosi alla scoperta di tesori sepolti in profondità. Più che un investigatore è un archeologo dell’anima. Per me il mondo ha un estremo, anzi direi disperato bisogno di questo genere di ricerca, senza la quale, permettimi di concludere apocalitticamente, non vedo un grande futuro per l’umanità.
– Quanta parte di te c’è in Jo?
Jo è la mia interiorità. Della mia esteriorità, ossia di quella parte di vita osservabile o percepibile dagli altri non c’è molto. Non per pudore, ma perché credo che il mio sentire sia molto più interessante di quel che faccio.
– I tuoi nuovi progetti creativi?
Non ti sembra già abbastanza?
– Grazie mille, a presto! Giovanni



