di Gianluca Bonazzi
Il sottoscritto, viandante che si muove per passione e per diletto tra vita e cammino, tra arti e scrittura, desidera celebrare un lungo evento straordinario verificatosi tempo addietro a Polesine Parmense e che ha accompagnato gli amanti dell’arte pura per dieci serate. Nell’epoca della modernità rutilante, progressiva e mai sazia, è avvenuto un piccolo miracolo capace di sottolineare il principio inverso del ritorno al tempo dell’anima.
È sbarcato sulle rive del Po, in un piccolissimo paese di antica tradizione storica e culturale, il Decalogo di Krzysztof Kieślowski, opera costituita da 10 mediometraggi di poco meno di un’ora ciascuno, realizzata alla fine degli anni ’80 e uscita per la prima volta nel 1989. Ambienti contemporanei, attori e attrici polacchi per noi sconosciuti, quindi apparentemente presi dalla vita reale, raccontano in modo silente, raccolto e partecipato i Dieci Comandamenti alla luce della modernità. Attualizzando in modo straordinariamente commovente dieci lezioni divine.
In un’epoca in cui tutto confluisce al centro, annullando tutte le differenze e omogeneizzandole in un polpettone senza sapore, una piccola amministrazione comunale ha fatto la coraggiosa scelta di campo di ritornare al tempo del cinema vero, quando, scendendo in piazza tra la gente e gratuitamente, questo portava cultura. Vedo questo evento come una sorta di “Nuovo cinema paradiso” a Polesine Parmense, e penso che si tratti di un fatto storico. Una scelta forse azzardata di questi tempi, sicuramente in controtendenza, quando tutti guardano alla concretezza del fare, ma solo per motivi economici.
Da quella sera, un piccolo paese della Bassa ha cominciato a proporre un altro fare, quello della cultura insieme, fondamentale per creare vera comunità umana. Ed è stata tanto più bella, quest’iniziativa, se si pensa che le proiezioni sono avvenute in una scuola. Si è dipanato una sorta di piccolo ‘filo’, ma proposto e filtrato dalle immagini; però non quelle della TV, come iniziò ad accadere alla fine degli anni ’50, ma del cinema più autentico, che sa parlare al cuore dell’umanità.
Una volta questa era anche la prerogativa del cinema di Hollywood, ma negli ultimi decenni questo ha smarrito la via maestra delle storie, dei luoghi e dei personaggi, lasciando il campo aperto agli effetti speciali e alle trame più trite, utili solo per ammansire e tranquillizzare le genti, per renderle più servili al potere. Di fronte alla terra che frana sotto i nostri piedi, intendendo con questo la società italiana, dove sembra ormai che non si sia più capaci di confrontarsi su nulla, ecco che si propone di ammirare insieme un’opera proveniente dall’Est.
Quando uscì, noi, provenienti dall’ubriacatura di una ‘Milano da bere’ sparsa su tutto il territorio nazionale, eravamo presi dall’ammirare la caduta del muro di Berlino, credendo che oltre esso ci sarebbe stato per chiunque l’esaudimento di ogni bisogno e il raggiungimento del benessere. Solo che i problemi, a livello generale, ma soprattutto italiano, hanno cominciato a delinearsi proprio a partire da allora. Ci sentiamo in una melma, come delle sabbie mobili, e più facciamo per salvarci, più affondiamo. E allora bisogna ritornare ad agire, partendo dalla cosa più autenticamente umana, quella che ci differenza dagli animali, il pensiero, per ridare linearità e coerenza al percorso che in successione porta pensiero-parola-azione-comportamento-carattere-destino. Altrimenti sarà la morte dell’umano, e quanto resterà sulla scena sarà un involucro gelido e inutile.
Nell’epoca della corruzione senza fine, io, pretendendo per me stesso la volontà di essere testimone del mio tempo, ricordo le parole di Giorgio Gaber: “Libertà è partecipare”. Credo profondamente che il Maestro Krzysztof avrebbe sottolineato con sommo piacere quest’iniziativa, e questo pensiero basta, da solo, a stimolare il mio desiderio di partecipare. Il ritorno al tempo dell’anima suggella il principio che l’eternità è una particella quasi invisibile custodita nel silenzio delle piccole cose.



