di Emiliano Morozzi
Ormai nell’immaginario collettivo l’11 Settembre è diventato sinonimo di quel clamoroso ed efferato attentato terroristico che distrusse le Torri Gemelle, due grattacieli nel cuore di New York, falciando in un solo colpo migliaia di vittime innocenti. Ma circa una trentina di anni prima vi fu un 11 Settembre forse ancor più tragico per le conseguenze prolungate che ebbe per un intero paese: il colpo di stato di Pinochet in Cile.
Tre anni prima, nelle elezioni presidenziali, era salito al potere Salvador Allende: a lungo membro del Partito Socialista, di ispirazione marxista e amico personale di Fidel Castro, il politico cileno aveva portato alla vittoria una coalizione di sinistra, Unidad Popular, proponendo alla nazione un programma politico che lui stesso definiva “la via cilena al socialismo”. Una vera e propria rivoluzione senza armi, quella di Allende, che prevedeva la nazionalizzazione delle principali industrie private, che erano in mano a multinazionali straniere, come le miniere di rame, la riforma agraria, la tassa sulle plusvalenze.
Il nuovo presidente mise subito mano alle riforme, colpendo duramente gli interessi stranieri, che facevano capo a industrie statunitensi, ma il suo programma politico avanzato non toccò soltanto gli interessi delle grandi multinazionali: con l’annullamento delle sovvenzioni alle scuole private e l’introduzione del divorzio gran parte dei sostenitori cattolici gli voltò le spalle, e le nazionalizzazioni di settori produttivi chiave come le ferrovie, i trasporti, le assicurazioni e le banche rimasero indigeste a larghi strati della media e alta borghesia.
Con l’appoggio esterno degli Stati Uniti – che non organizzarono direttamente il golpe del 1973 ma cercarono fin dalla sua nascita di soffocare il governo Allende nella culla, foraggiando i suoi oppositori per rovesciarlo prima democraticamente e poi con un colpo di stato – le forze ostili al programma riformatore di Allende cominciarono a farsi sentire con sempre maggior forza, precipitando il paese nel caos. Se nel primo anno del suo mandato la politica economica di Allende favorì la crescita e il sensibile miglioramento del tenore di vita delle classi più povere, il presidente cileno si trovò a dover fare i conti con il prosciugamento degli aiuti da parte degli Stati Uniti e con il crollo del prezzo del rame, che determinò la crisi delle esportazioni e l’annullamento degli aumenti salariali a causa dell’inflazione.
Nel 1972 i primi scioperi cominciarono ad agitare il paese: il sindacato dei camionisti (per “puro caso” lautamente foraggiato dalla CIA) paralizzò il paese, e i prezzi dei generi alimentari schizzarono alle stelle; a seguire scesero in piazza i sindacati dei professionisti e alcuni gruppi studenteschi. Nelle elezioni parlamentari del 1973 Unidad Popular aumentò i voti, ma le due forze di opposizione si unirono in un fronte unico per abbattere Allende, anche con metodi contrari alla tradizione democratica del Paese.
Diversamente dalle altre nazioni dell’America Latina, l’esercito cileno aveva una storica tradizione di lealtà ai governi costituzionalmente eletti, e raramente era intervenuto a determinare la politica del paese. All’esercito fecero appello i partiti di opposizione il 22 agosto, per rimuovere Allende dalla presidenza, accusandolo di voler instaurare una dittatura. Un atto vergognoso, se si pensa alle tragiche conseguenze che ebbe: pochi giorni prima c’era stato un infruttuoso tentativo di colpo di stato da parte del colonnello Roberto Souper. La maldestra insurrezione (il governo ne era al corrente) fu fermata grazie all’intervento del generale Prats, che convinse i soldati ribelli a deporre le armi, ma nelle fila dell’esercito c’erano ufficiali che continuavano a tramare per rovesciare il legittimo governo, contando sui finanziamenti e sul tacito appoggio degli Usa e di una buona parte del Parlamento.
Costretto alle dimissioni Prats per lo scandalo dell’incidente con Alejandrina Cox, un’aristocratica cilena, comandante delle forze armate divenne Pinochet, che Allende considerava fedele in virtù della sua fermezza nel reprimere il golpe di Souper. Il presidente cileno non sapeva di essersi allevato una serpe in seno: fu proprio Pinochet che, al comando delle forze armate, l’11 Settembre del 1973 assalì dal cielo e da terra il Palazzo della Moneda, sede presidenziale, dentro il quale Allende tentò una disperata resistenza , per poi suicidarsi prima di cadere in mano ai rivoltosi (che probabilmente lo avrebbero comunque ucciso).
Eliminato il presidente democraticamente eletto, Pinochet instaurò da subito nel paese una feroce dittatura: i partiti furono messi fuorilegge e molti oppositori politici furono catturati e rinchiusi nell’Estadio Nacional de Chile, che divenne luogo di tortura e di morte. Fra quelle mura fu barbaramente torturato e ucciso anche il cantautore Victor Jara, insieme a centinaia di altre persone, e per anni l’uso della tortura e dell’omicidio contro gli oppositori politici furono una pratica comune del regime di Pinochet.
Temendo la dittatura di Allende, i partiti del Congresso favorirono la dittatura di Pinochet: quella di Allende fu una dittatura immaginaria, che non aveva motivo di essere, perchè il presidente più volte ribadì la propria volontà di procedere a una rivoluzione pacifica, e quando la situazione del paese divenne incandescente, con scioperi e violenze quotidiani, non ricorse mai all’uso dei carabineros contro i manifestanti, anche se questi ultimi destabilizzavano il paese. Dall’altra parte invece Pinochet instaurò una dittatura vera, feroce e sanguinaria, che ricevette l’avallo di quasi tutti i paesi democratici: evidentemente, lo sfruttamento delle miniere di rame valeva ai loro occhi ben più della rinascita democratica e del benessere di un popolo.




Interessato alla narrazione degli eventi storici, voglio far rilevare come questo articolo (che sicuramente i fascistoni considererebbero di parte) sia invece una puntuale e precisa descrizione di come andarono effettivamente le cose. Ciò che fu fatto ad Allende e al suo tentativo legittimo e democratico fu una delle azioni più terribili del dopoguerra. La dittatura di Pinochet spazzo via migliaia di giovani vite, sequestrò un Paese per anni. L’articolo di Morozzi non toglie nulla alla tragedia umana delle Torri Gemelle (e, ricordiamolo, anche della tragedia delle persone morte sull’ UNITED 93) ma, giustamente, riporta alla mente un fatto che, così come accade per altre tragedie, non può e non deve essere dimenticato!
Condivido, Luca.