di Nicola Pucci
Nel buttar giù la recensione dell’effervescente “La bella di Buenos Aires” di Manuel Vazquez Montalban son tornato a praticare gli ambienti torbidi, oscuri, gotici di Barcellona.
L’opera, difatti, sviluppa una trama coinvolgente ed appassionante nei bassifondi della città catalana, cara all’autore così come fu cara all’altro scriba barcellonese, Carlos Ruiz Zafon, che pare averne raccolta l’eredità. La storia è forse meno thriller/noir di quanto non sia il canovaccio zafoniano ma acquisisce una struttura narrativa che si colloca a metà strada tra l’intrigo internazionale e il poliziesco.
Pepe Carvalho è il detective ironico e affascinante ma anche malinconico antieroe che indaga sulla misteriosa eclisse di una sexy starlet dal passato burrascoso, una sorta di Emmanuelle argentina, Helga, fuggita dal suo paese ossessionato dalla dittatura e sventurata protagonista di un fitto intreccio di dubbie frequentazioni nel mondo dello spettacolo barcellonese. C’è il fido scudiero/confidente Biscuter, dai trascorsi da delinquente ma che mette la sua verve da intellettuale al servizio del proprio capo; c’è l’ispettore di polizia Lifante dai modi rudi e machiavellico nell’inseguire verità e carriera; c’è una folta combriccola di loschi figuri che vanno a comporre il mosaico di un intrigo ispano/argentino che segnerà il destino di Helga, vittima della storia più di quanto non sia vittima di se stessa.
Su tutto e su tutti un barbone che ama far di filosofia: il suo nome è Cayetano, incendierà la scena e da perfetto ago della bilancia metterà la parola fine ad un complesso di vicende che Montalban narra con la consueta maestria, stile agile ed eccellenti fantasie linguistiche che ne fanno uno scrittore da mettere in vetrina. Sempre.



