di Alessio Sorrentino
Il 19 gennaio 2012 è stata sancita la chiusura di Megaupload, sito di proprietà della Megaupload-Limited, società di filesharing con sede legale ad Hong Kong, noto porto franco per il passaggio di merci (reali e virtuali) dalla discutibile legalità. Tramite megaupload.com permetteva agli utenti di caricare file audio/video (compresi quelli coperti da copyright) e condividerli gratuitamente con il resto del web. Essendo fuori dalla giurisdizione della legge americana, la società non avrebbe avuto problemi, ma il caso nasce dall’accusa di pirateria in capo ad alcune persone collegate alla società, e presenti su territori raggiungibili dal lungo braccio delle legge americana.
Scorrendo le accuse del Dipartimento di Giustizia USA, il sito avrebbe prodotto una perdita stimata di oltre 500 milioni di dollari sotto forma di diritti di copyright violati come mancato guadagno, producendo al contempo 175 milioni di dollari di profitti per i gestori della società.
Numeri certamente importanti, ma che non cancellano il fatto che la chiusura di Megaupload sia uno dei più grandi bluff della rete. Almeno nelle intenzioni. Dietro a questa azione, gli autori si sono giustificati tirando in ballo i diritti d’autore. Verissimo, è indubbio che vi fosse un utilizzo (per la maggior parte) fraudolento, ma utilizzare quest’unica motivazione non regge. Indipendentemente dalle facili critiche sul significato di censura che porta con sé questo atto, si può notare chiaramente che lo scambio illegale di file protetti da copyright non nasce e non muore con Megaupload (Emule, Torrent, Limewire vi dicono nulla?). Certo, questa piattaforma era forse la più facile da usare, sia in ambiti legali che non, oltre che la più utilizzata, dato che catalizzava il 5% del traffico web. Ma non è con la sua scomparsa che si è risolto il problema-causa della sua chiusura, o tanto meno attenuato. Fa eco la vicenda di The Pirate Bay in merito ai file torrent: oscurato in molti paesi d’Europa e America il più grande searcher dell’ambito… Puff! ne sono spuntati mille altri. E così per Megaupload.
Quindi oltre ad opinare sul fatto che l’FBI (per quanto autorevole) possa decidere per il mondo, vagliando quelli che sarebbero stati i piani della fu Megaupload-Limited, non mancano certo spunti per riflessioni alternative. Il 2012 doveva infatti essere l’anno del lancio di Megabox, un ulteriore servizio che avrebbe permesso agli artisti musicali di pubblicare in proprio i lavori registrati. Oggi infatti, per la pubblicazione di un singolo o di un album, è necessario l’appoggio di una casa discografica che, sia sull’online, sia per i dischi, ottiene una percentuale assai maggioritaria del profitto, lasciando letteralmente gli spiccioli a chi ci mette il talento. Questo poco influisce su chi vende milioni di copie, ma non aiuta certo chi si vuole affermare senza essere spinto da una major.
Di fatto ciò che avrebbe supportato Megabox sarebbero stati prezzi più accessibili per singoli e album, data la pubblicazione senza spese di entrata (cosa che a lungo termine voleva estendersi anche alla cinematografia), lasciando il 95% dei proventi agli autori. Che Universal, Sony, EMI e Warner se la siano presa?

Pare più un modo per chiudere con la “scusa” del copyright, visti i debiti… anche perché in effetti, chiude uno e apre un altro… così per lo streaming o, mi viene in mente, il caso Napster di anni fa
Francamente non capisco quali siano i debiti a cui fa riferimento. Oltretutto il caso Napster si svolse con dinamiche diverse, soprattutto considerando la situazione e lo sfruttamento della rete all’epoca.
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