di Roberto Furlani
Era il 1880 quando Thomas Edison, inventore dell’Ohio, registrò il brevetto della lampada elettrica ad incandescenza.
Edison non apparteneva al novero degli scienziati tutti integrali e derivate parziali: era piuttosto un empirico. Di lui, il suo acerrimo nemico Nikola Tesla (che di acerrimi nemici ne aveva da vendere: la controversia sulla paternità della radio tra i suoi eredi e quelli di Marconi è andata avanti fino ai giorni nostri) dichiarò: “Se Edison deve cercare un ago in un pagliaio procede con la diligenza dell’ape nell’esaminare paglia per paglia fino a quando trova l’oggetto della sua ricerca. Ero testimone dispiaciuto di tale comportamento, sapendo che un po’ di teoria e di calcoli avrebbero evitato il novanta per cento del suo lavoro.”
Del resto, lo stesso Edison ammetteva senza troppa vergogna il proprio metodo empirico di ricerca. Celebre è una risposta che diede nel corso di una conferenza stampa: “Io non ho fallito 2000 volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato 1999 modi in cui non va fatta una lampadina.”
In seguito, altri anonimi ricercatori avrebbero trovato nuovi modi in cui non va fatta una lampadina: l’industria dell’illuminazione si stava evolvendo fino ad arrivare a ciò che ora dà luce alle nostre case.
Era l’8 dicembre 2008 quando l’Unione Europea approvò la messa al bando in tutti gli Stati membri delle lampade ad incandescenza, secondo un programma di progressiva sostituzione a partire dal settembre 2009, con completamento nel settembre 2012 (risale infatti a questi giorni la sparizione dal mercato delle lampadine da 45 W).
Ora le lampade che possiamo accendere sono solo quelle compatte (alogene e fluorescenti) e a LED, con risparmio di consumi (circa l’80%), di emissioni di CO2 (80%), di costi (circa il 70% durante il funzionamento, a cui va aggiunto il costo della sostituzione della lampadina a incandescenza che in media dura 8-10 volte in meno di queste nuove sorgenti di luce).
Tutto bene, dunque? Stiamo parlando della perfezione tecnica, dell’equivalente tecnologico del cerchio di Giotto? Stiamo parlando di un’innovazione che contempla solo pregi, che non ha punti deboli né aspetti criticabili?
Non è così. Anzi, ci sono diverse argomentazioni tutt’altro che trascurabili che non sono state trattate e presentate al consumatore con dovizia di particolari. Vediamole.
1) La qualità
Qualsiasi misura che si fa richiede un campione di riferimento. So che la Porsche che ho in garage è lunga tre metri perché esiste il metro con cui misurarla. Quando si parla di qualità è difficile offrire una misura affidabile, anche perché spesso ci si avvale di criteri soggettivi.
Tuttavia un riferimento che credo possa essere condivisibile è quello della luce naturale, e quindi la somiglianza tra lo spettro elettromagnetico della luce della lampadina e lo spettro elettromagnetico della luce solare.
L’idea su cui si basano le lampadine a basso consumo è che solo una porzione dell’energia irradiatà appartiene alla banda visibile, per cui tagliando infrarosso e ultravioletto la lampadina dovrebbe riscaldare meno, avere un rendimento migliore e non presentare grosse differenze a livello visivo.
Peccato, però, che le lampade al neon (e peggio ancora quelle alogene) presentino dei “buchi” all’interno dello spettro visibile, mentre in quella banda la lampadina a incandescenza ha uno spettro decisamente più simile a quello della radiazione solare.
Del resto, anche senza ricorrere a strumenti e misure da laboratorio, credo che sia evidente a tutti che la luce del neon non è percettivamente uguale a quella delle lampadine col filamento, come si andava millantando. La “nuova luce” (forse bastava vigolettare il “luce”) è più tenue, soffusa, da film hard boiled post-apocalittico se non proprio da sala autoptica.
2) L’inquinamento
Le lampadine a fluorescenza sono altamente inquinanti e contengono mercurio, una sostanza che (come si sa) è estremamente tossica.
Per questo motivo non vanno gettate nel sacco dell’indifferenziata, bensì in contenitori speciali che da cui verranno prese per smaltirle, reciclandone le parti riutilizzabili. Ovviamente lo smaltimento ha un costo e problemi ambientali non indifferenti (specie se le lampadine non vengono smaltite correttamente). La rottura di una di quelle lampadine implica la contaminazione del terreno e dell’ambiente circostante.
3) La salute
Secondo autorevoli riviste mediche, le lampadine fluorescenti compatte provocano ulteriori danni alle persone affette da lupus, dermatiti, elettrosensitività, autismo, emicrania, epilessia.
I potenti campi elettromagnetici misurati a breve distanza dalla sorgente hanno portato il centro indipendente di ricerche francese CRIIREM (Centre de recherche et d´information sur les rayonnements e’lectromagne’tiques) a sconsigliare l’utilizzo delle lampade a basso consumo a breve distanza, come per esempio per illuminare i comodini delle camere da letto o le scrivanie.
In ogni caso, pare che il campo elettromagnetico generato dalla lampada a fluorescenza possa viaggiare all’interno dei cavi elettrici esponendo le persone alla così detta “elettricità sporca” in tutta l’abitazione. Secondo uno studio dell’American Journal of Industrial Medicine pubblicato nel giugno 2008, tale “elettricità sporca” aumenterebbe di 5 volte il rischio di contrarre il cancro.
Il mercurio, come si diceva, è tossico, e causa danni a cervello, fegato, reni e sistema nervoso. Particolarmente a rischio, da questo punto di vista, sono le donne incinte e i bambini piccoli, in quanto il mercurio inficia sullo sviluppo del cervello e del sistema nervoso di feti e neonati.
Se ancora non bastasse, le lampade a fluorescenza senza doppio guscio protettivo e alcune lampade alogene emettono radiazioni UV-B e UV-C a cui sono ascritti tumori alla pelle e problemi alla cataratta, senza contare le reazioni allergiche (simili a ustioni da sole) e le eruzioni cutanee che possono insorgere a persone che già soffrono di disturbi alla pelle.
Infine, vanno ricordati l’affaticamento alla vista, la difficoltà di concentrazione e il mal di testa dovuti al tremolio della luce delle lampade a fluorescenza. Che peraltro emettono un’alta percentuale della componente blu della luce, la quale diminuisce la produzione della melatonina, favorendo così disturbi del sonno, attacchi al cuore e tumori.
4) La comunicazione
È stata costruita una campagna propagandistica assolutamente retorica circa i miglioramenti che avrebbero apportato le lampade a basso consumo nelle nostre vite, un’autentica esegesi del tutto simile a quella che per un certo periodo è stata fatta in altri campi per l’aloe vera, per le varie diete alimentari, per i telefoni cellulari e per i fiori di Bach.
Da come ci sono stati presentati, i nuovi sistemi di illuminazione parevano la panacea di tutti i mali, vantaggiosi da qualsiasi punti di vista ed esenti da difetti.
Come si è visto in precedenza non è così, tant’è che si può affermare senza troppe remore che il consumatore è stato vittima di una pubblicità ingannevole che nulla ha a che vedere con l’onestà e la trasparenza.
5) La democrazia
Il passaggio da lampadina a incandescenza a lampade a basso consumo non è stato deciso dal mercato, com’è invece capitato per esempio con i televisori a CRT che sono stati soppiantati da altre tecnologie video. Non esiste nessuna legge che vieta la vendita di vecchi modelli di televisore, e se essi sono praticamente scomparsi è perché i nuovi tipi di TV (LCD, al plasma o a LED) hanno avuto successo, decretando di fatto l’estinzione del loro predecessore.
L’abolizione delle lampade a incandescenza è invece un dictat deciso in sede istituzionale che non riguarda in nessun modo le dinamiche del mercato, ovverosia la politica ha deciso cosa deve accendersi e cosa no quando premiamo l’interruttore della luce.
Più precisamente, il giro di vite è stato imposto dall’Unione Europea, senza che i Paesi membri potessero avere voce in capitolo su una scelta che avrebbe influito sulla vita dei loro cittadini molto di più di altre questioni su cui invece tali Paesi possono legiferare con una certa autonomia.
Il Parlamento, dunque, è stato by-passato, esautorato del proprio poterere esecutivo su una faccenda tanto banale eppure tanto preminente nel quotidiano di ognuno di noi, il che è sintomatico della perdita di sovranità degli Stati membri.
Va notato, a questo proposito, che mentre è stato promosso un referendum contro la privatizzazione dell’acqua, non è stato fatto altrettanto contro la sostituzione delle lampade a incandescenza con quelle a basso consumo. Eppure la questione dell’illuminazione sarebbe stata più importante di quella dell’acqua, in quanto in quest’ultimo caso la variabile soggetta a modifiche era il tipo di fornitore (e, conseguentemente, il prezzo del servizio offerto), mentre nel caso delle lampadine è cambiato proprio il prodotto, nella sua forma, nei suoi contenuti e nella sua qualità. Un po’ come se da un giorno all’altro l’Unione Europea avesse deciso che dai nostri rubinetti deve scendere solo acqua frizzante senza domandarci il permesso.
A fronte di quanto detto, si possono fare una constatazione e una domanda.
Quello dei consumi energetici è uno dei principali ostacoli che oggigiorno l’umanità è chiamata ad affrontare, e lo sarà anche in futuro. È chiaro che per affrontarlo occorre prendere provvedimenti che possono anche non essere indolori, e non si vuole qui essere aprioristicamente contrari a certe modifiche ai nostri stili di vita, se sono necessarie per dare un futuro al nostro ambiente e alle nuove generazioni. Quello che invece può essere soggetto a biasimo è la mancanza di un’informazione completa, chiara e onesta. Se ci fossero stati comunicati anche gli aspetti meno gradevoli delle lampade a basso consumo, avremmo accettato comunque quanto stabilito dall’UE, non avendo alternative, ma almeno avremmo saputo meglio cos’era stato deciso per noi e saremmo stati indotti a utilizzare di meno la luce artificiale.
La domanda: se il nocciolo della questione che ha portato alla scomparsa delle lampade a incandescenza era quello dei consumi energetici, non sarebbe stato meglio sostituirle con le candele?




Finalmente un articolo che è scritto come desidererei sempre ricevere le informazioni, cioè in modo chiaro, corretto ed esaustivo.
Non sono completamente d’accordo sul fatto che accettare una decisione della UE sia una perdita di sovranità del singolo stato, almeno non più di quanto non lo sia (Hobbes docet) sottostare alle regole a discapito della propria libertà pur ottenendo qualche altro vantaggio; poi, naturalmente, non tutte le ciambelle riescono col buco…
Però condivido in pieno quanto hai scritto poiché, riflettendo su questo argomento, ho sempre pensato che l’adozione di questo tipo di lampadine non fosse un vantaggio, proprio a causa della tecnologia che vi sottostà: mercurio, circuiteria elettronica, residui di gas, plastica, vetro, alluminio. Ogni volta che mi si presenta l’occasione propongo le mie conclusioni agli interlocutori con i quali mi sono trattenuto: smaltire correttamente queste lampadine non è uno sforzo che, dal punto di vista dell’energia richiesta, forse potrebbe non renderle poi così vantaggiose? Ed analogamente argomento su una questione molto simile che, purtroppo non adeguatamente presentata al grande pubblico, viene sempre passata in sordina: l’utilizzo dei pannelli fotovoltaici è veramente così conveniente? Un amico ingegnere, che lavorava in un’azienda produttrice di pannelli fotovoltaici, mi faceva notare come lo smaltimento dei pannelli stessi ancora sia un problema non affrontato dall’industria ma che, comunque, richiede notevole dispendio di energia e procedure molte delicate.
Ciò che ripeto sempre è che a fronte di sensazionali annunci di nuove tecnologie purtroppo nessuno si fa mai carico di dirci se un qualunque oggetto, considerato il suo ciclo di vita per intero – cioè dalla produzione, all’utilizzo, allo smaltimento -, richiede una quantità di energia maggiore di quella che ci fa risparmiare. Questo, a mio avviso, dovrebbe essere uno dei principali fattori per poter prendere una decisione e non i consueti interessi economici di turno!!!!!
Grazie infinite per l’attenzione e per il bel commento che hai dedicato al mio articolo, Andrea: ne sono davvero gratificato.
Sul risvolto politico della faccenda, hai ragione nel rilevare che accettare una decisione dell’UE non corrisponde a una perdita di sovranità nazionale. Il punto è che le decisioni imposte agli stati membri da parte dell’UE sono più di una, in ambito commerciale, giuridico e sociale.
Il Trattato di Lisbona sancisce che i singoli stati sono subordinati all’Europa su praticamente tutti i versanti, e le decisioni che vengono prese da Bruxelles sono vincolanti e più forti anche delle nostre Costituzioni. Per esempio, se l’UE decidesse di prendere parte ad una guerra, l’Italia non potrebbe opporsi in alcun modo, se non con una timida astensione.
Ma del resto (andando più sul concreto) è bastata una lettera dalla BCE per cambiare un articolo della Costituzione italiana.
E le lampadine? Sono ben poca cosa, come bypass della democrazia, certo, però è un piccolo sintomo che forse si inserisce in qualcosa di più grande.
Il fotovoltaico è talmente poco conveniente che si è dovuto inventare una tariffa apposita per promuoverlo, mentre le altre fonti rinnovabili si appoggiano ai certificati verdi: il conto energia. Cioè, in pratica, la bolletta di chi si avvale dei pannelli solari viene pagata da coloro i quali non hanno pannelli solari: una situazione che si potrebbe quasi definire truffaldina.
Più che il problema dello smaltimento (il rendimento dei pannelli fotovoltaici dopo 20 anni di utilizzo si attesta al 90% delle prestazioni iniziali, quindi non dovrebbero diventare “rifiuti” così rapidamente) trovo preoccupanti i bassi rendimenti, inferiori a quelli della maggior parte delle energie alternative, e la forte alaetorietà, vista la stretta dipendenza dalle condizioni meteo.