Siamo alla trentatreesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del trentaduesimo articolo.
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La fine del Granducato di Toscana
di Luca Moreno
Passata la bufera napoleonica, la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna del 1815 riportò i Lorena a Firenze. Se consideriamo il clima reazionario europeo avviato dal Congresso viennese e, dopo il 1820, dalla celeberrima “Santa Alleanza” – con la quale le maggiori potenze europee s’impegnarono reciprocamente a darsi soccorso in caso di insurrezioni in uno degli Stati facenti parte dell’alleanza medesima – non possiamo certo dire che la stagione che stava per inaugurarsi in Toscana fosse caratterizzata da un clima di repressione. Anzi, specie nei primi tempi, fu addirittura tollerante, tant’è vero che per anni Firenze fu la città che dette riparo e ospitalità a molti esuli, illustri e meno noti, concorrendo con ciò a farne un centro vivace e fecondo di iniziative. Stiamo tuttavia parlando di uno Stato retto da un ramo degli Asburgo e, nonostante il carattere tendenzialmente autonomo dimostrato dai Lorena, era assai difficile deviare più di tanto dal solco tracciato dalla politica conservatrice capeggiata dagli austriaci; infatti, con il tempo anche la Toscana lorenese si allineò su posizioni illiberali.
Il Granduca Ferdinando III (genealogia dei Lorena in figura 88 della puntata n. 30) appena rientrato nei propri domini, riprese subito la sua attività, assecondando l’ovvia tendenza a riportare l’orologio dell’amministrazione dello Stato nelle condizioni antecedenti il 1800. Tuttavia, molte delle innovazioni apportate dal dominio francese rimasero o furono di poco modificate. La stessa legislazione di base, data dal Codice Napoleonico, anche se formalmente rifiutata, ebbe modo di conservarsi soprattutto nella trama dei regolamenti economici, concernenti tanto l’agricoltura quanto l’industria e il commercio; atteggiamento positivo per la Toscana, perché le permise di proseguire nel processo di rinnovamento dello Stato. Ferdinando III provvide poi anche a favorire imprese culturali di un certo rilievo, come la Biblioteca Privata Granducale Palatina, e si prodigò per far acquistare dallo Stato la ricca Biblioteca Riccardiana; inoltre sotto il suo regno prese l’avvio il Gabinetto Scientifico e Letterario G. P. Vieusseux, fondato nel 1819 a Firenze da Giovan Pietro Vieusseux, mercante di origine ginevrina, nato a Oneglia. L’Istituto Viesseux divenne nel secolo XIX punto d’incontro tra la cultura italiana e quella europea […].
L’agricoltura, l’industria e il commercio poi, pur ricevendo spinte e sollecitazioni varie nel periodo del dominio francese, avevano subito scosse non indifferenti a causa dell’agitazione della vita pubblica nel primo quindicennio dell’Ottocento. Ebbene: il governo di Ferdinando III rispose con una ripresa del sistema mezzadrile, con una politica di appoggio al settore industriale e con il potenziamento del Porto di Livorno. Tutto ciò corroborato dal fatto che, per merito dell’atteggiamento tollerante del governo granducale, la Toscana, diventata terra d’affluenza di ingegni provenienti da ogni parte d’Italia e anche da paesi stranieri, garantiva un clima laborioso e positivo, unico in tutta la Penisola.
Con Leopoldo II (1797-1870) (figura 96) salito al trono nel 1824, si conferma la condizione di tranquillità, prosperità e corretta amministrazione; il miglioramento dell’economia regionale, agricola, industriale e mercantile; il consenso dell’opinione pubblica; la ripresa dei centri universitari di Pisa e Siena, soprattutto del primo, forniti ora di un nuovo Statuto e di un’organizzazione di tipo moderno e per “facoltà”, con programmi di ricerca e di formazione professionale ben elaborati. Una descrizione che sembrerebbe contraddire l’idea stessa di Restaurazione. Il fatto è che, fino a quando le condizioni internazionali rimasero in “stato di quiete”, la Restaurazione non ebbe mai in Toscana quel sapore repressivo e retrogrado cui siamo abituati a pensare quando la riferiamo alla situazione europea del tempo; ma quando le due posizioni – quella liberale e quella conservatrice – si radicalizzarono, ecco che appare in modo chiaro come l’Italia (e quindi anche la Toscana) sia pressoché costretta a seguire le sorti decise nel nome della Santa Alleanza e quindi a rinunciare a tutti i tentativi positivi di evoluzione costituzionale dello Stato, di cui la Toscana medesima fu principale rappresentante. I primi anni del regno di Leopoldo II sono dunque tranquilli, ma tra la fine del 1846 e gli inizi dei 1847, la partita riprende a stringersi: il Granduca Leopoldo, intuendo il nuovo clima, tenta la via del colloquio con il popolo tramite una propaganda filo-principesca contrastata da parte delle correnti liberali con manifestazioni e attività affidate soprattutto alla stampa clandestina.
L’argomento “Costituzione” era nell’aria, ma soprattutto nella coscienza di un’opinione pubblica prossima ormai a diventare forza maggioritaria. Nel 1846 l’ascesa al trono pontificio di Pio IX aveva creato il mito di un Papa “liberale” fino al punto che, con le prime forme della libertà di pensiero, di stampa, di associazione e di autogoverno, anche in Vaticano si arrivò a concedere la sospirata Costituzione. Ma pure Leopoldo si distinse per l’impegno riformatore: il 6 maggio 1847 veniva concessa la libertà di stampa e il 4 settembre creata una Guardia Civica. Nello stesso periodo il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno di Sardegna firmavano i Preliminari della Lega doganale, da tutti salutata come premessa di future maggiori integrazioni. Il 17 febbraio 1848, Leopoldo II concedeva la Costituzione (sulla stessa linea Carlo Alberto di Savoia e Ferdinando II delle Due Sicilie), che si distingueva dalle altre per il concedere pieni diritti ai cittadini di tutte le religioni; eventi, questi, che significavano la plateale sconfitta della politica della Santa Alleanza e della Restaurazione in genere. Le concessioni delle Carte costituzionali non devono però essere interpretate come atti maturati in seguito a una conversione improvvisa dei regnanti del tempo alle ragioni della Democrazia. Dietro a queste concessioni, cioè, vi era il timore di perdere il trono e la precisa volontà politica di disinnescare l’iniziativa rivoluzionaria; tant’è vero che, alla prima occasione, le Carte furono immediatamente ritirate.
Nell’agosto del 1848, in seguito a violentissimi tumulti avvenuti a Livorno – che segnalavano una situazione ormai entrata in una fase inarrestabile – Leopoldo fu costretto a licenziare il moderato Gino Capponi e ad affidare il governo agli ultrademocratici Francesco Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli (ottobre 1848). A questo punto il Granduca si ritrova prigioniero della contraddizione che la sua stessa persona rappresentava, perché il lasciare spazio alle rivendicazioni delle opposizioni – che in più di un’occasione il Granduca aveva mostrato di apprezzare – significava collaborare alla distruzione del suo trono. A Leopoldo non restava quindi che abbandonare la scena per indirizzarsi alla volta di Gaeta e ricongiungersi con Papa Pio IX, anch’egli transfuga dalla Rivoluzione Romana. Nel frattempo, l’8 febbraio 1849 era giunto a Livorno Giuseppe Mazzoni, accolto da un popolo in tripudio: fu proprio lui ad annunciare la fuga del Granduca e della sua famiglia, con la folla che inneggiava alla Repubblica. Il 9 febbraio venne istituito un triumvirato composto da Francesco Domenico Guerrazzi, Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni, (figura 97), che scrisse una nuova Costituzione e proclamò, il 15 febbraio 1849, la Repubblica.
Anche a Roma era stata proclamata la Repubblica (9 febbraio 1849), ma per crollare cinque mesi dopo la sua nascita; e ancor più breve fu quella toscana, che si esaurì il 12 aprile 1849. La fine dell’esperienza repubblicana – in buona parte dovuta alla politica massimalista del Triumvirato – aprì la strada al ritorno del Granduca Leopoldo (28 luglio 1849), accompagnato da un nutrito contingente di truppe austriache, alla nascita di un governo provvisorio e ad una Restaurazione priva di persecuzioni, ma comunque intransigente. La Toscana rinsaldò l’alleanza con l’Impero d’Austria; vi fu una nuova intesa con la Sede apostolica, che fece strame delle laiche rivendicazioni settecentesche e, come prevedibile, fu ritirata la Costituzione concessa nel 1848. Quei giorni dovettero apparire davvero tristi e desolanti a chi aveva sperato che fosse giunto il momento della fine del dominio straniero in Italia; ma, così come le fugaci Repubbliche, anche questa seconda Restaurazione si rivelò illusoria.
A partire almeno dal 1852, riprende con forza una propaganda fatta di carta stampata – libri, giornali, riviste, relazioni di incontri e convegni – e di parole che, più o meno segretamente, si muovono sulle gambe di personaggi provenienti dal settentrione della Penisola, impegnati nell’azione di diffusione dell’idea nazionale. Fra 1857 e il 1858, l’avvicinamento del Regno di Sardegna all’Impero francese di Napoleone III, chiaramente leggibile in chiave antiaustriaca e quindi italiana, destò un vasto consenso in terra toscana. Il Granducato reggeva soltanto in virtù dell’ordinata amministrazione e di quell’apparenza di pace e di ordine che era riuscito a ristabilire, ma la sua sussistenza di Stato era ormai, nella maggior parte della coscienza comune, arrivata al capolinea. Quando, nella primavera del 1859, l’intesa franco-piemontese, superati gli ultimi ostacoli, dichiarò un’ostilità esplicita nei confronti dell’Austria, la Toscana prese decisamente le parti della causa italiana e nazionale.
Furono proprio i moti popolari dell’aprile 1859 a determinare la nuova situazione: in tutte le piazze, da Firenze a Livorno, da Pisa a Siena, da Massa a Pistoia ad Arezzo, si chiedeva l’affiancamento del Granducato all’alleanza franco-piemontese e la partecipazione diretta alla guerra contro l’Austria. La comparsa fitta e insistente del tricolore italiano apparve un evento non soltanto simbolico. Al Granduca Leopoldo, che si era reso conto della situazione, non restava che prenderne atto: e accettarla,implicava fatalmente l’abbandono dello Stato. Nella notte del 27 aprile del 1859, il Granduca prendeva la via del settentrione, per ritirarsi – forse pensava provvisoriamente – nel sicuro riparo offerto dalla Corte di Vienna. Ma ormai la partenza del principe era definitiva. Non ci sarebbe stato più ritorno; la fine del Granducato era segnata in modo irrevocabile. Gli avvenimenti che si succedettero in Toscana all’indomani del 27 aprile procedettero in modo rapido e quasi precipitoso, in armonia con il ritmo serrato della vicenda nazionale.
A Firenze si formò subito un governo provvisorio, composto da un secondo Triumvirato – Ubaldino Peruzzi, Vincenzo Malenchini e Alessandro Danzini – che provvide, oltre che ad inviare truppe toscane nel settentrione della penisola, a rafforzare il fronte franco-piemontese già impegnato nelle operazioni militari contro l’Austria e a offrire la “Dittatura” toscana al Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II. L’Armistizio di Villafranca (11 luglio 1859) tra Napoleone III e Francesco Giuseppe, che interruppe la vittoriosa campagna nazionale, parve per un momento pregiudicare di nuovo le sorti della Toscana, poiché negli accordi intercorsi fra i due Imperatori si prevedeva il ritorno dei Lorena. Il Granduca Leopoldo, pensando forse di favorire il ritorno della sua dinastia, il 21 luglio 1859, abdicò in favore del figlio Ferdinando IV (1835-1908) (figura 98).
Ma l’iniziativa non era più nelle mani dei Lorena: Ferdinando IV, di fatto, non regnò mai. L’Assemblea rappresentativa chiamata a decidere le sorti della Toscana, il 16 agosto del 1859, si pronunciava per la decadenza della dinastia austriaca e si dichiarava disponibile a “fare parte di un Regno Costituzionale sotto lo scettro del Re Vittorio Emanuele”. La linea toscana s’incontrava perfettamente con il disegno sabaudo e cavouriano. Il 7 novembre del 1859 il Principe Eugenio di Savoia-Carignano assumeva la reggenza della Toscana, mentre la Costituzione piemontese era assunta in via provvisoria come Statuto valido per l’ex Granducato; e finalmente il Plebiscito dell’11-12 marzo 1860 decise, con una schiacciante maggioranza, l’unione della Toscana alla Monarchia sabauda. Iscritti a votare: 534.000; votanti: 386.445; voti favorevoli: 366.571; contrari: 14.925; astenuti: 4.949. Il decreto di unione fu del 22 marzo. Per la Toscana, la vicenda risorgimentale era compiuta. Ciò che restava dell’anno 1860 fu impegnato nella progressiva unificazione della Penisola. Il Regno d’Italia era la nuova realtà, e la Toscana ne faceva parte.



