di Ferdinando Cocciolo
La grande vittoria di Vincenzo Nibali al Tour de France 2014, il simbolo del ciclismo che vogliamo. Ma anche il trionfo dello sport italiano, di un’Italia che vuole rialzarsi
Il “grande sogno” che diventa realtà. Sì, un italiamo finalmente in maglia gialla, 16 anni dopo Marco Pantani. Lo “Squalo dello Stretto” Vincenzo Nibali non ha vinto… ha stravinto il Tour de France 2014, dominando dall’inizio alla fine. Ci ha regalato il sogno ogni giorno, restituendo “fame” e credibilità ad un ciclismo italiano (e non solo) che aveva davvero bisogno di questo successo. Vincenzo Nibali, probabilmente un predestinato, ormai entrato a pieno titolo nell’”olimpo dei grandi”, capace di vincere tutte e tre le grandi corse a tappe (Giro, Tour e Vuelta), come Anquetil, Gimondi, Merckx, Contador, Hinault. Quel “ragazzo dalla faccia pulita” (e il ciclismo, ora più che mai… ha sempre più bisogno di facce pulite) che piace così tanto alla gente, che ha conquistato il “sogno” sempre coltivato sin dai primi passi in bicicletta, ce l’ha fatta, il Tour de France è sembrato spesso un miraggio, ma lui, molto probabilmente, ci credeva già nel 2012, quando arrivò terzo dopo Wiggins e Froome.
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Vincenzo è oggi il ciclismo italiano, il suo orgoglio, il nostro corridore più forte e coraggioso, che sta (gradino per gradino) consolidando un percorso iniziato molto bene già nel 2010. Terzo nel Giro d’Italia vinto dal compagno di squadra nella Liquigas Ivan Basso. Un grande Ivan Basso, ma altrettanto lo è stato Vincenzo, fedele scudiero di Ivan, ma poi libero di correre e pensare nella Vuelta di Spagna. La Vuelta 2010, stravinta, primo importante tassello di una carriera vittoriosa (da corridore completo, capace di andar forte sia nelle gare a tappe, sia nelle classiche) che sta diventando straordinaria, piena di soddisfazioni, ma anche di impegno e sacrifici. E finalmente il Giro d’Italia è suo nel 2013, quando, passato all’Astana e svincolatosi anche da Ivan Basso, porta la maglia rosa sino a Brescia. Stagione 2013 in cui solo il 42enne Horner riesce a soffiare a Vincenzo una Vuelta che avrebbe ampiamente meritato. Poi, un quarto posto al Mondiale di Firenze vinto da Rui Costa, caratterizzato da tanta sfortuna ma molto significativo, proprio per quella caratura di grande campione che questo Tour de France ha avvalorato e consolidato.
Vincenzo ha impostato il suo 2014 soprattutto sulla Grande Boucle (rinunciando al Giro d’Italia), ma la stagione per il siciliano non è iniziata proprio nel migliore dei modi. La vittoria non arrivava sino al 27 giugno, giorno in cui Vincenzo si laurea Campione d’Italia su strada, dominando su un percorso molto adatto alle sue caratteristiche. Dunque, “crocevia” importante per il Tour de France, dove sarebbe andato con il grande onore della maglia tricolore, ma ben consapevole di dover sfidare due fuoriclasse del calibro di Chris Froome e Alberto Contador. Froome e Contador che non ci sono sul podio finale di Parigi, ma sicuramente non per colpa di un Nibali che già nella prima impegnativa fase del Tour (soprattutto sul pavè) aveva ampiamente dimostrato di essere il più forte. Sicuramente la sfortuna e le cadute (soprattutto per quanto riguarda lo spagnolo) hanno tolto di mezzo coloro che avrebbero voluto misurarsi con Vincenzo sui Pirenei e le Alpi. Ma con i “se” e i “ma” non si costruiscono le vittorie, e quest’anno il Tour de France ha “parlato solo una lingua”, quella del padrone, del patron, dello Squalo Vincenzo Nibali.
Una graduatoria finale con distacchi abissali. Vincenzo Nibali maglia gialla, secondo Jean Christophe Peraud a 7 minuti e 52, terzo l’altro francese Thibaut Pinot a 8 minuti e 24 secondi, il deluso Valverde a 9 minuti e 55, Tejay Van Garderen a 11 minuti e 44, Roman Bardet a 11 minuti e 46. Sul podio, insieme a Vincenzo, il ciclismo francese, con due corridori che sono andati forte in salita, e hanno tentato di mettere in difficoltà lo Squalo, senza riuscirvi.
Il “monologo” di Vincenzo Nibali che, dalla seconda tappa con arrivo in Inghilterra a Sheffield (tranne il giorno in cui è stato costretto a cedere la maglia gialla a Tony Gallopin), ha portato sino alla fine il simbolo di un risultato storico.
Parecchi dubitavano di Vincenzo, ma lui li ha subito smentiti con una tenacia, una determinazione e una rabbia agonistica forse mai espressi nella sua carriera. E Contador e Froome già staccati nella seconda tappa, in quella “mini Liegi” che sembrava quasi “disegnata a misura” per il primo affondo di Vincenzo. Domenica 6 luglio, tappa con salitelle e cotes che avrebbe sicuramente permesso attacchi e fughe. Vincenzo è stato puntuale, scattando in contropiede dal gruppo principale a 100 metri dal traguardo e trovando vittoria e maglia. Successo arrivato troppo presto e a questo punto anche gestione abbastanza difficile della situazione da parte dell’Astana? Lui non è d’accordo, vuole insistere, anche perché, probabilmente, si è già reso conto che può competere ad armi pari con i rivali Contador e Froome, anzi… Intanto, si avvicina la tappa più temuta da tutti nella prima parte del Tour De France, l’arrivo nella mitica Foresta di Aremberg (con sette settori di pavè, insomma una specie di Parigi-Roubaix) che potrebbe creare problemi a qualche favorito. E così è stato, con il clamoroso ritiro di Froome a causa di due cadute, ma soprattutto con l’exploit, la grande prestazione del siciliano. Vincenzo Nibali agile e fluido sulle pietre, all’attacco sin dal secondo settore di pavè, che arriva terzo, dopo Lars Boom. Una squadra solida e perfetta quella di Vincenzo che segna la prima impresa, con Alberto Contador staccato di 2 minuti e 35.
Un duro colpo inflitto ai concorrenti, probabilmente imprevisto, insperato dallo stesso Vincenzo Nibali che, a conti fatti, è stato, al di là dei grandi successi in salita del leader dell’Astana, il momento decisivo. Froome fuori, Contador im grande difficoltà, insomma… il Tour è nelle sue mani. E iniziano le prime salite, si va sui Vosgi. Lunedì 14 luglio, decima tappa: persa per un giorno la maglia gialla, Vincenzo ritorna padrone sulle strade francesi. Nel giorno sfortunato di Alberto Contador (cade, resiste un po’ ma poi si ritira), fa capire una volta per tutte chi è il più forte in salita. Parte a 3 chilometri dal traguardo, sulla salita finale di La Planche des Belles Filles, e non ce n’è per nessuno, neanche per un Alejandro Valverde che ancora spera di vincere il Tour de France. È un Nibali esplosivo, con 395 watt medi di potenza.
Iniziano anche le prime malignità francesi sui successi di Vincenzo, e le “accuse” di essere molto fortunato, perché è fuori gioco colui che sarebbe stato sicuramente l’avversario, ovvero Contador. Ma Vincenzo continua, intende rispondere soprattutto con i fatti, attraverso anche una lucidità tattica fuori dal comune. E vuole vincere con addosso la maglia gialla. Venerdì 18 luglio: sulle Alpi va a riprendere Konig e Majka, per poi scappare in solitaria ai meno 3. Allunga in classifica su Valverde ed elimina definitivamente dalla classifica Richie Porte. Valverde e Pinot perdono 50 secondi. Tre vittorie di tappa, il ciclismo italiano che gongola, ma non è finita qui.
I giorni passano, gli avversari (o meglio quello che è rimasto) si arrendono, ma Vincenzo vuol lasciare il segno anche sui Pirenei e ottenere il poker. Nella tappa regina del Tourmalet, giovedì 24 luglio, l’alfiere dell’Astana scatta già a 10 km dalla conclusione, con una potenza e un ritmo devastante. È il poker, l’ideale complemento ad una grande impresa che dunque fa entrare Vincenzo Nibali nella leggenda del ciclismo. Un trionfo che fa bene al ciclismo italiano, allo sport italiano che ha sopportato la grande delusione dei Mondiali di calcio. Il trionfo di un grande corridore, ma anche e soprattutto di un grande uomo, umile, ben voluto da tutti, anche da avversari e colleghi.
La vittoria di Vincenzo, ma anche di una squadra compatta e solida, con un Michele Scarponi commovente, che da leader si è trasformato in gregario. La foto, nel corso dell’ultima tappa di Parigi per velocisti (vinta da Marcel Kittel), di Vincenzo con tutti i corridori italiani che hanno partecipato al Tour, è eloquente.
Il trionfo di Vincenzo, degli italiani, di un Paese che vuole rialzarsi. Del ciclismo “pulito”.


