di Francesco Gori
Questa settimana un piccolo salto indietro nel tempo, precisamente al 2003, anno di produzione de La Meglio Gioventù, film diretto da Marco Tullio Giordana.
Tutto comincia l’estate 1966 in quel di Roma. I fratelli Carati, Matteo (Alessio Boni) e Nicola (Luigi Lo Cascio), sono negli anni migliori della gioventù: studiano all’università, hanno dalla loro bellezza e carisma, non mancano le feste, le auto, la vespa, le ragazze, gli amici (in particolare Carlo, Fabrizio Gifuni), tutto quello che si può avere a quell’età. Ma il tempo avanza e il futuro è tutto da disegnare. Il 1966 sarà l’anno della svolta per entrambi: Matteo è intelligente, legge moltissimo, è dotato di una particolare sensibilità che mette in mostra in più occasioni – come nel caso dell’incontro con Giorgia (Jasmine Trinca), ragazza in cura per disturbi nervosi – ma la sua aggressività non regge il confronto con la società e i suoi contenitori; se ne va da un esame universitario (contraddice il professore, preferendo il ribelle Cecco Angiolieri al poeta religioso Sennuccio Del Bene) e, dopo un viaggio per riportare a casa Giorgia, parte militare, arruolandosi poi nelle forze dell’ordine. Nicola, più equilibrato, strappa allo stesso tempo un bel 30 e prosegue gli studi. Si ritroveranno a Firenze, il primo mandato a fare un servizio, il secondo come “angelo del fango” dopo una parentesi in Norvegia. Qui Nicola conosce Giulia (Sonia Bergamasco) che decide di seguire a Torino. La storia prosegue in Piemonte, in pieno Sessantotto, dove disordini e proteste contro l’avanzare di consumismo e capitalismo uniscono studenti e operai.
Gli anni passano e le vite si evolvono. Matteo, durante un trasferimento a Palermo, conosce la fotografa Mirella (Maya Sansa) che ritrova successivamente a Torino ma, nonostante l’intesa, non riesce a legarsi a lei e soprattutto a superare i suoi ostacoli interiori. Dall’unione di Nicola, diventato psichiatra, e Giulia nasce invece una bambina – Sara – ma il rapporto tra i due si logora finché una notte la donna decide di abbandonare la famiglia, legandosi alle Brigate Rosse e diventando negli anni una ricercata, fino a cattura e carcerazione.
Sei ore di visione, le prime quattro dense di eventi ed emozioni continue, fino al raptus suicida (che non svelo per chi non lo avesse visto) che conclude un primo ciclo familiare e fa da motivo conduttore dell’ultima parte, due ore che in parte annoiano, cercando – tra la scoperta di un figlio nascosto, una riconciliazione scontata e belle immagini dall’isola di Stromboli – una fine buonista che doveva arrivare prima. Ma è l’unica pecca di una pellicola straordinaria ed emozionante.
Un affresco dell’Italia dal 1966 al 2003 dove la famiglia Carati (il padre Angelo è interpretato da Andrea Tidona, la madre Adriana da una bravissima Adriana Asti) con i suoi due fratelli è l’epicentro dei numerosi avvenimenti esterni: il calcio – dalla disfatta della nazionale italiana con la Corea nel 1966 ai mondiali vinti nel 1982, le contestazioni del 1968, lo scandalo dei manicomi, il terrorismo degli anni Settanta, la crisi della Fiat, la strage di Capaci del 1992, Tangentopoli. I due protagonisti sono costantemente agli antipodi: sia concretamente, Matteo voleva fare lo psichiatra ma a diventarlo è Nicola e la professione di poliziotto lo porta a scontri con lo stesso fratello nel Sessantotto e poi con il mondo intero, su un piano che non è il suo; sia interiormente, in quanto il primo non riesce a superare la paura dei sentimenti (con Mirella, con i genitori, con la vita stessa) mentre il secondo ci è costantemente dentro, con la sua saggezza e generosità anche nei confronti di chi non la meriterebbe (Giulia).
Epopea che racchiude in sé infiniti temi, dalla malattia che arriva improvvisa e ammorbidisce i cuori – producendo paura ma capace di riavvicinare (il caso del padre o del compagno militare di Matteo) -, alle difficoltà nei rapporti umani, a quelle generali dell’esistenza che solo la giovinezza riesce a battere. Significativo il passaggio in cui Matteo, in una piccola biblioteca, legge a Giorgia un estratto di una poesia tratta dall’Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Masters:
La percentuale della Vita è difficile coprirla;
essa serve le carte per cogliervi debole
e non per incontrarvi in piena forza.
E vi dà settant’anni per giocare:
se non riuscite in settant’anni,
non riuscite mai più.
Andatevene dalla stanza se perdete
andatevene, quando il vostro tempo è finito…
I protagonisti provano a giocare, ma non tutti ci riescono.
Bravissimi Luigi Lo Cascio, Alessio Boni e Jasmine Trinca. Colonna sonora notevole dove agli italiani Mina e Fausto Leali si alternano musiche di Fats Domino, Bach, Mozart, Cesária Évora e Astor Piazzolla.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.




Gran bella recensione: suggestiva ed emozionante, rende giustizia a un film importante per la storia non solo del cinema ma anche del costume italiano…
Ottima sintesi di un film molto bello, che, se ha un difetto, è quello di essere un “fumettone” onnicomprensivo, che imbeve gli eventi di un sapore alquanto autocompiaciuto del tipo “che generazione speciale siamo stati”. Ma resta una panoramica di storia italiana – globale e privata – di primissima categoria.
Un bel film, ricordo di averlo apprezzato e vissuto con passione