LA PENA DI MORTE NEL MONDO

di Claudia Boddi

Ogni anno l’associazione “Nessuno Tocchi Caino” pubblica un rapporto sulla pena di morte nel mondo che costituisce il documento di riferimento per le elaborazioni e le consultazioni di politici e giornalisti e per chiunque cerchi una fonte attendibile sul tema.

Una sedia elettrica (adriani.altervista.org)

A oggi di fronte a 54 paesi, nei quali c’è ancora il boia di stato (erano 60 un anno fa e 61 due anni fa) che decide chi deve vivere e chi morire, 142 sono le nazioni che, invece, hanno abolito la condanna mortale dai loro ordinamenti o che non la applicano più da almeno dieci anni.

Partendo dall’assunto di base che vede nella funzione rieducativa della pena il fulcro centrale del complesso giudiziario dei paesi contrari all’esecuzione capitale, è opportuno sottolineare – a beneficio di chi ancora creda che la pena di morte sia una pratica tipica delle società arretrate – che accanto a tutti gli stati del Consiglio d’Europa (la Russia, che la mantiene ancora all’interno dell’assetto governativo, è impegnata nella sua abolizione) anche buona parte dell’Africa sia ormai schierata contro di essa. Sono “abolizionisti di fatto” ormai da molti anni paesi come: il Benin, il Burkina Faso, il Congo, il Camerun, l’Eritrea, il Gabon, il Gambia, il Ghana, il Kenia, il Madagascar, il Malawi, il Marocco, la Mauritania, il Niger, lo Swaziland, la Tanzania, il Togo e la Tunisia mentre hanno eliminato la condanna letale dai loro codici: la Costa d’Avorio, il Senegal, la Repubblica Sudafricana, la Guinea Bissau, la Namibia, l’Angola e il Mozambico.

Viceversa, tra le 11 “democrazie liberali” (come riporta la definizione della Freedom House) che conservano la pena di morte nei loro ordinamenti troviamo, oltre alla Corea del sud, Stati Uniti, Giappone, Bahamas e Taiwan ma anche l’India – la democrazia più grande del mondo – che ha reso esecutiva l’ultima condanna nel 2004. I dati riferiscono che nell’ultimo anno e mezzo cinque paesi hanno nuovamente adottato l’esecuzione capitale, dopo anni di sospensione, tra questi: l’Anp di Abu Mazen, che non eseguiva condanne dal 2002, riprendendo l’anno scorso.

Ma, nonostante le esecuzioni mortali vengano considerate ancora “segreto di stato” dal regime di Pechino, secondo le stime di Lui Ren Wen – docente all’Accademia delle scienze sociali cinesi -, il primato mondiale nell’applicazione delle condanne resta ben saldo nelle mani della Cina. I numeri parlano di circa 8.000 condanne eseguite ogni anno. Questo dato, oltre a suscitare l’indignazione delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, sta cominciando a smuovere le coscienze – e non solo quelle – degli esperti legali e dei mezzi di informazione cinesi – come riferisce in un’intervista il Responsabile dell’associazione NTC -. Noto alle cronache mondiali, a questo proposito, l’ammonimento, giunto nei mesi scorsi, da parte di Wen JiaBao – leader politico e di opinione – che ha intimato di “usare le condanne a morte con prudenza” e ha rimesso alla Corte Suprema la responsabilità di confermare o meno le pene. Dalla sede di “Nessuno Tocchi Caino” fanno sapere che la restituzione alla Corte Suprema di questo potere esclusivo dovrebbe portare a una notevole riduzione del numero delle esecuzioni praticate nel paese.

La strada verso un trattamento civile della popolazione deviante nei diversi stati del mondo è lunga ma speriamo, un giorno, di poter parlare della pena di morte alle prossime generazioni come una pratica in uso nel passato finalmente superata.

One Response

  1. Giovanni Agnoloni 26/04/2012

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