LA PIETÀ DI KIM KI-DUK, LEONE D’ORO A VENEZIA

di Francesco Gori

Leone d’oro al Festival di Venezia, Pietà di Kim Ki-Duk è un film che non può lasciare indifferenti. Avevamo già parlato del regista coreano a proposito di una delle sue creazioni più riuscite, ovvero Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, sottolineandone qualità e magia. Anche stavolta, seppur in maniera diversa, lo sceneggiatore nato a Bonghwa non finisce di stupire.

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Il contesto non è certo il tempio in mezzo alla natura di Primavera, bensì il quartiere povero di una città del sud della Corea, teatro di incroci tra debitori e aguzzini. La figura cardine di questi ultimi è Lee Gang-do (Lee Jung-jin), 30enne senza scrupoli che, agli ordini della sua organizzazione malavitosa, passa le giornate a riscuotere interessi del 1000%. Con la forza si prende anche i soldi che gli emarginati artigiani non hanno: mutilando i loro corpi riscuoterà il premio dell’assicurazione.

Scene brutali, così come la faccia senza sorrisi di Lee, sdrucito nell’anima come i suoi vestiti, plumbeo come il clima nel quale si svolgono i fatti, rosso di collera come il sangue degli animali che squarta per cibarsi. Durante la caccia a una gallina, ecco che spunta una donna (la bravissima Min-soo Cho) che gliela consegna. Il ragazzo non conosce la parola “grazie”, ma conoscerà ben presto l’inconoscibile: un’affettività da tempo repressa. La donna lo segue, finché si dichiara sua madre, scusandosi per averlo abbandonato da piccolo. La resistenza che si trova davanti è notevole e raggiunge il suo apice in una scena di cruda visione (che non svelo volutamente), quanto di eccelsa efficacia: è qui, all’estremità del gesto umanamente più deprecabile che la pietas si manifesta in Gang-do. Che pian piano torna a provare empatia verso l’essere umano, torna a sorridere, a gioire come un bimbo al luna park. Già, adesso non è più solo. Ma la paura di perdere la madre lo porterà dalla parte opposta della barricata in cui era sempre vissuto. Il finale thrilling, che sorprenderà, è tutto da seguire.

Pietà, solitudine, vendetta.

La pietà verso gli altri, ma anche verso se stessi, in questo caso. Il rispetto per la vita altrui, ma in primo luogo per la propria che, lontano dai sentimenti, non è vita. L’uomo non ha scelta, il cuore duro di Lee ne è un esempio.

La solitudine, poi. Quell’eterna voragine di vuoto che attanaglia l’intero universo-uomo, bisognoso come acqua nel deserto (citazione celentaniana da Ti penso e cambia il mondo) di relazioni umane, pena la fine.

Infine la vendetta: quel dolce sapore di “farla pagare” a chi ci ha umiliato, mutilato in corpo e mente.

Condizioni comuni a ogni essere umano: non lo dico io, lo dicono le pagine dei giornali, lo hanno detto vecchi saggi, lo diceva Tiziano Terzani che in ognuno di noi c’è tutto: “In realtà dentro di me c’è anche un assassino, un ladro, un adultero, però tutto questo è controllato dalla coscienza. La vita è fatta dagli opposti. L’equilibrio degli opposti è la vita. L’assurdità del mondo di oggi, specialmente quello occidentale che è sempre stato in qualche modo monoteista, è l’idea che bisogna far fuori uno di questi affinché l’altro predomini”.

Kim Ki-Duk è specialista della messa a nudo del brutto che è in noi, del gioco tra gli estremi, dei silenzi che parlano. In mezzo a tali condizioni umane sta qui anche il viscido denaro, forzatamente centro di gravità, moneta di scambio necessaria per procurarsi la sussistenza.

Un’opera dura, condita di violenza. Non è la prima volta, basti pensare ad esempio a L’isola. Non mancano né la stranezza difficilmente interpretabile da una mente occidentale (vedi Ferro 3), né i simbolismi di cui è denso L’arcoPietà, pur contenendo parte di ognuno di questi elementi, denota anche delle peculiarità, come lo spostamento del genere del film che a tratti diventa thriller ingarbugliato, una maggiore dose d’azione e tempi pieni (lui, maestro di quelli “vuoti”) e l’assenza di speranza. Il coreano è regista che seduce, che si gongola nel dramma, ma che se ne fa anche maestro. Forse per averlo provato in prima persona, del resto il documentario Arirang ne è una prova.

La dicotomia tra odio e amore è forte. Nei suoi film, e nei giudizi su di essi da parte degli spettatori.

One Response

  1. FRANCESCA 28/09/2012

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