di Marie-France Gilibert
Il 5 marzo 1966 si spengeva Anna Achmatova, uno dei più grandi poeti russi (così amava farsi chiamare, piuttosto che poetessa). Il servizio funebre, come lo aveva richiesto, fu celebrato nella Cattedrale di San Nicola – l’unica chiesa di Leningrado aperta al culto – e migliaia di persone vennero a renderle omaggio. In mezzo alla folla molto commossa, un giovane poeta piangeva accoratamente, Iosif Brodskij. Le dedicherà un bellissimo saggio, “Il Canto del Pendolo“, nel quale scriverà: “Anna Achmatova è uno di quei poeti che semplicemente avvengono… arrivò attrezzata di tutto punto e non somigliò a nessuno“.
Difatti la sua vocazione fu precoce: a tredici anni aveva già letto in francese tutto Baudelaire e Verlaine, e incominciava a scrivere poesie. Nel 1912, a solo 23 anni, pubblica la sua prima raccolta, Sera, ben presto seguita da Rosario: sono brevi liriche, piccoli gioielli, nelle quali un’emozione, un sentimento si esprimono per mezzo di un gesto, un oggetto, un suono. La lingua è semplice, essenziale. Il tema principale: l’amore, il quale “a volte sotto il ghiaccio che splende” può essere “la visione di un fiore. / Ma conduce, in segreto, a colpo sicuro, / Lontano dalla gioia tranquilla.” È l’amore che fa soffrire, la constatazione dolorosa delle “solitudini in due“, delle separazioni, degli incontri mancati, e solo il fervore religioso riesce a lenire questa sofferenza. Come non ricordare, emblematica fra tutte, la bella poesia:
“La porta è socchiusa
dolce respiro dei tigli…
Sul tavolo, dimenticati,
un frustino ed un guanto.
Giallo cerchio del lume…
tendo l’orecchio ai fruscii.
Perché sei andato via?
Non comprendo…
Luminoso e lieto
domani sarà il mattino.
Questa vita è stupenda,
sii dunque saggio, cuore.
Tu sei prostrato, batti
più sordo, più a rilento…
sai, ho letto
che le anime sono immortali.”
L’aspirazione a un amore-totalità, possibile soltanto in un’altra sfera, si realizzerà molto più tardi nella poetica della maturità; ne è testimonianza la stupenda Visita notturna, datata 1963: “Non dovrai su un asfalto di foglie cadute / Attendermi a lungo. / Tu ed io nell’Adagio di Vivaldi / C’incontreremo di nuovo…“.
Il successo delle sue prime raccolte è folgorante: è la diva della “Bohème” pietroburghese, la “Regina della Neva“, e nei salotti letterari si gioca al “recitare Rosario“. Sono gli indimenticabili anni Dieci, quelli della gioventù, della bellezza, quelli dei raduni al “Cane Randagio“, il famoso cabaret pietroburghese che Anna ha immortalato nei versi “Sì, li ho amati quei raduni notturni: / i bicchieri ghiacciati sparsi sul tavolino“, anni mitici che rievocherà poi magnificamente nel Poema senza eroe.
Poi la catastrofe, la guerra. Anna non condivide gli entusiasmi bellicosi dei suoi amici, e la dichiarazione di guerra la angoscia profondamente: “Invecchiammo di cent’anni, e accadde / nel corso di un’ora sola“. Così scrive nella poesia intitolata In memoria del 19 luglio 1914.
Poi la Rivoluzione, ancor più terribile, “Tutto fu depredato, tradito, venduto, / nera balenava l’ala della morte” e il vecchio mondo che crolla. Sono gli anni della fame, del freddo, della malattia – la tisi -, della repressione. I cari, gli amici scompaiono nella tormenta rivoluzionaria. Il suo primo marito, Nicolaj Gumilev, è fucilato per complotto monarchico. Risuonano come un requiem i versi desolati:
“L’autunno macchiato di lacrime, come una vedova
in nere gramaglie, oscura ogni cuore…
Ricordando la voce del marito,
singhiozza disperata“
e l’autunno diventerà ormai simbolo del lutto. Per l’amico tanto amato Aleksandr Blok, che si è lasciato morire di fame, scrive la struggente e bellissima poesia “Oggi è il giorno della Madonna di Smolensk“. Queste liriche fanno parte della raccolta pubblicata nel 1922, e che porta il titolo significativo di Anno Domini. La tonalità è cambiata. Certo, il binomio amore/sofferenza non scompare, l’Achmatova fedele a se stessa farà sempre della tematica amorosa il centro della sua poetica, ma il dolore esistenziale lascia posto al tragico e alla presa di coscienza del suo ruolo di poeta. Sente ormai l’obbligo morale di essere la voce del suo popolo, e a chi le consiglia di emigrare risponde, sdegnata: “Non sto con chi ha abbandonato la sua terra / allo scempio del nemico”.
Il rifiuto dell’esilio non la salverà dalla repressione. Il registro intimo, mistico, della sua poesia appare incompatibile con la nuova realtà socialista. Accusata di essere una figura del passato e di essere “l’esiliata dall’interno”, viene costretta al silenzio, e fino alla lenta e cauta riabilitazione degli anni Sessanta non potrà pubblicare quasi niente.
Fedele al suo paese, è fedele anche agli amici e, coraggiosamente, va a trovare il caro Osip Mandel’stam allora confinato nella città di Voronez: “La città tutta è coperta di ghiaccio. / Come sotto un vetro, alberi, muri, neve. / …… / Ma nella stanza del poeta in disgrazia / vegliano a turno la paura e la Musa. / Ed una notte avanza / che non conosce aurora”. In memoria degli amici scomparsi, quasi tutti vittime della repressione o della persecuzione, scrive liriche vibranti e addolorate: a Mandel’stam, a Pasternak, Cvetaeva. Negli anni Sessanta le raggrupperà sotto il titolo Un serto ai morti.
Nel 1938 la repressione la colpisce ancor più duramente: suo figlio, Lev, è arrestato e condannato ai lavori forzati. Per 17 mesi, nell’attesa della sentenza, Anna si reca tutte le mattine davanti al carcere in cerca di notizie. L’episodio è ben noto: nell’interminabile fila davanti al carcere, Anna viene riconosciuta e si sparge la notizia della sua presenza. Allora, una donna le si avvicina e le chiede “Puoi descrivere questo?”, la sua risposta è Requiem, tragica testimonianza della feroce repressione staliniana. Nella didascalia iniziale del poema, Anna ribadisce la sua solidarietà con il popolo russo:
“No, non sotto un estraneo cielo,
non al riparo d’ali estranee:
ero allora con il mio popolo,
là dove il mio popolo, per sventura, era“.
In quegli anni comincia anche a scrivere il Poema senza eroe, al quale lavorerà per più di vent’anni. È un’opera complessa e affascinante, nella quale il passato e il presente si contrappongono continuamente. Il passato è il mitico anno “novecentotredici“, il presente l’ultima notte del “novecentoquaranta“, sovrastata dal “rimbombo” della città assediata. Due epoche – la prima una festa in maschera, l’altra un Capodanno solitario in tempi di guerra – opposte, ma forse, poi, neanche più di tanto. Difatti, l’allegria della “mascherata” è più apparente che reale, è “l‘infernale arlecchinata” che corre precipitosamente “verso un’ignota destinazione“, verso il ” Secolo Ventesimo, / autentico, non da calendario“, il tempo della sciagura. Invece, il triste Capodanno, l’autrice lo trascorre “sotto il tetto della casa della Fontana“, davanti al “vecchio acero“.
È la casa rifugio tanto amata, dove irrompe, prepotentemente, la Poesia, che sarà la sua ospite “appena si scatenerà il tema, / eccolo picchiare il pugno alla finestra“, e che le impone di scrivere il poema. In realtà, i tempi si sovrappongono, si riflettono l’uno nell’altro, e legami sotterranei, segreti, uniscono il passato al presente. “La Russia / davanti a me marciava verso Oriente“, così Anna chiude il Poema senza eroe: è la Russia eterna, profonda, che risorge, ed è la poesia che permette di riconoscerla.
La poesia e la memoria consentono di resistere agli urti della storia e all’oppressione. Lo sa bene la folla che, riconoscente, è venuta ad accompagnare Anna Achmatova nel suo ultimo viaggio.




…fascino..forza..nostalgia…bastano poche parole per entrare in un mondo di rara intelligenza e poetica ammaliante….
Ha ragione, è proprio ammaliante, con il suo modo così personale e così magico di fondere tutto, gli assenti con i presenti, la gioia con gli affanni, le immagini, i suoni, … e gli inverni ” arabescati ” e fiammeggianti….
Splendido ritratto anche se tradotto in poche righe.
Bellissimi versi lasciano intravedere un carattere fiero e dolcissimo. Grazie!!
Splendido contributo… davvero. Viene voglia di andare subito a leggere qualcosa di suo.
Anna Achmatova l’ho scoperta quando andai a visitare la sua casa a San Pietroburgo…in quelle stanze, tra i suoi oggetti personali, leggendo le sue righe impregnate di dolore e passione…una forza immensa ed una carica emotiva che ho riscontrato solo in Wislawa Szymborska…
Un personaggio, un poeta, una donna… Strana, particolare, forse matta… sicuramente folle… intrisa di quella particolare follia che illumina i veri geni… Forte di quella forza d’animo che sgorga dalla disperazione… quando il fondo lo si tocca davvero con la mano e null’altro c’è oltre il dolore… forte da tenere la testa alta anche davanti alle mura del carcere che ha inghiottito il figlio…
Ex-moglie di un poeta controtivoluzionario fucilato, amante scomoda di Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte… folle da convivere nello stesso alloggio con lui, la sua ex moglie, loro figlia e suo figlio Lev… Geniali le sue poesie… molto meno lo stile di vita con Punin…
Assolutamente strepitoso!
si vocifera d una sua relazione con Modigliani … è vero?
Che ci fosse amicizia e si frequentassero questo è certo … in quanto ad una relazione, solo loro due potrebbero confermarlo o meno … lo ammetto, non ho indagato in maniera particoalre … grazie per l’intervento paolo …