di Claudia Boddi
Sicuramente molti di voi hanno visto su La7 la trasmissione “Quello che (non) ho”, condotta da Fabio Fazio, con la partecipazione costante di Roberto Saviano e Luciana Littizzetto. La puntata di lunedì scorso si incentrava sulle parole: ognuno dei partecipanti al programma – personaggi di spicco del panorama letterario, satirico, musicale, poltico, insieme a gente comune – presentava una parola e uno scenario ad essa correlato, collegandola per lo più a racconti riguardanti il nostro sistema sociale attuale.
Tra le altre, c’è stata la testimonianza di un ventisettenne di colore, iscritto alla facoltà di ingegneria a Milano, che l’anno scorso, a causa di un esame andato male, si è visto togliere la borsa di studio e, costretto a cercarsi un lavoro per sopravvivere, ha deciso di andare a raccogliere pomodori a Nardò, un popoloso paesino nel nord-ovest leccese. Ricordo di aver sentito parlare di questa vicenda ma il suo intervento mi ha spinto ad approfondire le mie sfocate memorie.
Si tratta di un’altra – l’ennesima – storia di sfruttamento selvaggio e di maltrattamenti ai danni di immigrati, che si è verificata impunemente e per lungo tempo, nel bel paese, e della quale in molti erano a conoscenza, ma che nessuno si è mai preso la briga di denunciare, per paura o per omertà.
Flotte di persone, soprattutto uomini africani, venivano rovesciate nella masseria Boncuri e costrette a vivere in condizioni disumane, per la raccolta stagionale di pomodori e angurie. Il campo offriva solo 25 tende, da otto posti ciascuna, per un totale di 300- 400 immigrati: chi non trovava alloggio nelle tende, si costruiva baracche con materiali di fortuna o dormiva per terra. Non c’era acqua calda per la doccia, né acqua corrente, ma solo pochi serbatoi – mezzi vuoti – che dovevano servire per tutti. Assente uno spaccio all’interno della masseria: i panini erano a carico dei lavoratori e costavano quanto in una metropoli globalizzata del nord. Il lavoro si svolgeva sotto l’egida dei caporali, spesso anche loro immigrati – tunisini, per la maggior parte – che non si facevano mai vedere, ma impartivano ordini e restrizioni, amministrando un potere illegale senza volto. I lavoratori venivano stipati in un furgoncino da nove posti, dove stavano in quindici e sottoposti a massacranti turni di lavoro nei campi incandescenti, dalle tre di notte alle sei di pomeriggio.
Il 31 luglio 2011 è stata chiesta un’intensificazione del lavoro e aggiunta un’ulteriore mansione a quelle già estenuanti a cui gli immigrati erano sottoposti: scegliere a monte i pomodori da raccogliere. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso che ha spinto gli uomini a rifiutarsi e ad entrare in sciopero: nei primi cinque giorni, c’è stata un’adesione unanime delle persone che lavoravano nel campo, sono state indette assemblee, convocate riunioni con il prefetto vicario e avanzate richieste basilari e legittime. Al coro di protesta e a sostegno dei lavoratori in lotta si sono unite anche le voci del sindacato locale e di alcune associazioni antirazziste per la tutela degli immigrati della zona.
La battaglia per la legalità ha ottenuto, a livello istituzionale, la legge contro il caporalato: un provvedimento che definisce reato “l’attività organizzata di intermediazione, caratterizzata dallo sfruttamento mediante la violenza, minaccia e intimidazione”. Il contenuto del decreto, che mira anche a migliorare la qualità e la sicurezza sui luoghi di lavoro, deve però essere attuato.
Per molti vissuto come una grande conquista, speriamo non sia un altro specchietto per le allodole, in tyipical Italian style.



