di Luca Moreno
Siamo alla decima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze (che prende spunto dalla sua Storia della Città di Firenze – 59 a. C.-2010 –, 432 pagg., inedita, seconda versione rivista e ampliata, in volume unico). Le immagini sono numerate in continuità con quelle del nono articolo.
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Nella sesta puntata abbiamo visto la crisi del regime consolare. Nel 1193 abbiamo il primo Podestà, Gherardo Caponsacchi (che è ancora un fiorentino); si tratta di una magistratura unica, non più cioè “binaria” quali erano i due consoli eletti bimestralmente. Dopo un breve ritorno al sistema precedente, la forma podestarile si consolida. Nel 1207 è nominato un Podestà forestiero: Gualfredotto da Milano. I Consoli non vengono del tutto cancellati, ma hanno ora la funzione di semplici Consiglieri e formano insieme con altri un Consiglio Speciale, che opera in collaborazione con il tradizionale Consiglio Generale dei Bonomini con a capo, appunto, il Podestà. Questa figura durava in carica di solito sei mesi o un anno; doveva giurare fedeltà agli Statuti comunali, ai quali era vincolato, e alla fine del mandato il suo operato era sottoposto a una serie di verifiche. Il Podestà esercitava il potere esecutivo, di polizia e giudiziario, divenendo di fatto il più importante strumento di applicazione e controllo delle leggi, anche amministrative; non aveva, invece, poteri legislativi né il comando delle milizie comunali, che veniva affidato al Capitano del Popolo, figura molto importante di cui parleremo fra poco […]. Con l’evoluzione del sistema, il Podestà tende a perdere la maggior parte delle proprie prerogative politiche, diventando semplicemente un alto magistrato incaricato di amministrare la giustizia e di mantenere l’ordine pubblico (figura 26).
[…] Vi risparmio l’elencazione di tutta una serie di organi e consigli (che descrivo nel mio libro) invitandovi invece a prestare attenzione al Governo del Primo Popolo che però non abroga il sistema podestarile. S’istituisce cioè una vera e propria diarchia nella quale il Podestà è diventato il simbolo del vecchio potere, espressione dell’ormai concluso regime aristocratico. Dobbiamo però vedere alcuni fatti: dopo un breve periodo di prevalenza dei ghibellini, favoriti dalla vittoria dell’Imperatore Federico II a Cortenuova (1237) (figura 27) questi ultimi sono esiliati; ma nel 1260 arriva la sconfitta, subita dai guelfi, a Montaperti. Sono giorni terribili per la nostra città: i fuoriusciti ghibellini riprendono il controllo di Firenze e minacciano di raderla al suolo; ma in seguito all’intervento del pur ghibellino Farinata degli Uberti, ciò viene evitato: Dante ricorderà questo episodio nella sua Commedia.[…] La situazione si rovescia nuovamente con la sconfitta di Manfredi a Benevento nel 1266. Questa volta sono i ghibellini a dover uscire, e per sempre: non torneranno mai più al potere. Adesso però il problema più grosso era quello di estromettere dalla città Carlo d’Angiò che, in occasione della vittoria di Benevento, si era autonominato Podestà (anche se in realtà governavano altri in suo nome); non fu cosa facile, tanto è vero che i fiorentini dovettero aspettare il crollo del dominio angioino in Sicilia, che avvenne nel 1282.
Molto importante è per Firenze il 1282, perché fu in quell’anno che venne istituito il Priorato delle Arti, struttura solida e duratura sui cui poggerà in futuro la Repubblica fiorentina. Il Priorato, detto anche Signoria, era un nuovo organo composto inizialmente da tre Priori, in seguito diventati sei (ma il numero varierà ancora), eletti tra gli appartenenti alle Corporazioni delle Arti e Mestieri; ciò significa che queste ultime, con tale provvedimento, raggiungono il massimo riconoscimento necessario per ambire alla guida delle istituzioni cittadine. I Priori (termine già esistente, ma che indicava una carica con diverse funzioni), insieme con il Capitano del Popolo, rappresentavano il potere esecutivo, sopraintendevano a tutti gli uffici della Repubblica e restavano in carica soltanto due mesi; e ciò, oltre a consentire una certa “mobilità” tra i suoi esponenti, evitava l’accentramento del potere nelle mani di una sola persona. […] È importante però capire bene il senso di queste innovazioni: il governo del Priorato decreta il successo delle Corporazioni maggiori, soprattutto quella dell’Arte della Lana e dell’Arte dei Giudici e dei Notai; ciò perché sia il Governo del Primo Popolo che quello del Priorato, pur allargando la base sociale rispetto al vecchio Comune consolare, sono ancora monopolizzati da quello che, in qualche testo, potete trovare indicato come popolo grasso, formato cioè dai grandi ricchi ormai mescolati alle famiglie aristocratiche. Questo riferimento alle famiglie aristocratiche potrebbe generare qualche incertezza nel lettore, poiché più volte abbiamo detto che, con l’avvento del guelfismo, la classe nobiliare tende progressivamente a eclissarsi. Per chiarire meglio il concetto farò quindi un esempio, spero utile.
Una famiglia nobile, ma ormai priva di mezzi, ha un figlio maschio e s’imparenta con una famiglia molto ricca, sposandone la figlia, appartenente all’Arte più importante – quella dei Giudici e Notai –, tuttavia priva di natali illustri; queste due famiglie daranno origine a una terza famiglia che socialmente “sintetizza” due classi sociali, in origine distinte; entrambe hanno fatto un affare: la prima risolve i suoi problemi economici, la seconda si nobilita; la prima possiede un castello nel contado perché lo ha ereditato dagli antenati, la seconda possiede un castello perché lo ha acquistato; i loro interessi sono convergenti. La nobiltà quindi, più che emarginata è surrogata nella categoria dei grandi ricchi. Non avviene il contrario, perché in una società in cui l’aspetto mercantile è così importante, il potere del censo prevale sul lignaggio. Questa commistione del lignaggio con la condizione di possidente la vedremo molto bene con i Medici, perché questa famiglia assurgerà alle vette più elevate della gerarchia nobiliare proprio in virtù della sua potenza economica. I rappresentanti delle Arti Medie (che abbiamo visto essere una categoria individuata nell’ambito delle Minori) – per esempio un rappresentante dell’Arte degli Albergatori – invece non possono ambire a mescolarsi con le famiglie nobili, in quanto socialmente troppo distanti da loro. Portatrici di interessi distinti da quelli delle sorelle maggiori, le Arti Medie fanno più fatica a farsi rappresentare: la loro voce si sente nei Consigli solo a partire dal 1285. Le Arti Minori dovranno accontentarsi, qualche anno più tardi, di funzioni alquanto ristrette.
Vi è poi il popolo minuto, che è del tutto escluso dalla rappresentanza. Come vedete, stiamo parlando di una Repubblica che non possiamo definire propriamente una democrazia, perché i diritti non si basano sulla condizione di cittadino in quanto tale, bensì sul censo, sul lignaggio, sulla capacità di costruire amicizie e reti di consenso, e quindi sul potere: è una democrazia molto formale e assai poco sostanziale, tuttavia – lo ripetiamo – per i tempi, eccezionale. Per quanto riguarda il conflitto con i ghibellini, esso si conclude definitivamente nel 1289 a Campaldino, (dove combatterà anche Dante Alighieri) a favore dei guelfi. Campaldino è una delle battaglie più importanti e sanguinose del Medioevo: sul campo rimangono 1700 ghibellini e 300 guelfi; più di 1000 prigionieri sono condotti a Firenze; alcuni saranno rilasciati in cambio di un riscatto, altri moriranno in breve tempo, in prigione.
Il secolo si conclude poi con un importante provvedimento: gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella del 1293. Questo nobile ghibellino, fattosi guelfo e popolano, patrocinò una riforma che poggiava sue due principi fondamentali: primo, i nobili, detti anche magnati (ma il termine non si esaurisce nella condizione nobiliare, perché presuppone anche una grande solidità dal punto di vista economico), non possono ricoprire cariche pubbliche; secondo, non si possono occupare cariche pubbliche se non si è iscritti ad una delle Arti. Il primo principio, volto a cancellare ogni residuo di potere nobiliare, verrà successivamente ammorbidito. Non si elimina una classe sociale per legge, soprattutto quando questa ha mezzi finanziari e clientele immense; ai nobili sarà quindi concesso di rientrare nella vita politica, a patto che si iscrivano ad un Arte. Il secondo principio è assai più importante, perché, pur non costituendo un’assoluta novità rispetto a quanto già deciso con la riforma del Priorato del 1282 e pur non eliminando del tutto le disparità tra le Arti, è ora applicato in modo tale da estendere alla “piccola borghesia” (cioè alle Arti di media importanza) determinati privilegi, prima riservati esclusivamente alle Arti Maggiori.
È in questo contesto che prende corpo la figura del Gonfaloniere di Giustizia, un magistrato che guidava il Collegio dei Priori e la Milizia Cittadina contro le eventuali infrazioni dei grandi ricchi. Questi riceveva il Gonfalone dell’arme del popolo (con una croce rossa in campo bianco) e doveva vigilare sull’applicazione dei suddetti Ordinamenti. Quando nel 1306 si istituì un magistrato con specifiche competenze militari, chiamato Esecutore degli Ordinamenti di Giustizia, il Gonfaloniere di Giustizia rimase a capo del governo civile, e questo fino a quando in Firenze ebbe vita la costituzione repubblicana. Anzi, tutto il sistema appena descritto rimarrà sostanzialmente inalterato nella sua interezza, fino all’abolizione della Repubblica. Gli Ordinamenti completano la riforma del 1282, nell’ambito della quale i Priori ed il Gonfaloniere di Giustizia si collocano al centro della vita politica fiorentina eclissando, nei termini che abbiamo detto, la figura del Podestà.
Nella prossima puntata (anche in virtù del fatto che questo capitolo, come avrete notato, è particolarmente complesso) ci dedicheremo – allo scopo di alleggerire un po’ il discorso – alle feste e alle ricorrenze fiorentine, in uso già nei tempi antichi.



