di Alberto Giusti
Era il lontano 1994 quando un uomo conosciuto da tutti, allora amato dai più, prese una decisione che avrebbe cambiato non solo la sua vita, ma soprattutto le sorti di un intero paese. Silvio Berlusconi scese in campo per fermare l’avanzata comunista e salvare il paese, nonché per rilanciarlo verso una lunga e prospera crescita economica.
Diciotto anni dopo, all’età di 76 anni, al tramonto di una Seconda Repubblica che sembra voler iniziare e finire con lui, l’addio del Cavaliere, che chiama le primarie del centrodestra per il 16 dicembre a testimoni definitivi del suo ritiro. Ad alcuni sembra non ancora detta l’ultima parola, e conoscendo il personaggio così potrebbe darsi. Ma guardiamo in faccia la realtà: ad un’età in cui una persona normale è in pensione, con i sondaggi in caduta libera e un panorama economico e internazionale sempre più complicato e stringente, le carte nel mazzo di Silvio erano rimaste davvero poche. E nonostante questo addio ce lo abbia fatto aspettare parecchio, addirittura parlando di una sua ricandidatura pochi mesi fa, ha dovuto infine arrendersi e non solo: ha anche lanciato il sasso nello stagno del Pdl, che probabilmente, se lui non avesse chiamato le primarie, si sarebbe auto dissolto in 48 ore dopo il suo ritiro. La sua permanenza come “padre fondatore”, come signore che chiama i propri campioni a sfidarsi per ricevere la propria eredità, potrebbe invece funzionare e far funzionare anche il Pdl.
La competizione che si sta già aprendo fra le varie anime del centrodestra, infatti, avrà più di un significato. Certamente, la resa dei conti non sarebbe potuta arrivare in modo migliore. E infatti, chi è stato il primo a farsi sentire? Il buon Galan, la vittima sacrificale offerta da Berlusconi alla Lega sull’altare della sacra alleanza nordista, alle scorse regionali in cui si decise di regalare a Zaia la regione Veneto. Poi è venuta la cara Santanchè, e non potrà certo mancare Angelino. Alfano, l’uomo da mandare avanti a prendere le mazzate, che tutti nel Pdl rispettano, ma che nessuno sopporta. La sfida più dura probabilmente la giocherà lui, che dovrà dimostrare di non essere stato soltanto il finto delfino di Silvio, ma uno che ha del suo alle spalle su cui poter contare.
E per Alfano la partita si fa ancora più difficile, perché Berlusconi non ha scelto a caso il momento del proprio ritiro. Siamo a pochi giorni dalle elezioni regionali siciliane, in cui la coalizione guidata dal Pdl non avrà, probabilmente, molto successo. E una debacle in una regione storicamente e profondamente “azzurra”, dalla quale inoltre proviene il povero Angelino, avrebbe avuto, senza l’annuncio di Berlusconi e la chiamata alle primarie, un effetto devastante sul partito. Invece adesso, una sconfitta siciliana sarà soltanto un’ulteriore dimostrazione che serve un nuovo capo, scelto a furor di popolo, per guidare il centrodestra allo sbando.
Ma oltre alle candidature interne, ciò che davvero potrà ravvivare la competizione saranno gli outsider. È da quando è iniziato il governo Monti che qualcuno si chiede per quale motivo Passera abbia detto addio ad una vita agiata e degnamente retribuita per andare ad occupare la scomoda poltrona da ministro dello sviluppo economico. Ed è forse ancora da più tempo che tutti aspettano un passo avanti di Luca Cordero di Montezemolo, che fino a questo momento era rimasto al palo proprio perché i sondaggi, in competizione con Berlusconi, lo davano ampiamente sconfitto. E come scriveva ieri Vittorio Feltri, proprio in questi giorni Montezemolo si è dimesso dalla guida di NTV, la società dei treni Italo, che lo metteva fino ad ora nella scomoda e conosciuta posizione di conflitto d’interessi, in quanto utente delle concessioni statali delle infrastrutture ferroviarie.
Insomma, una mossa, quella di Silvio, che rimescola le carte e toglie un po’ di audience alle primarie del centrosinistra. Diciotto anni dopo, l’orologiaio è ancora lui. Ancora per quanto?



