di Alessandra Angelucci
Lamia Berrada-Berca, C’è una stessa notte per tutti, Di Felice Edizioni
È uno scavo profondo nella notte, la possibilità di germoglio che le mani semplici possono trovare nell’atto umile di una vanga che si fa strada nella nuda terra. Il libro C’è una stessa notte per tutti dell’autrice franco-marocchina Lamia Berrada-Berca, pubblicato da Di Felice Edizioni per la collana “Gli occhi del Pavone”, diretta da Rita El Khayat, vive di una parola ricercata e precisa, del cui valore semantico spreme ogni goccia, non lasciando nulla al caso. E il merito è di certo dell’autrice, che manifesta un profondo studio filologico, ma non possiamo dimenticare l’importante lavoro di indagine linguistica della traduttrice Antonella Perlino, che del testo ci restituisce una meravigliosa traduzione dal francese.
La parola si apre come corolla, non è impaziente di fiorire fra le pagine del “non-racconto” e, senza menzogna, trova respiro nelle mani di chi scrive: l’intreccio sfugge il tempo della linea diacronica per adagiarsi su una circolarità che rende tutto eterno, mentre una musicalità antica, tipica delle poesie in cui la metrica è testamento, si fa ritmo fra le azioni dei protagonisti. Un uomo e una donna, e con essi un capo-sciacallo che tutto domina e tutto soffoca: tre figure senza carne e volto, ma potenti nella voce del pensiero e nelle intenzioni terrene, che si alternano in un gioco dicotomico fatto di vita e morte, di lacrime dolci e salate. Di concavi e convessi, quando il concavo è dato dalla terra che sotterra «i fardelli di memoria» insieme alla carne ormai gelida, mentre il convesso disegna il cielo aperto di un cimitero vuoto o la tela monocroma destinata ad accogliere i silenzi. Quegli stessi silenzi che aleggiano fra un “prima” e un “dopo”, e che risuonano delle paure e delle miserie umane spesso gettate nel dimenticatoio della coscienza. Ma Berrada-Berca ce lo ricorda con un soffio lieve: «Si può morire per dimenticare».
Il testo si snoda intorno alla funzione opposta che possiamo attribuire alle mani dell’uomo e della donna, marito e moglie: personaggi che in una dimensione atemporale, fatta di sogni e speranze, offrono al lettore un doppio punto di vista. Da una parte quello dell’uomo che, destinato a essere becchino e ad assecondare la monotona danza della morte che crea fòsse, affonda il becco della sua vanga in un carnaio scoperto: «La mia vanga spiega le cose in modo semplice. Essa traccia le linee sulla verticale dei due mondi». Essa si fa legno e, con l’azione ripetuta dello scavo, che diventa spesso rumore (plac-plac-plac), rinasce come simbolo della ricerca dell’alba che accompagna l’uomo in terra, quando «affonda ancora di più e sogna di raggiungere la verità». Le mani qui si spingono verso il basso, verso la notte che inghiotte persino l’oblio. Sull’oscillazione del pendolo che disegna le azioni dei protagonisti si staglia invece la figura luminosa della donna – la moglie – che conosce le sfumature dei vagiti primigeni, essendo ostetrica di professione e destinata dunque a conoscere «il primo grido di quelli che fanno ingresso nella vita». Le sue mani, differentemente da quelle del marito, «amano cercare il bambino nel grembo della madre», esprimendo tutto il loro potere: sulle latitudini e longitudini della precarietà dei corpi, le mani femminili spingono verso l’alto, mentre il pianto di chi nasce annuncia la vita, allontanando il senso di incertezza. I protagonisti camminano insieme, dunque, nei ricordi così come in un futuro sperato, collocandosi consapevolmente agli antipodi della grammatica dei sentimenti: «Mia moglie è al principio delle cose quando io sono alla fine. Ecco perché lei non capisce».
A dominare misteriosamente le vite dell’uomo e della donna è la figura del capo-sciacallo che vive attraverso la loro voce, assumendo un profondo valore etico e antropologico: simbolo della sopraffazione e della abortita possibilità di espressione democratica di un popolo governato in modo dittatoriale. A questa immagine si oppone quella Itchak, chiamato “Spaghetti” perché alto e sottile: un personaggio commovente – amico della coppia – che si inserisce inaspettatamente tra le pagine descritte. Forse l’autrice lo offre al lettore come altra possibilità di vedere le cose o come sguardo innocente sulla liturgia dell’esistenza: «Il vero e il falso si confondono sempre, ed ecco perché leggere negli sguardi diventa imperativo in certi momenti, poiché le domande poste si trasformano immediatamente in risposte».
Un lavoro, quello dell’autrice Lamia Berrada-Berca, che non vorrei definire romanzo, piuttosto cosciente riflessione sulla vita attraverso pagine che graficamente accolgono le voci ma anche i silenzi, visivamente marcati da quei vuoti che il lettore potrà notare fra numerosi capoversi. La potenza indiscussa è la parola, cuore pulsante e mai stanco di un libro che non conosce aritmie: «La luce è sempre nel bianco delle parole: uguale alla verità che nasce nel bianco degli occhi». Quegli occhi che, nella quotidianità ciclica degli eventi, sembrano conoscere cause e conseguenze prima ancora di qualunque atto ragionato, come confermato da una riflessione del becchino: «Hai voglia di dirle che lei ed io non vedremo mai le stesse cose, ma lei non mi crede. I nostri occhi lo sanno».
C’è una stessa notte per tutti è la finestra aperta sulle inquietudini degli uomini in terra, ma è anche metafora dell’alba che può rifiorire tra le fessure della solitudine, percorso obbligato per il raggiungimento della verità. Un messaggio, quest’ultimo, che l’autrice sembra inviarci di continuo dietro le quinte di questo prezioso progetto editoriale: «Questo è quello che chiamiamo la solitudine. Un paese che io conosco».
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C’è una stessa notte per tutti, di Lamia Berrada-Berca
Di Felice Edizioni, febbraio 2015
collana “Gli occhi del pavone” diretta da Rita El Khayat
traduzione di Antonella Perlino
€ 10.00



