di Francesco Gori
Film come Amour di Michael Haneke sono arte allo stato puro. Di quella che arriva in modo diretto, senza bisogno di fronzoli da rococò. Stiamo parlando di una storia di dolore, trattata però senza eccesso di dramma, bensì con una delicatezza e maestria che fanno gridare al capolavoro.
Protagonisti assoluti i teneri vecchietti Georges (Jean-Louis Trintignant) ed Anne (Emmanuelle Riva), una coppia che neanche il tempo riesce a mettere in crisi. Anzi. La gentilezza di gesti e parole con i quali si rivolgono l’uno all’altra, alla tenera età di ottant’anni, rende il loro amore un incastro perfetto, che rallegra l’attempata quotidianità. Si concedono ancora il teatro, dialogano con interesse sulle questioni di ogni giorno, il pasto insieme è un qualcosa di necessario allo star bene di entrambi. Tutto viene sconvolto in un attimo dall’arrivo del male, che non concede sconti. L’anziana donna viene colta da un ictus e l’operazione per l’occlusione della carotide non va a buon fine. Il marito si ritrova quindi a dover badare alla sua donna nei bisogni primari, obbligata com’è sulla sedia a rotelle.
Ed è qui che l’amore arriva al massimo del suo splendore. Troppo facile essere innamorati nel momento positivo. Il vero sentimento si compie quando è il segno meno ad alluvionare l’esistenza. Georges si dimostra compagno fedele anche nel dramma assoluto, continua a cercare lo sguardo, le mani, la compagnia della sua Anne. Si dimostra uomo dalla mente lucida e padre ferreo ma intelligente al cospetto della figlia Eve (Isabelle Huppert), che spesso non ne comprende le scelte. Il decadimento psico-fisico della donna porterà le sue estreme conseguenze.
Dialoghi intensi, come quelli di una volta – sarà che i due sono ancora di una vecchia generazione, così come il regista – , e scambi di empatia del genere sono adesso una rarità. Haneke ce li propone con tutta la lentezza del caso: primi piani sui visi segnati dalle rughe, inquadrature fisse che raccontano la prigionia dorata della casa della coppia, scene di semplice quotidianità che calamitano la visione, rumori casalinghi di sottofondo (senza colonna sonora, amplificando così l’immedesimazione dello spettatore e il suo “sentire”), lievi note di quella musica classica che è ricordo di vita per entrambi. Il regista noto per Funny Games confeziona un lavoro che affronta il male con una profondità capace di volare: non c’è pesantezza, né ironia, solo ali di umanità sul terreno aspro del destino. Una produzione delicata, nella durezza della vita, proprio come il rapporto tra i protagonisti.
L’affetto che unisce i coniugi sarà eterno. Questo è il vero amour, ci dice l’austriaco, quello che riesce a superare persino la morte. Un amore per l’altro che si fonde con l’amore per se stessi, quello più egoistico, che tenta di rimandare la fine per trovare ancora un senso. “La felicità esiste solo se condivisa”, scrive su legno il Cristopher-Emile Hirsch di Into the Wild. E Georges, quando sentirà il fardello della solitudine, si sentirà davvero morto, tanto da cercare conforto nel piccione che entrava sempre dalla finestra (e in questa scena, simbolicamente sta tutta l’essenza della natura umana, bisognosa dell’altro, persino di un volatile).
Il tema dominante di Bella addormentata di Bellocchio è qui sfumato, implicito, ma presente: è possibile protrarre l’accanimento terapeutico fino alla completa dissoluzione della dignità? La dignità è condizione necessaria per l’esistenza umana. L’indipendenza intellettuale e fisica pure. Anne ne è consapevole e chiede al marito di non riportarla MAI in ospedale.
Palma d’oro al Festival di Cannes più che meritata per una storia che tocca, una produzione eccezionale, un cast di notevole bravura. C’è da chiedersi il perché film di qualità come questi – il cinema d’autore – passino nelle sale alla stregua di un autobus ad una fermata. Giusto il tempo di far salire qualcuno.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



……penso di correre a vederlo appena possibile…splendido articolo
te lo consiglio proprio, film impegnativo ma che lascia il segno… grazie
è vero, i film di Haneke si possono amare o non amare, ma non si possono dimenticare, tutti quelli che ho visto hanno lasciato il segno. In “Amour” (ma perché mai in Italia avranno lasciato il titolo francese?) la recitazione “neutrale” degli straordinari attori e la regia “fredda” di Haneke riescono a creare qualcosa di straordinario. Questa volta il regista è meno drastico del solito, ma a parte le scene “brutali” ci sono tutti i tratti caratteristici degli altri suoi film. La storia, a differenza degli altri lavori, è qui incentrata su un sentimento positivo, l’amore, appunto. Personalmente fra i film di Haneke preferisco “Niente da nascondere” e soprattutto “Il nastro bianco”. In “Amour” la storia è talmente semplice che a livello di trama non c’è spazio per sorprese. Ma il virtuosismo del film è anche in questo: nobilitare la banalità di una storia come tante con uno sguardo che ha il respiro dell’archetipo, dell’assoluto.
Infatti quello che è straordinario è come dalla semplicità della storia sia riuscito a richiamare “altro” rispetto al quotidiano. C’è un rimando che va “oltre”. Finalmente lascia intravedere anche del positivo nel negativo, e in fondo è meno freddo che in altri suoi film (“ma “Niente da nascondere” mi manca). Di sicuro sono lavori che colpiscono. Un saluto!