RIFORME COSTITUZIONALI, LEGGE ELETTORALE DISTORSIVA E GRANDI COALIZIONI

di Matteo Boldrini

Molto spesso nel dibattito pubblico e politico vi è la tendenza a trattare in maniera separata il problema delle presenza continua di grandi coalizioni politiche tra i maggiori partiti (il cosiddetto inciucio), della legge elettorale, e prima ancora delle riforme costituzionali. In realtà i due aspetti sono strettamente collegati ancor più di quanto non sembri ad un esame superficiale.

Un’architettura istituzionale costruita intorno all’idea del consociativismo non può fare altro che spingere in questa direzione e questo fattore influisce molto di più di una generica mentalità votata alle larghe intese. In Italia, contrariamente a quello che si può pensare, non vi è un terreno favorevole alla formazione di grandi coalizioni. Accordi di questo tipo, che pure di recente stanno perdendo il carattere dell’eccezionalità, suscitano solitamente grosse discussioni e grandissime polemiche, diversamente da quanto accade ad esempio in Germania, altro paese di lunghissima tradizione di governi i larghe intese. Se da una parte si può ritenere negativo tutto ciò, in quanto aumenta i costi politici di una simile operazione in situazioni di emergenza o di ingovernabilità, dall’altra può essere ritenuta come una sorta di interiorizzazione del bipolarismo e della possibilità di scegliersi un governo da parte dei cittadini, il che, per un Paese che dal 1948 fino agli anni 90 aveva il governo già deciso prima delle elezioni, è un risultato sorprendente.

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foto guardaroma.it

Su questo versante interviene poi la legge elettorale, in quanto senza una legge elettorale distorsiva non si arriva ad alcun tipo di governo e chi la pensa diversamente, sostenendo che con il proporzionale si possa arrivare ad un governo espressione di una maggioranza, difficilmente ha capito di cosa si sta parlando. Un proporzionale puro o blandamente distorsivo implica che per la formazione di un governo un partito (o al limite anche un coalizione) prenda il 50% o poco meno dei consensi. Un’eventualità che appare assai remota in un sistema partitico destrutturato come il nostro con un partito di maggioranza relativa di poco superiore al 25%. L’unico caso in tempi recenti in cui si sono avuti due grossi partiti o due grosse coalizioni sono state le elezioni del 2006 ed il ricordo è fin troppo vivo nella mente di molti politici italiani. Una legge proporzionale significa quindi una continua blindatura di grandi coalizioni, tutta a vantaggio di quei soggetti, come il M5S che al governo non ci vogliono andare (e neanche saprebbero cosa farci). Leggi distorsive sono presenti in tutti i più grandi paesi europei e funzionano benissimo, senza polemiche rilevanti da parte dei cittadini sull’ineguaglianza del voto e senza corti costituzionali che intervengono indebitamente per stabilire in maniera politica quale sia una legge elettorale adatta. Così accade in Spagna ed in Francia ed ancora di più in Gran Bretagna dove, con il collegio uninominale, si sono avuti risultati straordinari come nel 2001 con il Labour Party di Tony Blair che ottenne il 60% dei seggi con poco più del 40% dei voti. Certo vi è sempre l’eccezione della Germania, dove troviamo una legge elettorale sostanzialmente proporzionale e poco distorsiva, dove tuttavia si trovano partiti molto più grandi rispetto all’Italia, con la CDU da sola che ha raggiunto il 42% e gli storici alleati liberali per la prima volta fuori dal Parlamento.

Alcune delle obiezioni mosse verso il sistema politico italiano potrebbero essere mosse anche verso il sistema tedesco, che non a caso presenta un alto numero di governi di grande coalizione, chissà se tra qualche anno anche i tedeschi non riterranno necessario modificare il loro sistema elettorale, reso ancora più proporzionale dall’ultima sentenza della Corte Costituzionale Tedesca, in senso più distorsivo. Ma il punto centrale del discorso sono le riforme costituzionali. Da questo punto di vista c’è moltissimo da modificare, a partire dalla figura del Presidente del Consiglio, ma l’emergenza principale è il Senato, la sua differenza di elettorato attivo ed il suo rapporto di fiducia con l’esecutivo. Infatti non c’è idealmente alcun sistema elettorale basato su due diverse schede elettorali e quindi su due diversi voti che possa garantire che ci sia l’uguaglianza tra le maggioranze di Camera e di Senato, rendendo quindi assai più probabile la necessità di un governo di larghe intese che coinvolga le due forze politiche con la maggioranza in ciascuna Camera.

Concludendo, la necessità di dare un termine all’esperienza dei governi di larga coalizione passa naturalmente per una riforma della legge elettorale distorsiva e per una seria riforma costituzionale. Non si può pensare infatti di chiudere con il passato politico italiano senza modificare tutte quelle strutture istituzionali che erano funzionali ad un mondo che oramai non esiste più e che adesso rischiano di trasformarsi in limiti ed ostacoli alla trasformazione verso un normale sistema politico europeo. Se invece si pensa di dare all’italia, nel lungo periodo, un governo ed un parlamento stabili con il proporzionale senza toccare la Costituzione, probabilmente si sta facendo solo propaganda politica.

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