di Giovanni Agnoloni
Si fa arte per guarire da una ferita interiore, o l’arte nasce da una ferita in realtà mai chiusa? Recentemente ho avuto modo di confrontarmi con diversi amici scrittori, musicisti e terapeuti su questo tema, per me molto importante.
Credo che in entrambe le affermazioni ci sia del vero. È indubbio, infatti, come già sottolineato su questo blog da Paola Capitani (parte 1 e parte 2), che la bellezza cura o lenisce varie sofferenze dello spirito. Ma è altrettanto certo che un artista, che si tratti di uno scrittore, di un musicista o di un pittore (per citare solo una delle arti visive), spesso trae ispirazione dal suo dolore personale, che lo porta a confrontarsi con la sua ferita intima, la sua scissione profonda, da cui sono nati i suoi tormenti, e magari sono venute fuori grandi opere.
Penso a Ludwig van Beethoven, afflitto dalla sordità ma capace di comporre la sublima Nona sinfonia, o a Giacomo Leopardi (qui sotto, foto wikipedia), sofferente nel corpo e affranto nello spirito da una famiglia arida e spietata, ma autore di versi capaci di ispirare un grande amore per la vita.
L’artista, o per lo meno l’artista onesto, quello che non “strizza l’occhio”, non segue la moda per piacere agli altri, ma è aderente sempre e comunque a ciò che scaturisce dal suo intimo, e vive costantemente sul confine, un po’ come il mistico. Ha sempre presente e, in qualche modo, vivo dentro di sé, il senso della lacerazione interiore, ma anche e soprattutto l’intuizione del superamento di questa in un’armonia di ordine superiore. Altrimenti non potrebbe rendersi strumento, tramite di qualcosa di più alto/profondo, quali sono appunti i significati della vera arte.
Ecco perché, a mio avviso, nessun corso di scrittura creativa (o comunque nessuna lezione di tecnica), sia pur d’aiuto per altri versi, potrà sostituire il lavoro che solo chi scrive, compone o dipinge può e deve necessariamente compiere non solo sulla carta o sulla tela, ma ancor prima di arrivarci. Dentro di sé. Il resto verrà di conseguenza, e a quel punto le parole (o le note, o le pennellate), scaturiranno da sole, perché la sua anima, di nuovo fusa con la Fonte (il Sé), trarrà da essa e soltanto da essa l’ispirazione che fa la differenza.
Concludo citando Charles Bukowski – uno di cui tutto si può dire, tranne che non fosse autenticamente artista e onesto – nella sua poesia So you want to be a writer? (“Così vuoi fare lo scrittore?”).
“(…)
When it is truly time,
and if you have been chosen,
it will do it by
itself and it will keep on doing it
until you die or it dies in you.
There is no other way.
And there never was.”
“Quando è davvero il momento,
e se sei stato scelto,
verrà fuori da sé
e continuerà a farlo
finché muori o muore lei in te.
Non esiste altro modo,
e non è mai esistito.”
E il succo di tutto questo sta nell’ambiguità tra la lingua inglese, dove si dice “to be a writer”, e quella italiana, dove di solito si dice “fare lo scrittore”. L’arte autentica non è mai – se non di conseguenza – una questione di fare. Fondamentalmente, è una questione di essere, il frutto e forse la sostanza stessa di quello che Jung chiamava il processo di individuazione: capire, in un istante di deflagrante verità, chi siamo, e poi lasciarlo cantare.
Allora viene proprio tutto da sé. Aveva ragione il vecchio Charles.




Concordo con la tua descrizione”dell’artista” ed è assolutamente più corretta la dicitura “essere uno scrittore” piuttosto che “fare lo scrittore”.
Stupendo come sempre Bukoswki!!
sublimazione emancipativa!
Grazie per i vostri commenti, graditissimi.
Non posso aggiungere molto di più, rimane tempo e spazio solo per complimentarmi con Giovanni Agnoloni: ha colto l’essenza della questione e l’ha tradotta perfettamente. Lui sì che “E'”scrittore, bravissimo!!!
L’artista sente ciò che altri non riescono a sentire, e vive le proprie lacerazioni interiori, e con la scrittura/pittura/musica le sublima. L’arte nasce sia dalla bellezza che dal dolore, non necessariamente ed esclusivamente da quest’ultimo. Nella bella riflessione di Giovanni, concordo anche sulla spontaneità: penso al film “Carpe Diem” e a quando il prof. fa stracciare agli alunni le pagine sulle “regole” della poesia… ma quale metrica!
Ho un debole per Charles…
Giovanni, condivido. Scrivevo poesia fin dai tempi del ginnasio, ma è stato qualche anno fa che ho fatto della scrittura un’arma terapeutica per sconfiggere il cancro, e il fiume scorreva da solo sulla tastiera e in molti hanno bevuto ed espresso gratitudine per il fatto che l’opera, scritta per me, è diventata terapia anche per loro.
Un commosso ringraziamento a tutti voi. I miei più intimi amici sanno le traversie che anch’io ho dovuto passare negli ultimi anni, e quanto queste si sono riflesse nel mio lavoro. Mi auguro che abbiano potuto arricchire il mio scrivere come il mio carattere, e che questo si possa vedere già nel mio prossimo romanzo (che sarebbe il primo pubblicato), che ho ultimato da poco.