L’ATTACCO ALLE TORRI GEMELLE: GENERAZIONE SENZA SOGNI 4

di Giorgio Galli

“L’attacco alle Torri Gemelle”

da tvprato.it

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Tutti ci ricordiamo dove eravamo quando abbiamo saputo delle Torri Gemelle. Un mio amico lo scoprì in un modo buffo: avevamo ventun anni, lui tornò a casa e la nonna con cui abitava lo accolse così: “Paolo, hai visto che un aereo della seconda guerra mondiale è caduto sulla Casa Bianca?” Probabilmente i troppi paragoni con Pearl Harbour avevano confuso la povera signora. Io invece mi trovavo per strada a Siena: stavo tornando dalla copisteria dove avevo ritirato un pacco di dispense, e un amico mi disse, senza nemmeno salutarmi: “Hanno fatto un attentato contro le Torri Gemelle. Due aerei dirottati. Andiamo al bar, stanno facendo lo speciale!”

Questi scampoli di conversazione mostrano una cosa: che dell’11 settembre si cominciò a parlare subito moltissimo, ma non sempre a proposito. Credo anzi che non ci sia stato evento, nella storia recente, di cui si è parlato così tanto e così a sproposito. Chi elencava le dogmatiche ragioni degli States; chi, sciorinando i torti degli States, si spingeva a un’incredibile apologia dei terroristi… L’unico punto di vista che, nel dibattito, sembrò non entrar mai, fu quello delle vittime. Le immagini delle due torri che implodevano, sgretolate, col loro fumo nero, venivano mandate a ripetizione sugli schermi; e ad ottobre Umberto Eco denunciò che, da un mese, i media non facevano altro che ripetere “Hanno abbattuto le Torri Gemelle”, quasi fossero vittime d’una forma d’ecolalia.

Oh, non bisogna credere che si parlò solo di cose inconsistenti! Non fu inconsistente l’eroismo dei volontari che si precipitarono a Ground Zero. E l’intervento militare in Afghanistan fu tutt’altro che un fatto inconsistente. Mi sentivo spaccato in due, da una parte col pensiero rivolto a quei poveracci che si sarebbero trovati sotto le bombe, dall’altra a considerare quanto quegli stessi poveracci avrebbero continuato a soffrire sotto i Taliban. Solo chi non ha dubbi ha un’opinione tagliata con l’accetta. Gli esseri umani hanno paura, in questi casi, delle opinioni tagliate con l’accetta.

“Speriamo che Bush non reagisca da pazzo”, dissi a un amico. Erano odiosi i discorsi muscolari, i discorsi sulla “supremazia dell’Occidente” che tanto infiammavano certi miei colleghi d’università, più conservatori dei loro nonni, più teocon di un collegio di cardinali in conclave. Ricordo, su un pullman, d’aver udito due passeggeri, due ragazzotti vestiti come gran manager, rallegrarsi di come Bush stesse “dando una lezione” a quei musulmani… Ricordo un conoscente tenere banco un’ora, ad una festa, con la teoria che “Le donne afgane sono ignoranti per colpa loro”. E ricordo la reazione scandalizzata dei fricchettoni, sempre a quella festa. E come il mio conoscente, stravaccato sul divano, mentre i fricchettoni fumavano all’aperto, intonasse un peana alla città dove entrambi eravamo nati, Pescara, perché appena vi si arrivava si respirava “aria di negozio”. A lui piaceva così.

Stava cambiando tutto. Per anni il mondo avrebbe considerato normale che non tutti avevano gli stessi diritti, che in nome della “sicurezza” si poteva derogare al rispetto di quei diritti ch’erano diventati inalienabili grazie al sangue delle vittime del nazismo; il mondo si sarebbe abituato a pensare che per legge si poteva discriminare le persone sulla base della loro religione. Che per legge si potesse venir meno alla legge quando si trattava di un musulmano. Per un decennio, questo incubo sarebbe stato la realtà. Sì, il presidente Bush stava reagendo da pazzo. Al fondamentalismo aveva contrapposto un altro fondamentalismo: “il bene contro il male”, “giustizia infinita”, gli “Stati canaglia”… Il suo fu molto peggio di un crimine: fu un errore politico. Perché i crimini possono rimanere isolati, o circoscritti: gli errori politici no, creano catene di crimini da cui è difficile uscire. E difatti, ancora oggi troppa gente aspetta d’uscire da Guantanamo.

Una sera seppi che una radio aveva proposto di mettere una candela alla finestra in onore delle vittime dell’11 settembre. Non avevo una candela nella stanza, e i negozi a quell’ora erano chiusi. La mia candela furono questi versi, nati nella solitudine d’una notte senza sonno, in una desolazione senza sbocchi e senza suoni.

Non basterà una candela alla finestra
a ridarvi la vita. Non il lume
così piccolo che quasi non si vede
che brucia a un freddo cane, dopo ch’è spiovuto.
Non basteranno le nostre luci nella notte
o i tre minuti di silenzio che i governi
ci fanno osservare. Forse
neanche Dio sa perché siete morti
una mattina di settembre, mentre il sole
si rivolgeva ad Oriente e Occidente
e qualcun altro contrastava il sole.
Ma chi sa se allora pensavate
ad Oriente e Occidente,
e poi chi sa se questa guerra è la vostra
o se fra voi che chiedete giustizia o vendetta
ci sta qualcuno che dice: in nessun posto
capiti ancora.

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