LAVORO, SFRUTTAMENTO E CICLI DELLA STORIA

di Giorgio Galli

Lavoro, sfruttamento e cicli della storia 

Quello che resta è la morte. Non intendo dire, con questo, che la morte è l’unica cosa certa o altre banalità che avrete sentito dire decine di volte da decine di persone che proferiscono il massimo numero di parole col minimo sforzo del cervello, marciando a ritmo di luoghi comuni; ma proprio che in questi posti la morte è la costante. In questi posti si crepa – qui non si fa altro che crepare.

da taccuinistorici.it

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Ho visto generazioni di bambini raccogliere l’uva e le olive, e rovinarsi le mani e raccogliere nelle ossa un’umidità che avrebbe loro donato una vecchiaia pregna di reumatismi. Ma era un’epoca diversa: io vedevo allora i paesani poveri proibire recisamente a se stessi di mostrare povertà, i genitori insegnare a casa che si può sì avere fame, ma mai domandare da mangiare.

Una volta, molto tempo fa, è capitato che un mezzadro sia andato a domandare al padrone qualcosa di più da mangiare, perché sua moglie era malata, lui aveva sempre lavorato come un somaro, e due spiccioli in più non sarebbero stati un grosso sforzo per il padrone, ma sarebbero stati una salvezza per la moglie del mezzadro. Il padrone però cacciò a pedate il mezzadro, rifiutando recisamente ogni aumento di paga. La portasse da lui, la moglie, ché le avrebbe fatto tornare la salute a colpi di virilità! E dopo due giorni il mezzadro dovette partire, venne spedito a calci nel didietro altrove, il padrone non voleva più avere a che fare con chi seminava nel suo orto la mala pianta della sedizione. Forse il mezzadro era comunista, aveva a testa piena di diritti dei lavoratori. Pezzenti! Mio padre è diventato padrone spaccandosi la schiena, pensava il padrone, io stesso non ho avuto regali da nessuno, e questi qui, che non hanno voglia di lavorare, vengono pure a chiedere l’aumento salariale. Pezzenti!

Il mezzardo partì colla moglie in braccio. Un altro mezzadro partì senza la moglie: la abbandonò semplicemente al suo destino. Ho visto bambini lavorare come schiavi, bambini orfani o venduti dai genitori per poche lire – che però per loro erano una salvezza. I genitori li prendevano a frustate, quei bambini. Bambini che diventavano uomini cattivi, che poi picchiavano le mogli, che lasciavano a loro volta crepare i figli e le figlie – perché qui si crepa. Era una vita orribile, ma nelle case s’insegnava ancora che si poteva sì aver fame, ma mai domandare da mangiare. E nelle case c’erano i nonni, e le donne, rispettati anche quando non potevano più lavorare.

lavoro sfruttamentoIl mezzadro che aveva abbandonato la moglie malata non trovò più lavoro, era bollato col marchio dell’infame, aveva la lettera I di Infame cucita sul petto, era la sua Lettera scarlatta, come oggi per molti ragazzi la D di Disoccupato è la Lettera scarlatta che portano cucita, fiammante sul petto. Quando poi è arrivata la ricchezza, e colla ricchezza lo Stato sociale, la povera gente s’è riversata nel municipio a rivendicare la propria povertà per avere i sussidi, ma anche chi non era povero ha cominciato a piangere miseria, perché un sussidio in più fa sempre comodo.

Lo Stato sociale era una gran cosa, ma si sa che da noi c’è l’abitudine di trasformare ogni diritto in un abuso. I giovani migravano verso la città. Nelle campagne non c’era più nessuno. Il mio paese contava dieci anime. Ne partì una per il Paradiso, rimasero in nove. Girare qui era come girare per il deserto: era così vuoto che uno che si perdeva qui con la macchina si sentiva lontano dalla civiltà, aveva paura come quegli aerei che atterrano senza più carburante nel deserto. Si rischiava di avere le allucinazioni. Nelle campagne c’erano solo i vecchi. Che puzzavano di morte, non di vita, erano fossili di un’era che non c’era più.

I giovani non avevano il fisico per questi lavori – loro studiavano, partivano, giravano il mondo. Quando eravamo giovani, andare ad Agnone era un viaggio – Agnone, per chi non lo sa, è un paesino del Molise – sentii un amico, di ritorno dal soldato, dire, “Sono arrivato fino ad Agnone!” A lavorare la terra c’erano solo i vecchi – i giovani rifiutavano recisamente di fare il lavoro dei padri, e avevano ragione: avevano studiato, s’erano piegati la schiena e rovinati la vista sui libri, avevano diritto di cercarsi un futuro migliore – dove non si crepa. Ma una volta diventati adulti, i figli insegnarono ai loro figli a vivere senza sacrifici. Così, quando è arrivata di nuovo la povertà, questi ragazzi si sono ritrovati buttati nella disoccupazione senza avere le mani e la testa per affrontarla, erano tanti signorini caduti dal pero – erano come i signori quando cadevano, che non riuscivano più a rialzarsi e finivano nell’alcool e nella depressione.

Eppure qui si continua a crepare. Ma quelli che crepano non sono i nostri, sono indiani, balgladeshi, arabi, e non vengono dalla campagna, ma dalla città. Dalla città dalla quale sono scappati, sotto le bombe, sotto gli strumenti di tortura, dalle galere in cui erano finiti per la loro razza… Alla maggior parte di loro non importa di non avere libertà: sono venuti solo per lavorare.

Chi pensa che la storia vada avanti pensa male: la storia gira come un criceto sopra la stessa ruota. Le parole che sentivamo prima della guerra le risentiiamo adesso da quei poveri cristi e su quei poveri cristi. Anche molti ragazzi sono tornati nei campi – perché la ruota gira, e gira sempre in tondo – e si sono dedicati alla transumanza, alle pecore, a delle fattorie più moderne che, per non chiamarsi fattorie, si chiamano agriturismi. Non è vero che i ragazzi non han voglia di lavorare: è che in questo lavoro o ci nasci, o ci puoi solo morire. Bisogna averlo imparato. Altrimenti, si fa la fine di questa povera gente che lavora nascosta, sotto il sole ma non alla luce del sole – i Sikh, questi poveri cristi dell’Oriente, i più buoni fra gli uomini, con quei turbanti che i caporali chiamano “pannolini in testa”, e che vengono da povere città, per mandare un po’ di soldi a casa, ma non hanno manco i soldi per se stessi, perché ricevono due lire e un pugno di riso, e che, per farli produrre di più, vengono drogati.

(I nomi e i fatti narrati nell’articolo sono esclusivamente frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale)

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