di Claudia Boddi
“Mogli e buoi dei paesi tuoi” recitava un vecchio adagio popolare. Ai giorni nostri non è più così e le coppie miste sono un fenomeno in piena espansione.
Nell’era della postmodernità e della globalizzazione di massa, la dimensione “paesana” espressa dal proverbio non rispecchia più l’andamento della società. Fino agli inizi del secolo scorso, le famiglie patriarcali, non solo del sud Italia, spingevano le generazioni emergenti a sposarsi e fare figli con persone dell’altro sesso che abitavano nello stesso isolato o, al massimo, nel raggio di qualche chilometro. Avere un coniuge di un altro stato – figuriamoci di un altro continente – era fuori dalla concezione dell’epoca.
In seguito all’incremento dei flussi migratori degli ultimi anni, il fenomeno delle coppie miste è cresciuto sensibilmente, arrivando a caratterizzarsi come un vero e proprio trend culturale da tener bene in considerazione per analizzare con obiettività i cambiamenti sociali che genera e di cui è contemporaneamente il prodotto. È sotto gli occhi di tutti come l’immigrazione si stia costituendo come un aspetto strutturale delle nostre società, andando a incidere non solo sui panorami linguistici e religiosi, ma anche su quelli culturali ed economici, disegnando scenari sempre più complessi. È altresì evidente come i sostanziosi flussi di popolazione, che si estendono a macchia d’olio da e verso ogni parte del mondo, contribuiscano a determinare un tessuto sociale multietnico che, a sua volta, favorisce gli scambi interculturali e la possibilità di questo tipo di unioni.
Fino a qualche anno fa, erano considerate coppie miste quelle che nascevano da matrimoni che vedevano partner provenienti da regioni differenti, o addirittura che vedevano unirsi due persone appartenenti a ceti sociali diversi. Dai tempi di “Indovina chi viene a cena?” (Guess who’s coming to dinner?), indimenticabile film del 1967 diretto da Stanley Kramer, anche l’Italia – terra caratterizzata da una tradizione migratoria meno radicata rispetto agli Stati Uniti e alla Francia – ne ha fatta di strada: infatti, se nel 1991 le unioni miste erano appena 58mila, nel 2005 già superavano le 200mila. Un matrimonio su sette coinvolge ormai un cittadino straniero, senza calcolare le coppie di fatto, che restano di difficile quantificazione.
Le prossime generazioni parleranno due lingue, senza doverle studiare, avranno abitudini alimentari variegate, la stessa familiarità sia con i versetti del Corano che con quelli della Bibbia e, per strada, non si meraviglieranno di fronte a incroci interraziali che raccontano di origini dissimili perché loro stessi saranno il frutto della combinazione di radici ramificate e diversissime.
Ma se da un certo punto di vista le unioni miste rappresentano una trasformazione positiva, guardando i dati da un’altra prospettiva si nota come queste possano anche essere rischiose. Il valore dei “divorzi misti” si aggira, in Italia, intorno all’80%, il che può significare che molte di queste unioni crollano sotto la pressione delle differenze che la spinta interculturale propugna. Difficoltà quotidiane e domestiche, diversa concezione della gestione del denaro, vacanze, educazione dei figli, religione: questi i motivi per cui si litiga maggiormente all’interno delle famiglie miste. Il vero problema è che queste realtà, ad oggi, non sono veramente integrate nel tessuto sociale nel quale sono inserite e, rimanendo isolate e scollegate dal nucleo, perdono la possibilità di espandere l’enorme potenziale umano e culturale del quale, invece, sarebbero portatrici.



Quello di oggi è ormai un modo multietnico e le coppie miste sono sempre di più… in effetti il problema principale è far coesistere culture totalmente differenti, le coppie in questione devono infatti superare ostacoli non indifferenti
Credo che la conclusione dell’attenta analisi di Claudia riveli il vero nucleo del problema.
Penso che, girando per Londra o Amsterdam o New York, solo per fare degli esempi, si noti non solo come la “diversità” delle origini etniche e culturali dei membri delle coppie “miste” sia un fatto percepito come normale dalla gente, ma come le persone stesse che le formano si sentano assolutamente a proprio agio nella società in cui vivono. Questo crea proprio un tessuto di accoglienza, per cui le eventuali difficoltà interne alla coppia sono attutite da un cuscino-contenitore che è il mondo in cui si sentono inserite “a prescindere”.
E poi, da dovunque vengano, si sentono inglesi, olandesi, americani. Quindi il carattere “misto” è tale fino a un certo punto.