di Nicola Pucci
Qualche settimana fa, proprio sulle pagine di Postpopuli, vi ho presentato la città di Madrid, consigliandovi i luoghi di maggior interesse della capitale spagnola. Ecco, oggi entrerò nel dettaglio portandovi nel labirinto di sale di cui si compone il Museo del Prado, annoverabile tra i cinque poli espositivi più straordinari al mondo… e sono certo di non far torto a nessuno.
Qui la Spagna illustra agli occhi del pianeta lo straripante contributo artistico dei suoi pittori più acclamati. Non solo, scoprirete tra la moltitudine di opere d’arte talentuosi maestri del pennello, forse poco conosciuti al di fuori dei patrii confini, nondimeno meritevoli di stima internazionale al pari, e ve ne sono altrettante, delle prodigiose tele di artisti la cui fama non paga dazio all’incedere inesorabile del tempo. Perché sono immortali.
Ragionevolmente mi è impossibile elencare tutte le collezioni che il Museo può vantare, sceglierò allora per voi sette meraviglie che più delle altre mi hanno emozionato. Ed emozioneranno anche voi, son pronto a giocarmi la reputazione.
1 – “Il giardino delle delizie“, HIERONYMUS BOSCH. Il mio preferito, non posso proprio negarlo. Forse perchè delirante e inquieto nelle sue raffigurazioni più audaci, probabilmente per il suo essere moderno, per il suo significato simbolico, per la sua intuizione visionaria. Un trittico che vien da lontano, addirittura da fine XV secolo, ed è l’ambizioso progetto di descrivere la storia dell’umanità. Soprattutto il pannello centrale, di enormi dimensioni, è un tripudio di corpi nudi, animali fantastici, scene grottsche. Una sorta di Salvador Dalì del Quattrocento.
2 – “Il trionfo della morte“, PIETER BRUEGHEL IL VECCHIO. Un paio di olii dopo Bosch, ecco l’allegoria della morte che occupa la scena. Tra poche righe Goya coglierà l’attimo individuale del momento estremo, qui invece Brueghel denuncia gli orrori delle guerre e della sofferenza a cui l’umanità è destinata. Tragicamente destinata.
3 – “La deposizione“, ROGIER VAN DER WEYDEN. Mea culpa, Rogier. Poco o niente conoscevo della tua opera, ma un amico, che se ne intende, mi aveva consigliato di venirti a cercare. Ho raccolto il suo invito e al cospetto della tela mi son chiesto se il Cristo stesse in quel momento scendendo dalla croce. Avrei voglia di toccar con mano il dolore, ma la partecipazione emotiva di Maria non ha eguali e mi entra nel cuore. Osservo in religioso silenzio
4 – “Il 3 maggio 1808“, FRANCISCO GOYA. Qui si fa la storia, oserei dire. Sì, perché l’evento è raggelante nella sua reale drammaticità. E’ sera, il buio pare voler tener nascosta l’esecuzione capitale, ma l’enfasi della morte, il sangue, gli occhi terrificati dei condannati squarciano la notte con un bagliore incendiario che folgora l’anima. Mai grido alla libertà fu più disperato.
5 – “Las meninas“, DIEGO VELAZQUEZ. Chiunque rimarrà incantato al cospetto dell’adorabile infante che l’artista, che raffigura se stesso davanti al cavalletto, ritrae al centro del dipinto. E’ tanto perfetta, graziosa ed elegante quanto è deforme la figura della nana che le sta accanto. Contrapposizione che arriva, eccome se arriva.
6 – “Passaggio agli inferi“, JOACHIM PATINIR. Chiedo venia anche a Joachim, ma si è trattata di un’altra, piacevolissima scoperta. Ed allora vengo a sapere che era solito dipingere episodi religiosi in spazi aperti, con particolare risalto del paesaggio e dell’intensità dei colori. Il blu dell’orizzonte forse getta un’ancora alla speranza, ma è solo la mia impressione. Chissà.
7 – “Maja desnuda e maja vestida“, FRANCISCO GOYA. Per ultima ma non ultima la celebre maja, conturbante, seducente, provocatoria. Certo, il nudo della modella fa scalpore ben più della versione coperta, questo è ovvio; all’epoca fu scandolo ed il tribunale dell’Inquisizione denunciò l’opera come oscena. Sarà, ma a me piace parecchio… ed anche in quei lontani giorni pare riscuotesse successo.
Ecco, signori miei, questo è il Museo del Padro e le sue sette-bellezze. Ma non illudetevi… c’è tra quelle pitture ancora tanto, ma proprio tanto prodigio. Hasta luego.



