L’ELEZIONE DI AUNG SAN SUU KYI, LA NELSON MANDELA ASIATICA

di Claudia Boddi

Da domenica 1° Aprile 2012, anche la Birmania è pronta per avere il suo Nelson Mandela: è Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, che ritorna in Parlamento in seguito alle elezioni suppletive, per affrontare – con il suo partito –  la difficile strada che potrebbe portare la nazione verso la democrazia parlamentare.

Aung San Suu Kyi (fotopedia.com)

Con la calma forza disegnata sul volto, tipica degli Illuminati, madre di due figli e vedova di un marito morto di cancro, Aung San Suu Kyi – 67 anni – è, a tutti gli effetti, la reincarnazione della filosofia gandhiana “della non violenza, della resistenza e della ribellione attraverso il sacrificio di sé e la testimonianza, non delle forche o delle molotov, verso la riconciliazione nazionale”, come ha affermato Vittorio Zucconi su la Repubblica. In società per lo più occidentali, segnate continuamente non soltanto da episodi ma anche e soprattutto da mentalità violente, sentir parlare di dialogo serrato e logico e di disubbidienza civile come armi per combattere la dittatura, sembra a dir poco anacronostico. Invece, è indispensabile ricordarsi che da qualche parte, nel mondo, c’è ancora qualcuno che sta provando a portare avanti questi valori, pagando a caro prezzo, sulla propria pelle, la contropartita che viene chiesta in cambio. Oltre quindici anni di prigionia, per motivazioni inventate e false, e mobilitazioni internazionali sono il costo corrisposto dalla San Suu Kyi a uno stato incapace di giustizia umana e legale. Come lei, ci sono molte altre persone che, anche se non balzano agli onori della cronaca, sostengono lotte dure e silenziose per ideali di pace e uguaglianza.

Nonostante il regime birmano, uno dei più violenti ed efferati mai esistiti, che dal 2008 è diventato una vera e propria stratocrazia, “l’orchidea di ferro” – come la chiamano i suoi sostenitori – continua con successo e determinazione il percorso verso la riconciliazione nazionale. Passaggio fondamentale, in questo senso, sarà la sua presenza in Parlamento, anche se c’è già chi teme una repentina marcia indietro da parte della giunta militare, che potrebbe aver accondisceso a questa elezione per ben impressionare l’Occidente, con il quale ha bisogno di avere rapporti pacifici, prima di introdurre le nuove riforme. Si tratta di un primo passo, al quale dovranno seguirne molti altri, prima di poter pensare che il viatico per la democrazia sia giustamente avviato e che il passato dittatoriale sia lasciato definitivamente alle spalle. Dopo quindici anni di domiciliari, la storia non si è fermata e ora si prende la sua piccola, grande rivincita. Piccola, perché il ruolo di Aung non sarà quello di primo ministro ma grande perché occuperà nuovamente una posizione pubblica.

In una modernità ostentata e opprimente che necessita come il pane di eroi e miti veri nei quali identificarsi e dai quali sentirsi rappresentati, la storia di Agun San Suu Kyi squarcia positivamente il torpore di mediocrità che fa da cornice al comodo vivacchiare dei più. The Lady – come recita il titolo del film di Luc Besson a lei ispirato – ci insegna la passione per il suo popolo e la dignità delle sue convinzioni, in uno stile tutto orientale dal quale dovremmo essere pronti a mutuare istanze culturali che renderebbero il nostro vivere più pieno e coerente.

One Response

  1. Giovanni Agnoloni 05/04/2012

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