di Simone Provenzano
Quando si arriva alla fine del libro è giusto chiuderlo. Se siete buoni lettori, o se mai avete trovato compagnia e conforto in un libro, sapete di cosa sto parlando.
Quella sensazione di lutto legata all’inesorabile conclusione della storia; magnifica metafora di qualsiasi esistenza, di qualsiasi cosa esista in questo universo. Ci affezioniamo ai personaggi, agli universi narrati in modo così coinvolgente,
CI ABITUIAMO.
Mi capita spesso di arrivare alle ultime 50 o 100 pagine ed iniziare a razionare, porzionare la lettura, per fare in modo che mi possa durare qualche giorno in più, in modo da non dovermi staccare da questa bella abitudine alla storia e ai personaggi, che ormai mi sono amici.
E nel momento esatto in cui lo termino mi scappa sempre un teatrale sospiro, serenità raggiunta, come una vetta, arriviamo in cima, ci fermiamo ad ammirare il panorama ma il pensiero corre già al fatto di doversi separare da questo luogo: la discesa, il ritorno.
Ed è così che vivo la fine di un buon libro, come se fosse un ritorno a casa dopo essere stato in un posto meraviglioso. Mi scopro nelle librerie ad osservare volumi con un numero di pagine sempre maggiore: sotto le 400 mi sembra che finiscano subito…
ma il ritorno a casa porta con sé la magia della scoperta del prossimo viaggio, dei nuovi personaggi che incontrerò. E così il gioco si ripete, in un turbinare di emozioni e immagini.
Il vecchio Ermete, maestro di sapienza, quello che venne chiamato il Trismegisto, ci disse che
come in alto, così in basso.
Come si fa ad esprimere un concetto di tale portata con queste semplici 4 parole? Ci vuole come minimo coraggio, impudenza e saggezza!
Perchè questa deriva? Perchè non riesco a far a meno di pensare in quali altri ambiti della mia vita io mi ritrovi a rallentare, a nicchiare, prendere tempo, pur sapendo che una situazione ormai ha raggiunto il suo limite, ha fatto il suo tempo.
Quando si arriva alla fine del libro è giusto chiuderlo.
Che sia una relazione, un matrimonio, un lavoro, un pensiero, qualsiasi cosa! Non attardiamoci per abitudine, non fermiamoci solo perchè abbiamo imparato a conoscere la situazione in cui siamo. Non precludiamoci nuove letture. Chissà quale meraviglioso libro ancora non ho letto? Non perdiamoci la possibilità di leggerlo. La vita non è poi così lunga… e non avremo mai il tempo per leggere tutto quello che avremmo voluto. Figuriamoci se perdiamo tempo solo per abitudine!



L’abitudine è una brutta bestia, qualunque essa sia!!!
Leggere un libro, un buon libro, è qualcosa che per me ha pochi eguali…mi tasferisce in un mondo che appartiene a me solo, non ci sono interferenze, mi lascio coinvolgere fino in fondo e da ciò traggo infinito piacere…la fortuna è che la conoscenza, perchè leggere un libro E’ CONOSCENZA, non ha limiti, si ripropone di continuo e quindi per chi ama la lettura l’appagamento è senza fine…
Simone mi stimola sempre a riflettere. Il discorso dell’alto e del basso, che mi fa venire in mente il “come il cielo, così in terra” del “Padre Nostro” (e ci ritorneremo), è fondamentale. E altrettanto è il concetto di realtà continuamente evolutiva, che è l’anima (in una mia intervista a Lee Irwin, su “La Poesia e lo Spirito”, ne parlammo: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/22/intervista-a-lee-irwin-lalchimia-dellanima/).
Io coi libri ho un rapporto particolare: o mi chiamano, o mi respingono. Da grande appassionato di Tolkien, mi sono trovato, per esempio, prima di conoscere “Il Signore degli Anelli”, a iniziare – in tempi “non sospetti” – “Lo Hobbit” e ad accantonarlo dopo trenta pagine. Non era ancora il momento. Credo che questo abbia a che fare con l’importanza di seguire un percorso che risuona con la nostra interiorità, e dunque con le sincronicità junghiane. Le cose non ci succedono per caso. I libri non li incontriamo per caso. E, dopo la lettura, il ritorno da quella “terra di mezzo” che è la dimensione della narrazione è importantissimo – lo postulava anche Tolkien nel suo saggio “Sulle fiabe” – perché l’esperienza appena fatta ci deve insegnare a riscoprire il mondo vero, con i suoi colori e le sue creature. E dunque si va avanti, e l’ultima pagina è solo la prima di un nuovo capitolo che ha noi per protagonisti.
Se un giorno ci capita di incontrarci poi mi spieghi per bene!!!
Tra l’altro, sempre per Tolkien uno dei pregi dell’esperienza subcreativa (cioè l’evasione nei mondi della fantasia, per poi tornare, rigenerati, al mondo reale), era quello di liberare dal “drab blur of triteness or familiarity”, cioè dal “dal tetro grigiore della banalità o dell’abitudine”.
Ci sono libri che mi appassionano veramente (ed è un dispiacere quando arrivo alla conclusione) e altri che chiudo dopo le prime pagine..come credo che capiti un po’ a tutti, del resto. Capisco comunque che un libro mi sta veramente “prendendo” quando inizio a portarmelo in bagno. 😀
Chiudiamolo pure il libro terminato, conservando e facendo tesoro di ciò che ci ha trasmesso, che continuerà a vivere nei nostri ricordi, e anzi, potrà essere lo spunto per nuovi “viaggi”, mentali o reali che siano.
Al di là dei libri, grazie per questo ennesimo inno all’autenticità
un libro mi prende perché, come diceva Proust, ” è in comunicazione con il mio cuore “, e se è in comunicazione con il mio cuore, lo prendo e lo riprendo, anche a distanza di anni, sempre con lo stesso piacere, e mi sembra ogni volta di leggere un libro diverso, che mi dice cose nuove…
Questo post potrebbe tranquillamente riassumersi in quell’unica frase: “Quando si arriva alla fine del libro è giusto chiuderlo.”
Questo Post, come sempre, racchiude tra le righe una verità intensa, tutta da scoprire.
Proprio come un buon libro…