di Claudia Boddi
Qualche giorno fa, vagando su Internet, mi sono imbattuta in un blog sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Il sito, essenziale e graficamente incisivo, è gestito da una ragazza che, in vari post, dichiara di star vivendo un disturbo alimentare e che, con il sito, si prefigge lo scopo di parlare dell’argomento sapendo davvero qualcosa a riguardo, non come tutti i “cani e porci” (parole sue) che lo fanno, senza cognizione di causa.
La ragazza porta testimonianze molto suggestive e senza dubbio autentiche che fanno vedere il problema da un punto di vista interno e interiore, fornendo a occhi profondamente attenti scorci verosimili, raffiguranti una realtà condita spesso da elementi a dir poco fantasiosi e luoghi comuni. Dagli articoli pubblicati trapela un forte senso di rabbia e voglia di riscatto per l’incomprensione e l’indifferenza che spesso circonda il mondo di anoressia e bulimia che, non dimentichiamoci, sono malattie mentali, in piena regola.
In uno dei suoi scritti, l’autrice stila una sorta di decalogo delle reazioni da non avere, laddove qualcuno riesca a confessarvi un problema del genere. Riferendo le sue opinioni a se stessa e alle amiche che conosce, senza generalizzare afferma che fare finta di niente o iniziare a controllare tutto quello che la persona mangia sono stigmatizzazioni parimenti dannose. Così come provare a trascinare la persona in terapia o fare commenti sul fatto che non ha bisogno di dimagrire. Alcune di queste reazioni non fanno altro che rincuorare la mentalità malata della persona in questione, alimentandone il meccanismo distruttivo. Sentirsi sotto giudizio, nella morsa di un pressing insistente o etichettato come “pazzo da manicomio” non facilita certo il processo di guarigione, al contrario, lo rallenta facendo pentire la persona che è in difficoltà di aver parlato.
C’è anche un cenno molto interessante alla famosa campagna di Vogue contro l’anoressia che, in effetti, ha tutta l’aria di essere una sonora forma di risciacquo della coscienza. È probabile che Franca Sozzani – direttrice di Vogue Italia -, sentendosi puntare il dito contro, per la storia delle modelle troppo magre, costrette a dieta liquida, abbia deciso con il suo staff di lanciare questa campagna per spegnere i riflettori sull’argomento e far cessare i rumori intorno al fatto che le aziende di moda incentivano la magrezza delle top.
Ma accanto all’elenco dei veti, la ragazza del blog fornisce anche un suggerimento tanto semplice quanto illuminante su uno dei possibili modi più efficaci per stare vicino a qualcuno in difficoltà, a causa di un disturbo del comportamento alimentare o, più in generale, per qualsiasi motivo, aggiungo io. Chiedere “come stai” ed essere davvero disposti ad ascoltare la risposta fa sentire accolti, non giudicati o sbagliati. Quante volte ci siamo trovati dall’altra parte del muro, a stare male, con un peso sul cuore e non abbiamo trovato nessuno che ci facesse da saccone o che banalmente fosse davvero interessato a noi?
“Come stai?”, da che mondo è mondo, una delle domande più inflazionate della comunicazione umana; in tutte le lingue, c’è un modo facilissimo per dirlo e anche la risposta spesso è immediata. Ma quante volte lo abbiamo chiesto senza che fosse una domanda retorica fatta giusto per entrare in relazione o per aprire una conversazione? L’empatia è un processo relazionale raffinatissimo che richiede un lavoro complesso di cuore e mente: cogliere i bisogni dell’altro e rispondervi adeguatamente prevede un complesso lavoro di osservazione, riflessione e pianificazione ma, spesso, passa anche da canali conosciuti e alla portata di tutti, come i “come stai?” detti sentitamente e non solo pronunciati con le labbra.




Ho letto con sempre crescente attenzione l’interessante riflessione di Claudia…la cosa che mi fa orrore, però, e con ciò mi ricollego all’altrettanto interessante post di Gianluca Bonazzi, è che troppo più spesso alla semplice ma non banale domanda “come stai?” ci sentiamo rispondere…”scusa, dopo, ora non ho tempo”!!!!! E’ proprio per la mancanza di comunicazione e comunicabilità (nel nome di cosa poi, la produttività?puah, che tristezza…) che questo mondo sta scivolando giorno dopo giorno sempre più in basso…fermiamoci qualche minuto, respiriamo profondamente, riprendiamo fiato e facciamo recuperare terreno ai rapporti umani più autentici, cioè quell’intreccio di relazioni individuali che non sono mosse da interessi affaristici…staremo meglio…
http://www.postpopuli.it/11796-sentieri-civili-per-i-contadini-nellanima/#
..
sono d’accordissimo con te, Nicola! Cominciamo nel nostro piccolo, poi sarà come un contagio…
Ma, in prima battuta, anche detto “solo con le labbra” può andar bene.
Senza sviscerare il tema dei disturbi dell’alimentazione, purtroppo mi capita di notare come spesso il dialogo scompaia a favore del monologo; c’è il soggetto più ciarliero che parla di sé all’interlocutore (si fa per dire) più taciturno.
Si creano quindi conversazioni (e, in seguito, rapporti) sbilanciati e innaturali.
Anche se non ci interessa, abituiamoci a chiedere al prossimo “come va?”, oppure se vogliamo parlare solo di noi stessi andiamo da un buon psicoterapeuta.
Quando avremo saldato la sua parcella si sentirà pienamente appagato, anche se non gli avremo chiesto nulla di lui.
Osservando il mondo che mi circonda ho potuto constatare una profonda contraddizione nel comportamento delle persone: da un lato le persone sembrano in asfissia se non aggiornano costantemente il proprio stato sui vari siti “sociali” (che, per inciso, non voglio assolutamente stigmatizzare); dall’altro c’è una crescente forma di egocentrismo che, fra le altre cose, comporta una incapacità di ascoltare ciò che chi abbiamo di fronte ha bisogno o desiderio di comunicarci. Veramente, come dice Claudia, chiedere con intenzione un (apparentemente) semplice “Come stai?” può fare la differenza se per primi siamo disposti ad ascoltare (non sentire e basta) la risposta del nostro interlocutore e a seguirlo con empatia in ciò che sta per dirci.
… sembra banale ma non lo è affatto… E’ chiaro che non è possibile destinare la stessa dose di attenzione e autenticità a ogni relazione che si ha nella vita, ma troppo spesso capita di essere disattenti e poco disponibili anche con persone a noi vicine e intime (genitori, compagni, figli, amici ecc…ecc..), rischiando anche di rovinare rapporti significativi perché a forza di non vedere l’altro per come realmente è, alla lunga ci si allontana. Quindi, almeno nelle relazioni importanti della nostra vita, è il caso di provarci seriamente: il tempo che abbiamo a disposizione non è infinito!