LISBONA, FASCINO DI UN PASSATO SVANITO

di Giorgio Galli

Lisbona, fascino di un passato svanito

Il dolore portoghese non l’ho ritrovato in nessun altro dolore del mondo. Il dolore portoghese l’ho ritrovato solo nelle poesie di Ivo Andrić: “Oh lunghi anni di giovinezza / pieni di raggi di sole / pieni di pensieri e di vittime / della stregata pietra natia” (1). In nessun posto al mondo mi son sentito uno di lì come a Lisbona nel 2002. Lisbona era coperta di polvere e di miseria, preziosi chiostri manuelini erano bruttati da cacche di piccione -cacche che nessuno aveva nettato per settimane, forse per mesi-, la città intera era tutta un “lavori in corso”, lavori che tuttavia non si capiva da quanto tempo fossero in corso e se non fossero stati nel frattempo abbandonati; e le strade erano piene di sconnessure, ché a prendere il tram sembrava di tornare bambini e di giocare alle Montagne Russe.

Una delle strade del "Bairro alto", a Lisbona (da Wikipedia)

Una delle strade del “Bairro alto”, a Lisbona (da Wikipedia)

C’era un’atmosfera da dopo-alluvione, i lisbonesi aspettavano ancora il loro Marquês de Pombal, il marchese che aveva ricostruito la città dopo il terremoto-tsunami del 1755. Per prendere il tram ci si disponeva in fila orizzontale lungo il bordo del marciapiede, con un rigore ancora salazariano; i trasgressori venivano puniti con la più severa riprovazione sociale. La polizia ti perquisiva all’entrata e all’uscita d’ogni centro commerciale, brutalmente, senza chiedere né permesso né scusa. Ma le piazze del centro rigurgitavano d’ambulanti che ti prendevano per un braccio e ti mostravano, di sotto alle loro selve d’occhiali da sole, abbondanti riserve di hashish. I negozi vendevano prodotti che da noi erano passati da vent’anni, i supermercati erano cataste di roba e sull’uscio non mancava quasi mai un mendicante deforme. Vuole la leggenda che le deformità fossero così frequenti perché l’isolamento del Paese e la scarsità degli abitanti avevan dato luogo a una lunga teoria d’accoppiamenti tra consanguinei. Ma era solo una leggenda.

Eppure Lisbona era splendida. Splendida per le sue architetture moresche, per le sue strade ariose, per i vicoli angusti, per il respiro dell’Oceano che la ventilava e arava, che la illuminava, ch’era disteso e risonante come il verso di Walt Whitman. Era splendida per la cantilena dolorosa della sua lingua. Era splendida per la pubblica nudità della sua miseria. Lisbona era un bellissimo corpo che mostrava senza ritegno i solchi delle torture. Mi sono sentito a casa lì come soltanto nella poesia di Ivo Andrić. Di dove sono io? Sono dell’Est, del Portogallo, dell’America Latina. Appartengo a tutte le culture dove il contatto col dolore è così privo di mediazioni da riuscire esaltante.

Lisbona nel 2002 era una città che suonava. Puzzava di fado. Nei ristoranti dove la sera mangiavamo pesce a dieci euro, c’erano ragazze tristi che cantavano il fado. Ti portavano quei piatti unici enormi, riso, anitra, maialino di latte, patate, pesce, e ti cantavano il fado. Pagavi dieci euro per quella meraviglia. Il proprietario di un ristorantino, quando seppe ch’eravamo italiani, ci offrì la cena e stappò una bottiglia del suo miglior vino, perché aveva fatto il militare in marina, in acque italiane, e il nostro arrivo gli aveva ricordato la giovinezza. Erano ristoranti sporchi e umani. E vi si mangiava da dio. Ora quei ristoranti non ci sono più. Li ho cercati inutilmente, con mia moglie, nel 2012, durante il nostro viaggio di nozze. Non mi capacitavo di non trovarli. Volevo regalare a mia moglie la magia; le stavo facendo attraversare una Lisbona ancora triste ma più feroce, più pulita ma più simile alle nostre ciniche città.

Il perché lo venimmo a sapere qualche giorno più tardi, da un prete americano che affittava camere nella sua sacrestia, su uno scoglio d’Estremadura. Sulla panchina di un bel giardino, il nostro prete fumava una sigaretta dietro l’altra, beveva whisky e ci spiegava che l’American Catholicism era different from Roman Catholicism, less formal; e che lui s’era fatto sacerdote e s’era ritirato in quella casa alta dopo aver perso la moglie e le figlie. Gli chiesi dove fossero finiti quei magnifici, piccoli ristoranti di Lisbona. Rispose ch’erano stati chiusi da un giorno all’altro perché non conformi alle norme europee. Le forze dell’ordine erano entrate nei locali coi mitra spianati, they entered like fascists, così disse, e avevano sgomberato tutto. Famiglie intere erano rimaste senza il lavoro d’una vita. Era così ch’era morta la mia Lisbona. Era per questo che non potevo regalare a mia moglie la sua magia.

(1) Da Ivo Andrić, Poesie scelte, a cura e per la traduzione di Stevka Šmitran, ed. Le Lettere, Firenze, 2000.

(la foto, di Osvaldo Gago, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia

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