di Alberto Giusti
Il Presidente della Repubblica Napolitano ha firmato in settimana il decreto sulle liberalizzazioni, che il governo ha cercato di etichettare “Cresci-Italia”, dopo la nota mazzata arrivata con il precedente “Salva-Italia”. Nonostante gli adattamenti subìti dal testo a favore di varie categorie, da nord a sud il paese è attraversato da proteste significative, quantomeno per gli effetti che provocano sulla vita di tutti i giorni, coinvolgendo milioni di cittadini. Nonostante la devastazione di Roma o gli scontri per la Tav facessero certamente notizia e producessero enormi quantità di materiale giornalistico, trovare gli scaffali vuoti al supermercato o il benzinaio a secco per lo sciopero dei camionisti è qualcosa di molto più tangibile di un telegiornale. E aldilà dell’aspetto popolare del problema, si alza la voce di chi protesta: tir che bloccano le autostrade, tassisti che bloccano le città, “forconi” che sfilano in Sicilia.
È giusto che le categorie colpite si facciano sentire, aldilà di qualsiasi considerazione di parte, in modo che il governo si renda consapevole delle difficoltà e prenda le proprie decisioni con un quadro completo della situazione. E questo governo, essendo tecnico e, presumibilmente, non avendo la necessità di vincere le prossime elezioni, si può permettere di essere sordo. Ma i partiti non possono permetterselo, e al contrario sembrano aver perso completamente l’udito.
Tutti promettono emendamenti, dal Pd al Pdl passando per il terzo polo, ma in questo momento nessuno riesce più a catalizzare una parte del dibattito su se stesso; nessuno vuole porsi come interlocutore per le categorie in rivolta, lasciando la patata bollente al governo. E per di più, se ogni tanto un esponente prende posizione a favore o contro alcune delle proteste, le sue parole cadono nel vuoto, come se a nessuno importasse ciò che ha da dire. Gli unici protagonisti al momento presenti sulla scena sembrano essere da un lato Monti e i suoi ministri, dall’altro le associazioni di categoria, anche se una puntatina di Bossi sul palcoscenico (“Silvio, fai cadere questo governo infame!”) fa sempre piacere.
Che questo comportamento degli attori partitici sia voluto, per far passare la tempesta prendendosi meno responsabilità possibile, o subìto, non riuscendo cioè ad apparire a causa dell’attivismo del governo e di chi protesta, il problema rimane lo stesso: la mancata allocazione di delega politica. L’assenza di quell’attività di aggregazione e sintesi degli interessi particolari in interessi generali che i partiti, in democrazia, sono nati per svolgere. Ciò produce naturalmente smarrimento in una parte consistente dei cittadini elettori, che vanno ad ingrossare le fila dell’astensione. Come rilevava già a dicembre 2011 il Centro Italiano Studi Elettorali, è proprio l’astensione, attualmente, ad essere motrice del cambiamento politico. Si può ipotizzare, visto l’inasprirsi del conflitto sociale, che il numero di persone che intendono astenersi o scegliere un diverso attore partitico stia aumentando di giorno in giorno.
È da questo fattore, unito ad un sistema partitico dal profilo incerto (Quali leader? Quali alleanze? Quando si vota?) e recente (molti dei partiti presenti sulla scena esistono da meno di 5 anni), che nasce la preoccupazione. Le condizioni in cui ci troviamo replicano infatti, in parte, quelle da cui è nata la II Repubblica, nel 1994. Il maggiore partito di centrosinistra nato solo da pochi anni; un polo centrale denso di sigle e di personaggi; l’ex partito di maggioranza in probabile disgregazione; tecnici sulle poltrone governative. Per non parlare del sentimento anti-governativo, stavolta scaturito soprattutto dalle nuove accise sui carburanti, che sta contagiando una parte non minoritaria dell’elettorato. Tutto questo e il silenzio dei partiti sono terreno fertile per outsider dell’ultima ora e per la creazione di un nuovo partito che catalizzi attorno a sé l’insoddisfazione che gli anni di crisi stanno creando: terreno fertile per il populismo. Sappiamo cos’è successo in passato: anni e anni persi in uno scontro politico pro/contro una sola persona, Silvio Berlusconi. Sappiamo che non vogliamo che ciò si ripeta. Ma affinché non si ripeta, e affinché la gente che manifesta il proprio dissenso trovi risposte, i partiti devono tornare a esercitare il proprio ruolo, devono ascoltare davvero il paese e riuscire a proporre risposte politiche, e a portarle negli uffici del governo. La maggioranza parlamentare non è certo tecnica, anche se non è univoca: è una maggioranza fatta di politici e partiti, che a questo governo non possono permettere semplicemente di testare le ricette da anni chiuse nei cassetti dei professori universitari. Il ridimensionamento del decreto Cresci-Italia dimostra che quelle ricette vanno innanzitutto protette dal lobbysmo, al quale i tecnici non sembrano affatto immuni; ad esse va data una direzione chiara di giustizia ed equità, e soprattutto devono essere accompagnate da sacrifici della classe politica tutta, senza i quali gli italiani non capiranno il senso delle manovre, e saranno pronti ad ascoltare nuovi (falsi?) profeti.




Parole sacrosante: la prossima settimana ne parlerò nell’articolo sulla liberalizzazione della benzina. Intanto una news in anteprima: il governo aveva tolto le commissioni sui bancomat sotto i cento euro per i gestori degli impianti di benzina, una bella boccata di ossigeno per la categoria, e le banche cosa hanno fatto? Hanno tolto le commissioni e hanno introdotto i canoni: se fai meno di 500 bancomat (cosa impossibile) paghi un canone mensile di 35 euro, se ne fai di più, il costo varia dai 35 fino ai 1000 euro, una cifra francamente spropositata. Risultato: il governo ha fatto marcia indietro. Purtroppo le lobbies, quelle potenti, continuano a comandare…così come continuano a non essere liberalizzati settori come i distributori di giornali, quelli sì che impediscono la libera diffusione di un giornale, molto più di un’edicola in meno…
La gente s’è rotta le scatole, fa anche bene a protestare! La casta politica invece pensa solo a salvare il proprio privilegio e denuncia il solito immobilismo