di Claudia Boddi
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento dominò la scena teatrale fiorentina, il personaggio di Stenterello, creato da Luigi Del Buono, artigiano orologiaio, amante della commedia dell’arte.
Del Buono era nato a Rifredi nel 1751 e dalla sua bottega, affacciata su piazza Duomo, dove una volta era l’arco de’ Pecori, demolito durante le ristrutturazioni di fine secolo, dette vita a uno dei caratteri più scanzonati e dissacranti della tradizione vernacolare fiorentina. Carattere, non maschera, come scrisse Guglielmo Amerighi, presentando alcuni lavori di Del Buono: ”Stenterello non è una maschera come Arlecchino o Pulcinella della commedia dell’arte ma un carattere capace di insediarsi in qualsiasi realtà rimanendo uguale a se stesso”.
La figura di Stenterello, disegnata dal suo ideatore, aveva la palandrana fino al ginocchio, le calze a strisce e l’appellativo “posa-piano” ricamato sulla veste insieme alla bottiglia e al numero 28 – che nella numerologia fiorentina è associato a coloro che sono stati traditi dal consorte, i “becchi” -; completavano il costume, il copricapo a tricorno e il lungo codino secondo la moda settecentesca. Stenterello, letteralmente, è colui che vive di stenti, che fa fatica a tirare avanti: probabilmente, Del Buono chiamò così la sua creatura, guardandosi allo specchio e vedendosi piccolo, magro e segaligno. Il carattere incarna il temperamento furbo del popolano arguto, libero, irriverente, pronto alla finzione e al compromesso, quando c’è da trarne vantaggio che, con continue battute di spirito e allusioni, critica e ridicolizza la serietà di certi strati sociali della Firenze dell’epoca. Voci diffuse nell’ambiente teatrale di allora testimoniamo che i modelli di ispirazione fossero stati un barbiere e un mendicante.
Da uomo di teatro, quale era diventato, entrando a far parte di numerose compagnie filodrammatiche, Del Buono oltre che il padre fu anche il primo interprete di Stenterello, portandolo in scena – pare – nel 1793 sulle assi del teatro del Cocomero (ormai ex Niccolini) nello spettacolo “Fiorinda e Ferrante, principi di Gaeta, con Stenterello buffone di corte”. Altre fonti indicano “Il diavolo maltrattato a Parigi” come l’opera d’esordio.
Il linguaggio schietto e popolare piacque subito al pubblico che si riconobbe in una delle sue attività preferite: la critica dissacrante alla società fiorentina. Fu su questa immedesimazione che Del Buono e i suoi seguaci costruirono il loro successo. Su fronti opposti letterati e critici suoi contemporanei. Fra i suoi nemici dichiarati, gli accademici della Crusca che allibivano di fronte al suo vernacolo e alla sua morale; scrive Paolo Lucchesini: ”Reazione fin troppo chiara: Stenterello costituiva l’altra faccia, quella plebea, di quella lingua toscana, letteraria, che ormai si era affermata come unica italiana”. Fra i suoi detrattori anche Giuseppe Giusti, che in una sua lirica affermava che il nostro carattere “sa di bettola e di bordello”. Piacque, invece, ad altri letterati come Jarro (Giulio Piccini), Giuseppe Cucchiara, Bruno Corra che lo indica come il precursore di Ettore Petrolini.
Firenze, in quell’epoca, viveva una stagione fervida per l’attività teatrale, ne è una prova il proliferare di teatri insediatisi in quel periodo: il Teatro Nuovo (in via Bufalini), il Teatro di Borgognissanti, il Teatro di piazza Vecchia (oggi piazza dell’Unità). C’era una continua richiesta di commedie, tragedie, farse, improvvisazioni: carta di tornasole di una vivacità culturale che voleva farsi spazio a tutti i costi.
Fra le molte commedie di Del Buono, nelle quali compare la sua creatura, sono degne di essere ricordate: “Ginevra degli Almieri, sepolta viva in Firenze”, “La villana di Lamporecchio”, “La bacchettona che sono”, fra le poche ripubblicate in epoca attuale. Molte altre portano la sua firma e sono chiamate stenterellate ma non si contano le imitazioni apocrife, anonime e quelle scritte dagli attori che presero in eredità la sua figura.




Grazie mille, Claudia, per questa presentazione di una figura che è veramente un tipo umano universale, un vero archetipo, che ci ritroviamo vicino ogni giorno. Penso – ma non per banalizzare – al “Sekkurity”, o come si scrive, impersonato da Alessandro Paci!
Ecco Clauida, con questo articolo mi hai riportato ad un dopo cena del 1988, quando a 9 anni me ne stavo con mio babbo in salotto a colorare lo Stenterello che avevo disegnato per il carnevale a scuola. 🙂
🙂