I residenti, gli erasmus e gli statali
di Alberto Giusti
In queste ore, a 5 settimane dal voto, torna d’attualità, e non in positivo, il vecchio tema del voto degli italiani all’estero. Ma che tipo di italiani?
La questione del voto agli italiani all’estero è stata rivista con la legge 459/2001, la cosiddetta Legge Tremaglia, dal nome del suo proponente. Mirko Tremaglia, storico esponente del Movimento Sociale e poi di Alleanza Nazionale, è morto circa un anno fa, e questa legge è certamente una delle ragioni per la quale verrà ricordato. La legge Tremaglia andava a semplificare la procedura di voto degli italiani residenti all’estero, ovvero con voto postale verso i consolati del paese in cui i nostri concittadini si trovano. “Concittadini”, però, per modo di dire: infatti, la legislazione italiana sull’ottenimento della cittadinanza da parte dei figli dei nostri immigrati è molto permissiva, e questo fa sì che il numero reale di italiani ora residenti all’estero ma realmente interessati alle vicende del nostro paese sia molto più basso della potenziale platea di votanti. Su quasi 3 milioni di residenti all’estero, aventi diritto al voto per la Camera dei Deputati per le elezioni del 2008, i votanti sono stati circa il 39%. Un’astensione molto alta, che però in confronto alle legislazione precedente a Tremaglia è stata un enorme successo, visto che i residenti all’estero in passato dovevano recarsi in Italia per esercitare il loro diritto di voto. Niente di più semplice per chi era emigrato in Australia o nelle Americhe. Inoltre, alla rappresentanza di questi elettori sono riservati uno specifico numero di seggi in parlamento: 12 alla Camera e 6 al Senato. Sono le famose “circoscrizioni estero”.
La Legge Tremaglia purtroppo dimentica una categoria di italiani sempre più vasta col passare degli anni: quella dei residenti in Italia ma temporaneamente all’estero, per motivi di lavoro, di studio o di turismo. E se anche volessimo escludere i turisti, potendo affermare che chi si interessa veramente del voto non programma viaggi di svago proprio nei giorni delle elezioni (ma conosco persone rimaste fregate dalla caduta anticipata del governo, da questo punto di vista), necessariamente dovremmo tener conto della grande platea di concittadini, veri concittadini, che per studio o per lavoro si trovano fuori dai confini nazionali, magari all’interno però dell’Unione Europea. E la categoria che in queste ore si sta sentendo maggiormente colpita è quella degli studenti Erasmus. Sono migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze che per votare dovrebbero appositamente prendere un paio di aerei, andata e ritorno. Ma lo stesso discorso vale per i lavoratori, e sappiamo quanti siano i nostri connazionali che stagionalmente si recano fuori confine per guadagnare qualcosa. A disciplinare il voto degli italiani temporaneamente all’estero ci ha pensato il decreto legge 223/2012, convertito nella legge 232/2012, che include solo queste categorie: appartenenti alle Forze armate e alle Forze di polizia temporaneamente all’estero in quanto impegnati nello svolgimento di missioni internazionali; dipendenti di amministrazioni dello Stato, di regioni o di province autonome, temporaneamente all’estero per motivi di servizio, qualora la durata prevista della loro permanenza all’estero, […] sia superiore a tre mesi e inferiore a dodici mesi […]; professori e ricercatori universitari […] che si trovano in servizio presso istituti universitari e di ricerca all’estero per una durata complessiva di almeno sei mesi e non piu’ di dodici mesi che, alla data del decreto del Presidente della Repubblica di convocazione dei comizi, si trovano all’estero da almeno tre mesi, […].
Insomma, un panorama estremamente ristretto che include solamente personale di afferenza statale e che va ad escludere un numero di elettori non indifferente.
Chi in queste ore protesta e pensa che quella del governo sia stata una semplice dimenticanza o una volontà di esclusione, purtroppo o per fortuna si sbaglia: infatti nemmeno nel 2008, né nel 2006, gli italiani temporaneamente all’estero hanno potuto votare. Per poter ricondurre il voto di queste migliaia di italiani al computo dei loro rispettivi collegi elettorali, e in tempo utile agli scrutini, dev’essere infatti adottata una tale organizzazione che per decreto sarebbe impossibile inventare di sana pianta. La risposta va trovata nella comune legislazione elettorale, e forse sarebbe stata parte di quella riforma che tutti aspettavamo, qualche mese fa, ma che con la caduta del governo è finita nel dimenticatoio.
Ahinoi, dovremo aspettare qualche altro anno per risolvere il problema. Nel frattempo, possiamo passare un po’ di tempo a immaginare cosa staranno pensando del loro vecchio paese i nostri lontani parenti sparsi in giro per il globo. E magari fare uno squillo al cugino australiano, per spiegargli qui come stanno andando le cose.



