a cura della Redazione
Lucia non cade: intervista a Chiara Borghi, autrice di un romanzo destinato a far discutere
Nei suoi romanzi ha tracciato i tenui e cangianti confini che regolano i rapporti umani con uno sguardo profondo, che abbraccia gli aspetti individuali e quelli sociali, un connubio per lei inscindibile. I suoi personaggi – fragili separatori e contenitori di mondi – affascinano proprio perché privi di quel “memorabile” che li renderebbe eroi del loro tempo.
Nel suo libro d’esordio – “Drake’s Heaven” (2001) – ha raccontato il “branco” e l’adolescenza, la fine dell’ombra di carta della giovinezza e la resa a quella società che ne sbriciola gli assoluti; ne “Il tempo è scaduto” (2o07) ha invece intonato il “canto del cigno” di quella stessa generazione di giovani, divenuti ormai parte di quella piccola borghesia italiana, sconfitta e perduta nel più sconcertante consumismo.
“Lucia non cade”, il suo ultimo lavoro – edito da Matisklo Edizioni nel gennaio del 2015 – tratta il tema, delicatissimo e attuale, della “violenza di genere”. La sua Lucia, studentessa qualsiasi che, stuprata da uno sconosciuto, decide di non denunciare il fatto all’autorità e di cercare, invece, lo scontro frontale con il suo aggressore e la vendetta personale, è destinata a far discutere.
Nata a Finale Ligure nel 1981, filosofa di formazione, Chiara Borghi ha fondato e dirige “La bottega dello scrittore”, associazione culturale che si occupa di letteratura, teatro e drammaturgia. Ha studiato a Genova e a Milano, dove ha frequentato il master Professione.tv con Alessandro Ippolito, divenendo sceneggiatrice televisiva e cinematografica. La incontriamo nella sua casa di Roma, dove vive con il compagno e i suoi due bambini.
Chiara Borghi
Partiamo dal tema del tuo ultimo lavoro: “Lucia non cade”, il tuo terzo romanzo, racconta di una giovane donna che, violentata da uno sconosciuto, decide di non denunciare l’aggressione subita e cercare la vendetta personale secondo la proverbiale “legge del taglione”. Una storia non facile – che lascia spazio a più di un’interpretazione – e un argomento delicato, quello della violenza sulle donne, che purtroppo riempie le pagine di cronaca dei quotidiani quasi ogni giorno. Come è nata l’esigenza di trattare questo tema?
La violenza sulle donne è un tema che attraversa tutte le epoche storiche e ha mille sfumature. Non esiste solo l’aggressione vera e propria, ma anche la paura della stessa, che condiziona la vita di molte donne. Personalmente, ho sempre avvertito il peso della paura come limitazione alla mia libertà personale. Ogni volta che una donna sente di non poter uscire da sola la sera, o di non indossare una minigonna per timore di attirare attenzioni particolari, subisce una violenza. Essere donna non dovrebbe essere limitante per un essere umano, invece lo è ad ogni latitudine. Spesso parliamo di violenza e segregazione in riferimento al Medio Oriente o all’Africa, senza accorgerci che anche le donne occidentali vivono storie analoghe.
“Lucia non cade” è un titolo molto evocativo, che contiene un esplicito riferimento al significato del romanzo. Ci vuoi parlare la sua genesi?
Lucia, naturalmente, è il nome della protagonista. Non l’ho scelto a caso, ma in omaggio a Santa Lucia, la martire cristiana che, secondo la tradizionale, fu violentata da due briganti, che le strapparono gli occhi. Quella Lucia – come la mia – non aveva altra colpa se non quella di trovarsi in strada da sola al momento dell’aggressione. Oltre a questo, fu “colpa” il suo essere donna, quindi vulnerabile. Quanto al “non cadere”, è un tributo alla forza delle donne, che non si lasciano andare e non accettando la loro condizione di “vittime”, ma vanno avanti e vivono la loro vita, sempre e comunque. La Lucia del romanzo – proprio come la santa – “non cade” perché, se l’una continua a fare del bene agli altri fino a mettere in pericolo se stessa, l’altra proverà per tutto il romanzo a rialzarsi dalla tragedia e riconquistare la dignità che le è stata strappata.
Tuttavia, la tua protagonista è tutt’altro che una caritatevole martire cristiana. Lucia, nel romanzo, cerca la vendetta personale, violenza per violenza, scardinando tutti i meccanismi sociali. Al di là del fascino “noir” della vicenda, non credi che sia un messaggio sbagliato da dare ai tuoi lettori? Mi riferisco in particolare, chiaramente, al pubblico femminile.
Il mio giudizio, morale e sociale, rimane sospeso lungo tutto l’arco della storia. Personalmente, non intendo dare giudizi morali, non voglio mostrare strade da percorrere e non ho una ricetta per sbrogliare un nodo tanto complesso. Vorrei però che tenessimo presente che Lucia cerca vendetta perché l’istituzione non le offre una protezione efficace. Ha paura di non essere creduta, di affrontare il processo, teme che la sua storia finisca preda del tritacarne mediatico, della cosiddetta “televisione del dolore”. In altre parole, Lucia sceglie la vendetta per paura di essere stritolata dal sistema e di essere violentata una, due, cento volte ancora. Prende la sua decisione non perché crede che sia la strada migliore, ma la sola via che le rimane. Il nocciolo della questione è questo, e mi piacerebbe che le istituzioni prendessero coscienza che il problema esiste, che tante donne si sono trovate nella stessa situazione in cui si è trovata la mia protagonista. Vorrei che si facesse qualcosa a livello legislativo.
Nel libro accenni alla “colpa di Eva”. Cosa intendi?
Proprio alle paure di cui ho accennato poco fa, quelle che danno origine alle limitazioni a cui molte donne si sottopongono per sfuggire a potenziali situazioni spiacevoli o drammatiche, arrivando, in taluni casi, a vivere nel terrore, svilirsi, auto-censurarsi. Ma non si tratta solo di questo. È anche il senso di colpa che Lucia prova dopo essere stata aggredita, la voce interiore che le sussurra che “se l’è andata a cercare”, perché indossava un abbigliamento provocante e perché tornava a casa da sola, la notte, in una strada deserta, il che equivale a subire doppia violenza. Finché questo stato di cose sussisterà, sarà arduo parlare di parità tra i sessi. Oltre tutto, credo sia degradante anche dal punto di vista maschile. Trattare le donne come prede, comporta identificare tutti gli uomini come predatori.
Nonostante i risvolti sociali – a cui ci hai abituato in tutti i tuoi lavori – in “Lucia non cade” le atmosfere e l’andamento sono quelli del “noir”, una novità per te. Anche la scrittura è incalzante, asciutta, quasi “crudele”. Una scelta funzionale all’argomento?
Più che altro un esperimento. Volevo un romanzo sociale in cui la violenza, in ogni sua forma, fosse presente e si respirasse in ogni pagina, per cui questa scelta mi è parsa congeniale. L’omaggio a Jean Claude Izzo, nella citazione iniziale, riassume proprio questo intento. Nelle sue opere, Izzo riusciva a mescolare sapientemente la forma del “noir metropolitano” – come è stato battezzato il suo stile – con i temi sociali. Nel mio piccolo, ho cercato di fare lo stesso. Inoltre, sfruttando i tratti tipici del “noir” – teso per definizione – ho cercato di costruire un romanzo in cui il lettore si sentisse come “preso d’assalto”. La violenza toglie il respiro sempre; è sufficiente pensare a quanto ci condiziona ogni giorno, anche solo attraverso i racconti e le immagini crude del telegiornale. Vorrei che il lettore si sentisse stimolato dalla lettura di “Lucia non cade” e che, una volta chiuso il libro, riflettesse ed agisse.
Con questo romanzo, in un certo senso torni al tuo “primo amore”, quella giovinezza e quei giovani di cui parli in “Drake’s Heaven” e da cui ti eri allontanata ne “Il tempo è scaduto”.
I personaggi di “Drake’s Heaven” erano adolescenti con tutta la vita davanti, tutte le scelte ancora da compiere e tutti gli errori ancora da fare. Inoltre, conoscevano perfettamente il nemico che dovevano combattere: il Capitalismo. Erano ragazzi del ’900, con idee politiche precise e la presunzione di un ideale in cui credere. I ragazzi di “Lucia non cade” hanno qualche anno in più – per esempio, Lucia si sta per laureare – ma, paradossalmente, sotto molti punti di vista sono più immaturi e, soprattutto, confusi e persi in un mondo che si limitano a subire. Non hanno ideali in cui credere o dèi in cui aver fede. Non sanno qual è il loro nemico né hanno soluzioni per cambiare la situazione. Non lottano affatto, perché non sanno contro chi lottare o a favore di che cosa, limitandosi a naufragare in una società troppo liquida. È un dramma che attraversa più di una generazione, fin dalla caduta del muro di Berlino, dal dissolvimento dell’Urss e dall’avvento di quella “normalizzazione” che ha rappresentato la fine delle utopie e del sogno, grande e terribile, del ’900. Per assurdo, la violenza subita da Lucia la induce a far qualcosa, ad uscire dal torpore e dall’inettitudine. La spinge all’azione, per quanto discutibile.
Cosa ti aspetti dopo l’uscita di questo libro?
È difficile dire quale impatto un’opera letteraria – soprattutto se si tratta di “fiction” – avrà sulla vita reale, per cui non mi aspetto nulla. Mi auguro però che la storia di Lucia possa accendere una luce, per quanto debole, su un problema che esiste. Mi piacerebbe, infatti, presto o tardi, essere smentita dalla realtà, che le nostre strade e le nostre case divenissero luoghi sicuri per una donna e che davvero ci fosse rispetto e reale parità di genere.



