di Marco Grassano
Sabato 9 marzo il cielo sopra Dernice era mosso, sfumato di nubi dall’ardesia al bianco, mentre nella chiesa parrocchiale aveva luogo la cerimonia funebre per l’ultimo pastore locale, Bruno Semino. Era originario della frazione Montebore, e si era trasferito a Vigana quasi cinquant’anni fa, dopo il matrimonio con Carla.
Mentre percorrevo in macchina la strada sbilenca che da San Sebastiano Curone sale a casa sua (la nostra è di fronte), con una bella vista sul Giarolo ancora innevato nelle parti non coperte dal bosco e negli orli “opachi” dove il sole non batte, avevo sul sedile il volume dei romanzi di Beppe Fenoglio, appena preso in edicola. Pensavo alle dense pagine di La malora, alle vite contadine che vi si svolgono, segnate dalla fatica e da un destino duro, inclemente, fin dal celebre inizio del racconto: “Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Era mancato nella notte di giovedì l’altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m’aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta casa nostra non c’era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra gliel’avremmo messa più tardi, quando avessimo potuto tirare un po’ su la testa”.
Come un personaggio fenogliano, Bruno aveva iniziato a lavorare da piccolo, e non era neppure riuscito a frequentare la scuola se non in età adulta, alla sera: per alfabetizzarsi, almeno. Si sa, i veri pastori non sono quelli di Virgilio, che soffiano in uno zufolo sdraiati all’ombra di un faggio. Il bestiame deve essere accudito tutto l’anno, e quando la stagione non consente di condurlo al pascolo sui crinali ventosi o nel folto degli arbusteti, occorre caricare il foraggio sulla carriola e distribuirlo negli ovili. Gli stallaggi vanno poi mantenuti puliti (una delle fatiche di Ercole!), e bisogna mungere ogni giorno e portare il latte alla vendita o alla caseificazione.
Tutta la vita di Bruno è trascorsa in queste attività, alle quali ha aggiunto la coltivazione di qualche magro campicello e, per un certo periodo, anche il lavoro di muratore: occorreva pur tirare su qualche altro soldo per la famiglia. Ancora alla fine della scorsa estate lo ricordo mentre, al mattino presto, scendeva attraverso i campi a lunghi passi, un po’ curvo, per andare ad occuparsi dei suoi animali. Ricordo lo scampanellio dei sonagli appesi al collo delle pecore echeggiare nella vallata e raggiungere il mio punto di osservazione affacciato sul Giarolo. Ricordo il sibilo secco e strascicato della falce fienaia con la quale tagliava l’erba nel prato sotto casa nostra. Era un uomo di assai poche parole, e quindi questi suoni immemoriali, caratteristici di una presenza umana arcaica nel paesaggio, sono forse quelli che meglio lo rappresentano. D’ora in poi, temo, questi suoni a Vigana non si udiranno più, ed è come se le case, già in parte abbandonate, divenissero più vuote e deserte di prima.
Non credo si sia mai chiesto, come il pastore errante di Leopardi, se il gregge fosse più felice di lui. Gli animali, i campi, gli alberi da frutto erano solo strumenti per procurarsi il cibo e permettersi magari qualche parca soddisfazione aggiuntiva, per tirare avanti un giorno dopo l’altro, alla meno peggio, nel duro compito di vivere su una terra avara, faticosa.
Ecco perché voglio riformulare per lui l’antico auspicio dei latini: ti sia leggera la terra, Bruno. Almeno ora puoi riposare.


