di Saverio Bafaro
Marco Bini, classe 1984, è autore di Conoscenza del vento, edito da Ladolfi Editore. La silloge poetica ha vinto, nello scorso febbraio, la sezione ‘opera prima’ alla XXI edizione del Premio Letterario “Giuseppe Giusti”.
Il testo è autobiografico. Parte da un ritratto d’infanzia, quando giunge in regalo un atlante geografico, esperienza dalla quale Bini trae presto il senso “provvisorio” delle cose; procede con dei fotogrammi rubati alla sua giovinezza; si proietta infine, equipaggiato di incertezze, anche verso l’avvenire.
Troviamo delle buone riflessioni sul movimento e sul relativismo dello spazio e del tempo, il dinamismo di un veicolo su un’autostrada, ad esempio. Gli effetti della velocità hanno, tuttavia, anche un esito morale: a volte un macchinoso offuscamento, di sicuro un “pendolarismo esistenziale”: «caso mai compresso/ fiutassimo distinto l’odore di un altrove/ tra testa e destinazione, perché più nulla qui/ è rimasto che sia un qui./ Poi è lo stupore/ di scoprirsi inoffensivi.»
A pronunciare questi pensieri della post-modernità (e della sua non indolore consapevolezza) è un ‘Io’ che, come si può intravedere, cede il passo ad un ‘Noi’ collettivo. È, infatti, una sorta di inconscio collettivo – quello di coloro che sono nati negli anni Ottanta – ad affiorare dai versi di Marco Bini.
In un’Italia gerontocratica, quella generazione continua ad essere “non pervenuta”, a tratti oscurata o sabotata, relegata – in una metafora calzante adoperata da Marco – in una “riserva indiana”. Separata da figure formative forti e reali, quella leva di giovani ha iniziato a pagare il prezzo di un’anestesia e di uno spaesamento. Fenomeni di cui, tuttora, si tende a mascherare l’esistenza o sminuire la rilevanza.
La sua consolazione Bini la trova studiando i testi di Bertolucci, Sereni, Giudici, Caproni, Pagliarani e indagando le soluzioni di poeti inglesi e irlandesi dello scorso secolo, quali Philip Larkin e Seamus Heaney. Per quanto diversi tra loro, tutti questi nomi, a ben vedere, hanno fatto in modo di invocare nuovamente la realtà, chiamare il concreto della quotidianità. Sono, inoltre, e qui risiede il loro valore aggiunto, voci che sono riuscite a intrecciare il registro alto con quello colloquiale, non perdendo mai di mira il pulsare della vita. Dagli insegnamenti di questi maestri prende il via il lavorio manuale della composizione del libro, ed è con l’ausilio di quelle voci che si attua la ri-costruzione di una sintassi credibile.
Ripercorrendo le pagine del libro, a proporsi sembra essere un’operazione cinematografica, una visione d’insieme: un’inquadratura dall’alto, quasi astronomica, che si stringe progressivamente per arrivare più da vicino agli oggetti del mondo. In slow motion, sul finire delle scene, a venire osservate sono i dettagli del planare di una foglia, di qualche nido di polvere o di un’impronta di scarpa sulla neve.
Lo scientismo apparente della lingua si ammorbidisce e si rende empatico attraverso l’integrazione e la convivenza con il dettato più colloquiale, con il dialogo dal vero, con l’espressione gergale (“Sgomma a tutto gas” o “avrà fatto il pescecane”) posizionata nel punto giusto del lirismo.
Per quanto l’individualismo appare essere, specie in conclusone del libro, il destino, l’amara constatazione, ché dal centro dello spazio centrifuga di nuovo e inesorabilmente ai margini, incontriamo, in un passaggio più illuminante, una domanda esplicita, una richiesta vera e propria, il cui messaggio riportato per intero così recita: «Quand’è che abbiamo smesso di cercare/ da dove viene questo odore di rottami?/ Ne è già passata di acqua sotto i ponti/ senza sosta da quando dentro il punto/ di domanda ci accucciammo, in attesa/ di qualcosa in procinto di accadere.». È la sospensione, l’impotenza, una timida rabbia, un inaspettato inno che parla della coscienza dell’incoscienza di una generazione imbrigliata all’interno della precarietà politica, economica e culturale. Ma iniziando a dire di sé, svelando il suo non riconosciuto precariato esistenziale, si rende meno confusa, meno raggirata, meno debole, sopraggiungendo a una riflessione di cui si auspicano altri seguiti.
Per attuare una «mappatura delle cose», attraverso un potente strumento di indagine, ed evitare, non secondariamente, il vittimismo o la svalutazione strumentale che la società è sempre pronta ad attuare, si dovrà in primis riscoprire e rifondare il confronto, la riunione, la solidarietà tra quegli stessi giovani che ne fanno parte: con noi stessi.
Queste mie righe – riconoscenti merito al testo d’esordio di Bini – vogliono esserne, di fatto, testimonianza.



