di Pietro Brunelli
La città di Lucca nell’ambito della rassegna musicale del “Lucca winter festival” ha la fortuna e il piacere di poter annoverare quest’anno nel suo calendario un evento davvero eccezionale. Giovedì 15 novembre si esibirà presso il Teatro del Giglio il bassista newyorkese Marcus Miller, attualmente impegnato nel suo “Renaissance tour” che promuove appunto la sua ultima fatica discografica: “Renaissance” (2012).
Che dire di Marcus Miller? Forse è più facile tralasciare tonnellate di cose importanti che riuscire a fare anche e solo un minimo il punto. Quindi, proverò a tracciare – in attesa del suo concerto – un piccolo profilo-tributo per questo artista davvero strabiliante, modernissimo e classico allo stesso tempo, che è grande anche per aver portato nel jazz-funk-soul elettrico moderno quel gusto e quella storia che fecero grande il jazz americano, vuoi per l’ambiente che lo circondava sin da ragazzino (il cugino era Winton Kelly, pianista con Miles Davis nei tardi 50 e il padre anch’egli pianista), vuoi per il talento fuori dal comune e per le esperienze accumulate nel tempo. Se parliamo di Marcus Miller parliamo certamente di un bassista, ma anche di un tastierista, di un clarinettista, di un sassofonista, di un compositore, arrangiatore e produttore. Una lista di competenze portate all’eccellenza davvero ineguagliabile. Inutile poi menzionare i riconoscimenti ricevuti, compreso quello come “Musicista emerito” conferitogli dalla National Academy of recording arts and sciences, senza contare poi i Grammy e i suoi lavori, come compositore e produttore di colonne sonore per il cinema.
Formatosi dapprima come session man fra New York e Los Angeles, ha accumulato una grande esperienza di generi e stili, pur mantenendo salda la sua formazione funk-soul (che lui stesso tiene a non dimenticare) portando poi il suo bagaglio tecnico e le sue conoscenze anche in termini di tecnologie e sonorità elettroniche nel filone del jazz, contribuendo quindi a rinnovare sia il funk che il jazz stesso. Non a caso uno dei più grandi incontri musicali della sua vita, quello con Miles Davis, che lo porterà nel 1981 a registrare il suo primo album con “The king” (The man with the horn, 1981), segnerà una svolta anche per lo stesso Davis. In un’intervista rilasciata a Bret Primack nel 1998 che trovai nel 2002 presso la mediateca del Berklee College of Music di Boston, Marcus spiegava infatti i suoi primi approcci col grandissimo e non certo affabile o facile Miles Davis. Davis voleva proprio la sua modernità ed il suo suono, addirittura le sue composizioni (Tutu, 1986, solo per fare un esempio, è un album composto quasi per intero da Miller appositamente per Davis). E Una delle prime grandi lezioni ricevute dal “re” che Miller ricorda è quella di “suonare meno”, ridurre, scarnificare alle note più essenziali il tutto, soprattutto nell’accompagnamento dei soli. Sono proprio il minimalismo e la sintesi propri di quelle “note lunghe o ripetute” alternate al silenzio di Miles Davis, che ritroviamo nello stile di Miller. Nei primi anni Novanta ha poi affiancato una solida attività da solista a quella già consolidata.
Parlando strettamente in termini “bassistici” Marcus si colloca nel bel mezzo del filone di quei bassisti funk e “black” che, da Larry Graham e Stanley Clarke arrivano oggi anche a molti altri più giovani, che proprio a lui si sono ampiamente ispirati. Miller è riuscito anche a diffondere maggiormente lo studio del suo strumento principale, appassionando generazioni di studenti di basso attraverso eventi come seminari, tours e clinics, ma non solo. Col suo stile è riuscito in maniera unica a rendere melodica una tecnica prettamente percussiva come lo “slapping”, che utilizza per la maggiore e con la quale riesce ad eseguire fraseggi e melodie solitamente suonati con il cosiddetto “finger style”. Il suo rimanere fortemente percussivo e ritmico pur con un suono tondo e morbido, sia con accordi che con arpeggi, sono senz’altro l’elemento stilistico che rende le sue note davvero inconfondibili. Nel concludere con una lista parziale di collaborazioni di questo grande artista, ricordiamo l’appuntamento per l’unica data italiana del “Marcus Miller Reneissance Tour 2012”, il 15 novembre al Teatro del Giglio di Lucca, h. 21:00. Miles Davis, Luther Vandross, David Sanborn Bud Johnson, Saturday Night Liveband, Grover Washington Jr., Roberta Flack,Carly Simon, McCoy Tyner, Bryan Ferry e Billy Idol, The Sunday Night Band, Eric Clapton Joe Sample, Steve Gadd, Flavio Sala, Bob James, Chaka Khan e Wayne Shorter.




Luci viola soffuse irradiano tutto quanto, mentre Louis Cato (il fenomenale e giovanissimo batterista) entra camminando in silenzio e fa partire un groove di batteria medio andante, poi la band al completo e le prime due o tre note di Mr. Clean (con una gustosa variazione nel groove) scoppiano nel silenzio del teatro ottocentesco, cristalline e profonde.
Si prosegue con Detroit, pezzo d’apertura del suo ultimo album Reneissance (2012) introdotta così: “Detroit is a big funky city, so this is a very funky song”. Miller inizia col suo 1977 jazz bass, dopo un paio di altri brani sempre da Reneissance, improvvisa una sorta di balletto mentre ascolta attentamente la sua band e batte le mani a tempo, poi impugna il suo jazz bass fretless che dapprima suona su di un groove veloce e staccato, ma che poi, con un gioco d’effetti fa cantare in un assolo sul genere di quello di The king is gone (The sun don’t lie, 1993), davvero impressionanti il gusto, la scelta cromatica delle note e il suono, le intere composizioni, molto ispirate alla black music e all’ReB degli ultimi anni, ma con una forte impronta jazz “fine Cinquanta primi Sessanta”. Non di rado infatti sembrava di sentire riemergere elementi stilistici e sonorità di Kind of Blue (1959), o di The man with the horn (1981).
Miller vuole poi introdurre il prossimo brano raccontando di una breve escursione con la sua band, mentre si trovava in Africa per un tour e dalla quale nacque l’ispirazione per il pezzo stesso. Con una piccola barca si recarono su di un’isola Atlantica dove, in tre piccole stanze buie venivano rinchiusi uomini, donne e bambini pronti per essere trasferiti con grandi navi in America come schiavi. L’ultima immagine della loro terra che potevano vedere era l’immensità dell’oceano. Erano le grandi rotte della tratta dei neri, di quei neri, poi afro-americani tenuti schiavi o emarginati fino a tempi recentissimi. Nelle sue parole vi era tutta la loro tradizione, della quale Miller orgogliosamente si sente parte integrante e che, dice, ha chiaramente portato e creato il jazz in nord America.
Un grazie quindi alla capacità umana di: “trsaformare le cose negative in cose meravigliose” per porgere quindi le sue congratulazioni al neo-eletto presidente U.S.A. Barack Obama.
Intanto i colori del concerto proseguono variegatissimi, fra soli di Sax, tromba, clarinetto basso (suonato da Miller in Goree), chitarra elettrica e batteria, ma ovviamente di basso arricchito da delay, octaver e altri effetti. Gli ultimi due brani li suona col suo meraviglioso Fender bianco, che pare cantare ancor più divinamente dei precedenti strumenti, così articolato e ricco nel timbro, rotondo e aperto con frequenze alte e armonici fatti di vero cristallo.
I saluti, e poi un bis memorabile: Tutu composta per Miles Davis (album omonimo del 1986) eseguita col fretless, all’inizio del tema pulito e poi ingrossato dall’octaver. Arriva davvero la fine, ed il tempo è volato.
I grandi artisti come Miller ci insegnano una cosa su tutte e che attiene alla bellezza della musica, che rende inutili i sensazionalismi e la presunzione, il fare i fenomeni per niente o per forza… non serve, ci pensa già lui a darci tutte le soddisfazioni del caso, il resto sono i bei ricordi del suo canto, che sicuramente si sarà ricongiunto con quelli uditi dall’antico teatro, nei suoi secoli di storia e di musica classica ma sempre nuova assieme.