di Francesco Gori
Raccontare un mito come Marilyn Monroe è sempre difficile. Il regista Simon Curtis ci prova con Marilyn, pellicola dedicata all’icona femminile degli anni Cinquanta.
Il film racconta le vicende della diva al culmine della sua carriera, nel 1956, durante le riprese della commedia Il principe e la ballerina, girata (e anche interpretata) da Laurence Oliver. Non è dunque una descrizione ad ampio raggio, non una biografia dell’attrice, ma la narrazione di un preciso momento nell’arco di una vita breve ma intensa, ricca di successi e tormenti. Perché questa è stata Marilyn Monroe: una donna sensuale ed affascinante, capace di catalizzare l’attenzione di qualsiasi essere umano sulla sua figura, ma anche personalità complessa e dalle mille fragilità.
A interpretarla è Michelle Williams, la Jen di Dawson’s Creek. Fin dalle prime immagini, la scelta dell’attrice appare quanto mai azzardata. Marilyn era sì bellezza dalle curve mozzafiato, dai fianchi larghi e i seni prorompenti – come proponeva la moda del tempo, si pensi anche alla pin-up Bettie Page (a tal proposito da vedere La scandalosa vita di Bettie Page) -, ma la Williams, seppur brava a livello di recitazione, non regge il confronto, ricca di rotondità fin troppo e con movenze certamente meno eleganti. L’originale e mai dimenticata Monroe era indiscutibilmente ricca di appeal e grazie che ne facevano al tempo stesso donna avvenente ma fine. Quella finezza che manca alla sua copia sul grande schermo.
La storia parte dalla figura di Colin Clark, 23enne che desidera cimentarsi nel mondo del cinema. Per far questo sbarca a Londra e tampina le “Produzioni Olivier” finché non ottiene un lavoro come terzo assistente alla regia. Si ritroverà così sul set di un film con il sogno Marilyn Monroe. Il film è l’adattamento cinematografico del diario di Clark, negli ultimi anni di vita divenuto scrittore, in cui si raccontano i giorni dell’incontro tra l’allora giovane Colin e una leggenda vivente.
La star americana mieteva vittime maschili e le divorava: la sua biografia narra di amori con il campione del baseball Joe Di Maggio, con il cantante Frank Sinatra, con il presidente americano JFK e poi con il fratello Robert, con lo scrittore Arthur Miller. Il film ce lo conferma, mostrandoci solo la relazione con quest’ultimo, ma già significativa per capire la capacità di seduzione-repulsione che aveva sul maschile. Quando Arthur dice di non riuscir più a scrivere, di non riuscire più a concentrarsi per la presenza della moglie, tutto è chiaro: l’ego della Monroe era tale da ammaliare l’altro sesso e distruggerlo, come faceva del resto con se stessa, costantemente dipendente da psicofarmaci e alcol. È questo il quadro che la visione rende perfettamente reale: quello di una donna-calamita, che fa e disfa a suo piacimento, senza premeditazione però, ma solo come conseguenza di una grande sofferenza interiore. Simon Curtis ci fa capire quanto l’assenza di una famiglia e i continui traumi dovuti ai numerosi aborti abbiano segnato l’attrice.
Clark è l’ennesimo uomo sedotto per un lampo, in un gioco pericoloso frutto delle necessità del vivere quotidiano di Marilyn. Il ragazzo allontana la sua donzella per coccolare la stella sofferente, ma ne rimane presto bruciato, preda di una condizione lontana dalla realtà; nella trance amorosa, l’inglesino si fa da schermo protettore all’invasione dei fans che impazziscono, è amico e uomo pronto a correre al capezzale della sua donna ad ogni sussulto di lei, tanto da spingerlo ad un’utopistica richiesta d’amore eterno, ad un abbandono del teatro dorato. Ma la diva non può mollare il suo personaggio, quella è la sua esistenza, quello il perfetto crogiolamento per inquietudine e solitudine.
Detto della discreta performance attoriale della Williams – considerando anche la difficoltà di rappresentazione -, seppur non verosimile fisicamente, molto bravo è il Colin Clark interpretato da Eddie Redmayne, così come si distingue Kenneth Branagh nei panni di Laurence Oliver.
Piace la colonna sonora di Conrad Pope.
Marilyn Monroe è stata unica, e unico dovrebbe essere un vero biopic che ce la fa ricordare. Marilyn non lo è ma alla fine dei conti è godibile e capace di riportare in vita un mito intramontabile.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.




Giustissime valutazioni sul personaggio di Marilyn. Aggiungerei la sua straordinaria autoironia, il suo non darsi importanza (parlo dei suoi personaggi, dei film insomma). Faceva la svampita con intelligenza. Credo sia questo il segreto della sua leggerezza. Penso ad esempio a “Quando la moglie è in vacanza” di Billy Wilder, un vero capolavoro.
…..svampita per convenienza per nascondere le paure e le insicurezze…la pazzia che le era stata compagna nelle vesti della madre probabilmente della nonna ha creato un disturbo mai guarito se guardavi attentamente gli occhi della diva al rallentatore in tv scoprivi la folle paura o una follia….
Il suo essere svampita era sicuramente il frutto della sua insicurezza, come i suoi occhi confermavano, come dice Licia. E’ incredibile pensare che il mito Marilyn Monroe avesse una bassa autostima…