MERITOCRAZIA IN ITALIA: UN PAESE NEL NOME DEL PADRE

di Emiliano Morozzi

Le polemiche scatenate qualche giorno fa da alcuni esponenti del governo hanno riportato d’attualità un tema che sta cominciando a condizionare pesantemente il mondo del lavoro e più in generale la nostra società: la meritocrazia in Italia.

Michel Martone (foto flickr)

Partiamo dall’antefatto: Martone, Monti, Cancellieri, Fornero, quasi fossero una batteria di cannoni disposti per fare fuoco di fila, hanno cominciato a sparare a zero sui vizi degli italiani, con una serie di considerazioni che avrebbero avuto anche un senso se fossero state articolate meglio, ma che suonano come un insulto se racchiuse nella forma della battuta arrogante e spocchiosa.

A dare il via alle polemiche ci pensa Martone, che definisce sfigato chi si laurea dopo 28 anni, Monti rincara la dose dicendo che il posto fisso è noioso, terminano la salva d’artiglieria la Cancellieri e la Fornero, tirando di nuovo fuori dall’armadio il vecchio motivetto degli italiani “mammoni”, tanto caro al defunto Padoa Schioppa. Come un bombardamento a colpi di cannone alza in cielo nuvole di terriccio, così le parole dei ministri hanno sollevato un polverone di polemiche.

Cerchiamo per un attimo di frenare l’impulso di riservare loro la stessa fine di Maria Antonietta quando disse al popolo affamato “Non avete pane? Mangiate le brioches!” e analizziamo quel che hanno detto i ministri: tolta l’insopportabile patina di presunzione, hanno messo il dito nella piaga del mondo del lavoro: tanti italiani si laureano tardi e vivacchiano all’università, tanti cercano ancora il posto fisso in un mercato che oramai è diventato precario (non flessibile cari ministri, precario, che è cosa ben diversa), tanti rimangono in famiglia fino a trent’anni e anche di più. Allora perchè questa ondata di polemiche?

Diceva Berlinguer: “Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi ed intollerabili privilegi”. Ai ministri è mancato proprio questo elemento, la credibilità politica: nel paese che vorrebbero loro (ma che in fondo vorremmo un po’ tutti) le cose funzionano perché esiste un elemento chiamato meritocrazia: i più bravi vanno avanti e conquistano le posizioni migliori, per merito delle proprie capacità. Un ragionamento anche condivisibile, se non fosse che sono gli stessi ministri i primi a tradirlo nei fatti, spianando la strada ai propri figli, se non tramite raccomandazioni vere e proprie, quantomeno grazie al credito o al timore reverenziale che incute il loro nome.

Qualcuno, in mezzo alla tempesta provocata dalle polemiche, ha avuto il coraggio di ergersi ad avvocato difensore dei suddetti dicendo che per arrivare così in alto ci vogliono anche le competenze. Come prima, l’obiezione potrebbe essere anche accolta, se non si dimenticasse di un particolare: perché altre persone, con le stesse competenze, si devono accontentare di impieghi precari o mal retribuiti? Forse non sarà stato il padre a raccomandarlo di persona, ma, per arrivare a conquistare quel posto, il figlio ha goduto di una corsia preferenziale che non è stata concessa a tutti quelli che per arrivare nel solito posto di lavoro devono affrontare durissime prove di selezione e sfidare altre migliaia di concorrenti.

È giusto un meccanismo del genere? Di sicuro no, perché rende vani tutti i discorsi sulla meritocrazia: il cammino non è uguale per tutti, vince chi ha genitori potenti, che grazie al nome possono spianargli la strada. E un mondo del lavoro dove la meritocrazia è assente non può che portare ad una situazione come quella italiana: ci saranno sì tanti personaggi capaci e competenti, ma ci sono anche tante persone che occupano posti solo perché hanno le conoscenze giuste, senza contare le persone competenti che, avendo trovato le poltrone già occupate da altri meno meritevoli, sono costretti a mansioni sottopagate e decisamente poco gratificanti anche dal punto di vista intellettuale.

Ritornando alle parole di Berlinguer (nella foto a destra, da mediconadir), che credibilità politica ha un Monti che parla di posto di lavoro fisso noioso quando il figlio ha fatto carriera nel mondo della finanza e non certo come commesso di un supermercato? Che credibilità ha un Martone quando apostrofa gli studenti fuori corso come sfigati? Lui i suoi trenta e lode se li è guadagnati con lo studio oppure anche per il timore reverenziale suscitato in qualche professore dal nome di suo padre?

Che credibilità ha la Cancellieri quando etichetta gli italiani come mammoni e poi sistema il figlio grazie alle sue amicizie? Un vizio tutto italico quello del predicare bene e nei fatti comportarsi in tutt’altro modo, un vizio duro a morire: la meritocrazia resterà una chimera fino a quando in Italia continueremo a stabilire le gerarchie di qualsiasi posto di lavoro scegliendo “nel nome del padre”.

12 Comments

  1. simone 09/02/2012
    • Emiliano 09/02/2012
  2. Giovanni Agnoloni 09/02/2012
  3. Francesco 09/02/2012
  4. Felice78 09/02/2012
  5. CLAUDIA 09/02/2012
  6. CLAUDIA 09/02/2012
  7. Giovanni Agnoloni 09/02/2012
  8. Francesco 09/02/2012
  9. Giovanni Agnoloni 09/02/2012
  10. Felice78 09/02/2012
  11. Emiliano 09/02/2012

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