di Giovanni Agnoloni
Milady scomparve nel mare, di Alfredo Citro (Arduino Sacco Editore)
Alfredo Citro, al suo esordio letterario con un romanzo di ambientazione storica, più precisamente medievale, carico di risonanze, o quanto meno di un fascino, fantasticheggianti – uso non a caso il corsivo, perché in realtà così non è –, e soprattutto di significati sospesi tra il mistico e il filosofico.
La morte di un monaco, Esmond, una dama, Milady, ricca di mistero, sullo sfondo della Francia di Filippo il Bello, e altri personaggi che arricchiscono la trama di un libro che, apparentemente, potrebbe sembrare anacronistico. In questa intervista, l’autore ci spiega invece – tra le altre cose – la sua carica di attualità, o meglio il suo puntare a questioni che sono al di fuori del tempo.
1. È corretto dire che il tuo libro è un fantasy cavalleresco?
Non è facile attribuire, nello specifico, un genere caratterizzante di fondo a Milady scomparve nel mare, ed è questo, forse, il motivo per il quale l’editore Arduino Sacco ha deciso di pubblicarlo nella categoria generica della “narrativa”, e non in una delle sue specifiche presenti in catalogo. Era troppo azzardato inserirlo nella narrativa storica, e capisco e condivido pienamente la scelta dell’editore.
Il romanzo non è un fantasy e non ha nulla di cavalleresco, ma è fortemente a sfondo storico. Avevo deciso subito di “proiettare” il lettore in quel contesto: era il 1307, e volevo che il lettore fosse lì. Volevo che vivesse quella storia, che fosse accanto al protagonista a vivere le sue emozioni e tutte le sue sensazioni. Volevo che fosse lì a compiere insieme a me (e al protagonista e voce narrante) ogni singolo passo.
Scrivendo la storia, mi sono accorto che mancava di un “tramite” (un collegamento o qualcosa del genere, per portare il lettore in quel contesto storico) e così, prima di proseguire, ho scritto un prologo. Quest’ultimo descrive brevemente gli accadimenti storici principali di quell’anno.
Il capitolo primo focalizza l’attenzione sulla vicenda narrata: un tuono echeggia e rimbomba tra le vie del borgo, e così giunge alle orecchie del protagonista che, destandosi, comincia a narrare il tutto in prima persona. Il resto del romanzo è, dunque, volto interamente alla vicenda narrata.
2. La tua scrittura ha una propensione metafisica, quasi “alchemica”. Di quali percorsi spirituali è frutto, se di questo si tratta?
Credo che sia una cosa che vale per tutti, e non soltanto per chi scrive: ciò che costruiamo e realizziamo è frutto del Viaggio chiamato Vita, è prole del nostro personale Cammino, e il nostro Cammino è elemento istitutivo della Via che abbiamo scelto e che scegliamo ogni giorno.
3. Luce e Ombra sono due temi centrali. Che cosa significano per te?
La Luce è La Via. L’ombra è una via. Devi scegliere. Cosa scegli?
Pensaci un attimo. Se avessimo l’opportunità (o il Dono) di poter distinguere facilmente tra ciò che è meglio per noi e ciò che è peggio, sceglieremmo senza alcuna esitazione ciò che è meglio. Ma che cosa succede, invece, quando cominciamo a chiederci se abbiamo utilizzato ottimamente il discernimento? Che cosa succede quando cominciamo a chiederci se abbiamo davvero utilizzato il discernimento o se invece non abbiamo ancora appreso al meglio questa capacità, o se, al contrario, non abbiamo affatto ancora appreso tale dono? Che cosa succede quando ci chiediamo se abbiamo agito bene, se abbiamo costruito bene, se abbiamo compiuto ciò che era giusto per noi e per le persone che amiamo?
Succede che appare, a poco a poco, la forza della Luce. Tutto questo, però, non ci appare con immediata evidenza, ma solo come un banale porsi domande. Allora, la prima cosa che ci diciamo è la seguente: “era meglio non porsi affatto domande e vivere così come per noi è sempre stato”.
Ma l’uomo dimentica che, quando la Luce imperversa impavida sulle tenebre, lo acceca soltanto per una ragione: non siamo abituati alla Luce. Necessitiamo di giorni, mesi, anni, decenni, ventenni, e alcuni necessitano di un intero percorso esistenziale, per abituarsi alla Luce. A volte siamo così attanagliati dalle tenebre che, quando la Luce giunge col suo fervore imponente, invece di lasciare che la nostra Anima si abitui a quella Luce, rinunciamo stupidamente e totalmente alla stessa e ci diciamo che è meglio lasciare tutto com’è.
Ecco che, quando ci diciamo che è meglio lasciare tutto com’è, e ci diciamo che è meglio non porci domande lasciamo, invece, che l’Ombra imperversi sulla nostra prora: le spalanchiamo l’uscio e l’accogliamo con la stessa deferenza dovuta per le alte cariche della Luce e, a volte, la confondiamo addirittura con la Luce.
Quando sentiamo che possiamo amare di più, essere migliori di ciò che siamo, essere più umili di ciò che siamo, essere più colti di ciò che siamo, esseri più vincenti di ciò che siamo, in quei momenti la Luce sta tentando di parlarci. E quando proviamo a mettere in atto il Bene e ciò che sentiamo nel cuore, in quei momenti la Luce comincia a imperversare e ad accecarci un poco. È un “accecarci” positivo, di cui non dovremmo mai aver paura! Dovremmo, piuttosto, lottare fortemente per conquistarci quella Luce Preziosa e renderla Compagna Di Via.
Il protagonista e voce narrante di Milady scomparve nel mare fa proprio questo: nonostante sia oppresso dalle tenebre che lo circondano, lotta con tutta la forza della Luce che Dio gli ha donato in Spirito.
4. Altro tema centrale è l’Amore. Avevi in mente riferimenti medievali, segnatamente danteschi e stilnovistici?
Avevo in mente le uniche cose che ho sempre in mente quando scrivo: fare delle parole scritte un nitido specchio per l’andirivieni delle infinite maree che sento nel cuore, e parlare al cuore delle persone.
Credo che riuscire a tramutare i flussi delle maree del cuore in parole il più possibile vicine a quelle sensazioni che senti dentro sia una gioia indescrivibile. Penso che a quel punto non conta più l’ambientazione di cui scrivi, il periodo storico di cui parli, i riferimenti e tutto il resto. A quel punto conta che stai amando: soltanto questo. Perché scrivere significa Amare: non puoi minimamente pensare di poter far commuovere di gioia il lettore, se non sei innamorato della scrittura e di ciò che stai realizzando con la stessa.
Contrariamente a quanto si può pensare, non ho scelto un periodo storico e in riferimento allo stesso ho narrato. Ho, viceversa, scelto prima i temi da affrontare e solo di conseguenza ho deciso, per gli stessi, il periodo storico che ritenevo più idoneo a quelle vicende.
I versi di Dante (le dolci rime d’amor ch’io solia – Convivio IV) citati nel prologo mi ricordavano Milady. È da quelli che (credo) ho costruito l’immagine della bellissima nobildonna.
Quel periodo storico favoriva decisamente il mio intento comunicativo di fondo, così l’ho scelto.
5. L’epoca è, per l’appunto, quella in cui Dante scrisse la Commedia; l’ambientazione, franco-britannica, richiama la tradizione arturiana. Perché questa scelta, tra l’altro lontana dalle tendenza prevalenti del mercato editoriale?
Se guardiamo alle tendenze prevalenti del mercato editoriale attuale, tanto vale smettere di scrivere adesso. Potrei direttamente concludere qui questa intervista e lasciarti coi puntini sospensivi senza finirla affatto. Potrei buttare via tutte le mie bozze e annientare le idee che ronzano ogni giorno nella mia testa.
Prima di essere un autore, sono un lettore a tutti gli effetti: sono un consumatore che va in libreria, prende in mano i libri, legge le trame o le frasi in quarta di copertina che più lo colpiscono e acquista ciò che lo attrae maggiormente. Per fortuna c’è ancora Speranza: c’è tanta cultura, tanti libri stupendi, tanti romanzi affascinanti.
Tuttavia, il nostro mercato editoriale resta comunque “piagato” da una marea di editoria a pagamento, resta ossessionato dai margini di profitto e impaurito dalla eventualità che un autore resti invenduto, più che non letto.
Ho scelto quelle ambientazioni e caratterizzazioni storiche anche perché richiamavano al fondamento di alcuni valori straordinari come l’Amore, la lotta per la sopravvivenza, il lavoro inteso come elemento insostituibile di dignità soggettiva. Mi affascinava anche il tema della bellezza intesa nella sua più ampia accezione: la donna intesa non come banale oggetto di bellezza materiale, ma come bellezza di spirito, di corpo, mente e anima messi insieme.
Leggendo il romanzo non si può, ad esempio, non cogliere l’umile bellezza e grandezza spirituale di Jada: la sua straordinaria fermezza dell’anima nel cogliere gli elementi caratterizzanti della vita, la sua dolcezza e la sua fortezza di Fede nell’accogliere le difficoltà della vita come momenti che accadono.
Credo, insomma, che le persone abbiano fermamente bisogno (anche se a volte non ce ne rendiamo veramente conto) di credere nei valori. Se non cominciamo, quantomeno, a credere negli stessi finiremo, infine, per dimenticarcene del tutto.
6. Lo stile ha un passo antico, carico di risonanze mistiche. Frutto di studio e sperimentazione o prodotto di un flusso interiore spontaneo?
Ritengo che non puoi scrivere di un periodo storico senza conoscerlo e, contemporaneamente, non puoi emozionare il lettore senza metterci il cuore in ciò che scrivi. Quindi, è il flusso interiore che getta le basi, ma questo da solo non basta certo.
Questo flusso interiore è un elemento molto esigente, che si nutre di conoscenza, e questa conoscenza non è certo innata dentro me. Devi costruirla, la cultura, edificarla pazientemente.
Lo stile non mi sento affatto di delinearlo come il frutto di una “sperimentazione”. È uno stile che (anche io da autore) imparo a fronteggiare e a conoscere man mano: alcune volte mi sorprende, altre mi spaventa, altre ancora mi fa sentire non degno dello stesso o mi delude, e mi tocca riscrivere tutto. Sembra quasi sia lui a sperimentare gli effetti che ha su di me, e non viceversa.



