di Nicola Pucci
Crudo, scioccante, commovente. In altre parole, un capolavoro tinteggiato con i colori, brutalmente forti, del dramma.
È quel che mi rimane dall’aver rivisto, ad alcuni anni di distanza dall’uscita in sala, il successo cinematografico che ha consacrato Clint Eastwood regista, ancor più che attore, di levatura mondiale e Hillary Swank interprete tra le più eclettiche del panorama hollywoodiano. “Million dollar baby“, anno 2004, fece incetta di statuette alla notte degli Oscar 2005: miglior film, miglior regia, migliore attrice e miglior attore non protagonista, il saggio e sempre composto Morgan Freeman.
Frankie Dunn, pugile prima, allenatore poi, manager in ultima battuta, è il Clint Eastwood severo e nodoso che accoglie non senza resistenza nella sua modesta palestra nei sobborghi di Los Angeles una ragazza, Maggie Fitzgerald, ostinata e determinata a diventare pugile. Tra i due germoglia un rapporto particolare, il ruvido allenatore dal carattere chiuso modulato dalla durezza dell’esistenza nel tempo si affeziona alla baldanzosa campionessa in divenire, a cui non fanno difetto coraggio e sfrontatezza. Il sodalizio tra i due, sotto l’attenta supervisione di Eddie Scrap (Morgan Freeman) che dietro le quinte osserva, consiglia, incita, nonché voce narrante della pellicola, è vincente e Maggie giunge, dopo una folgorante sequenza di successi, al combattimento per il titolo mondiale contro Billie “orso blu“, l’imbattuta campionessa che ha nel proprio bagaglio tecnico un campionario illimitato di violenze e scorrettezze. La sfida pare volgere a favore di Maggie, ma alla chiusura del terzo round, dimenticando il consiglio di Eddie di guardarsi sempre alle spalle, viene colpita a combattimento fermo. La caduta è rovinosa, Maggie picchia la testa contro uno sgabello e le conseguenze sono fatali.
Qui si chiude la fase senza troppa eccitazione e sussulti del film lasciando spazio al dramma della sofferenza. Maggie è condannata alla paralisi totale, tenuta in vita da un respiratore. Le piaghe da decubito costringono i medici ad amputargli una gamba e nel disperato tentativo di togliersi la vita, Maggie si taglia la lingua a morsi rischiando la morte per dissanguamento. Frankie sostituisce la famiglia che la ragazza non ha mai avuta vicina; la cura, la sostiene, cerca di tenerla aggrappata alla vita ma non riuscirà a sottrarsi al definitivo e più difficile atto di amore: praticarle l’eutanasia. “Mo Cuishle“, ovvero “o mio tesoro” in lingua gaelica, idioma che curiosamente Frankie coltiva, sono le ultime, struggenti parole che Maggie sente prima di addormentarsi per sempre.
Come è inevitabile che sia, il finale del film è destinato a dividere la critica tra detrattori e sostenitori dell’eutanasia. Ma il travaglio interiore dell’uomo scolpito nella roccia, dell’uomo la cui corazza pare impenetrabile, è il messaggio più significativo di una storia che arriva al cuore dello spettatore senza trovare opposizione, con il corollario dell’ultima gemma di saggezza di un Morgan Freeman ruvido certo, ma armato di una dolcezza che non si può tacere: “Ogni giorno c’è gente che vive e muore senza aver mai avuto un’opportunità dalla vita. Maggie l’ha avuta, un’opportunità, e non può aver rimpianti“. Già, un’occasione è quanto possiamo pretendere dalla vita: comunque vada, nel bene o nel male, non è proprio un fatto acquisito.


