di Francesco Gori
Con Miracolo a Le Havre torna Aki Kaurismäki, regista finlandese poco conosciuto al grande pubblico ma capace di girare pellicole di ottima fattura.
Tempo fa mi capitò per caso di vedere il suo primo film in francese Vita da bohème, storia di tre artisti squattrinati – uno scrittore, un pittore e un musicista – che cercano di affermarsi e sopravvivere nella Parigi degli anni Novanta, e ne rimasi colpito in positivo. Un mondo di emarginati e di povertà, dove regnano però umiltà, semplicità e purezza d’animo. Vent’anni dopo sono concetti che ritrovo nel lungometraggio del 2011, che tra l’altro ripropone due attori, André Wilms ed Evelyne Didi, già protagonisti nel precedente. Cambiano invece il luogo e il fatto.
Stavolta siamo nei sobborghi – le famose banlieues – di Le Havre, in Normandia, città nota per la presenza del secondo porto di Francia, primo per il traffico dei container. È in uno di questi che vengono ritrovati dei clandestini, in viaggio verso il sogno Londra, al di là dell’oceano. Nel ritrovamento degli uomini stipati da parte di un investigatore smaliziato e delle forze dell’ordine, uno di loro – un ragazzino di colore di nome Idrissa – riesce a fuggire e fare in seguito la conoscenza casuale con il protagonista principale del racconto: Marcel Marx, umile lustrascarpe che si barcamena ogni giorno per portare a casa quei pochi euro alla moglie Arletty. In un’atmosfera di miseria e di arroganza dei ricchi verso i poveri, Marcel mostra una tempra capace di resistere alla società e alle intemperie, con l’ausilio materiale di alcool e sigarette, senza perdere un briciolo di umanità. Anzi. La magrissima moglie scopre presto un male incurabile che sembra segnarne la vita e viene portata in ospedale per le cure necessarie; nel frattempo, ecco che Marcel incontra Idrissa e ne diventa prima amico e poi protettore. La sua vita da difendere e portare verso l’obiettivo-mamma che vive al di là della Manica diventa per il povero Marcel una missione da compiere: nutre il ragazzo, lo accoglie, infine cerca i soldi necessari (3000 euro) per il passaggio via mare attraverso un peschereccio. Per procurarseli riunisce una coppia in crisi e porta alla ribalta un vecchio cantante, quel Little Bob capace col suo concerto di fargli guadagnare l’ammontare per il viaggio dell’immigrato.
Il cinema di Kaurismäki è semplice, gli attori scelti sono perfetti dal punto di vista fisico, un po’ meno nella capacità recitativa, più teatrale che cinematografica. I dialoghi stessi sono al confine dell’assurdo. Eppure piace. Piace in quanto racconta la lotta per il mondo che vorremmo, per usare parole di Chaplin nel discorso finale del capolavoro Il grande dittatore, “senza l’avidità del cuore… dove regnino umanità, bontà e gentilezza, fratellanza universale…”
Sono questi i temi presenti e sui quali ruota la pellicola: l’umanità, condizione primaria per esistere veramente, e la solidarietà che dimostrano Marcel, la moglie, l’amico Chang, i vicini di casa (la panettiera, il fruttivendolo, la barista) e persino la cagna Laika. Ognuno dà il proprio contributo a modo suo, tende la mano, gesti frutto della consapevolezza dei protagonisti della tragicità e della sofferenza della vita, compreso il commissario Monet che deve espiare vecchi sensi di colpa.
L’argomento immigrazione non è certo dei più facili, ma il regista finlandese lo tratta nel miglior modo possibile, cioè con la magia e la fiaba, come dimostra il finale, nel quale il ciliegio in fiore arricchisce di poesia un film che ne racchiude già tanta.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


credo proprio che non mi perderò questo film;
di Kaurismaki andai a vedere “L’uomo senza passato” (2002), ambientato nell’insolita location di una Helsinki degradata, e devo cire che mi piacque molto.
Condivido l’analisi del film. Finalmente mi è capitato di vedere una pellicola in cui il regista dimostra una grande umanità, il che non guasta in questi tempi pervasi da un turpe razzismo.
Adoro il cinema nordico, anche se finora non ho visto film di Kaurismäki. Apprezzo in particolare la capacità – che hanno registi come, per esempio, Lasse Hallström – di cogliere le piccole sfumature della vita, i “minimalismi” capaci di stroncare qualunque massimo sistema di pensiero, con la loro potenza di gesti e la loro intensità di significato. Un altro film che ho amato moltissimo è l’islandese “Noi Albinoi”, di Dagur Kàri.
Non stento a credere, dunque, alla fondatezza dei giudizi espressi in questa recensione, che trovo molto bella perché s’intona perfettamente con le dinamiche della mente e dello spirito fotografate dal cinema dei paesi nordeuropei.
Noi albinoi…me lo ricordo, la storia del ragazzino che era un drago col cubo di rubik e che non gli fregava niente di niente e di nessuno…si ambientava in Islanda, se non ricordo male…
Me lo ricordo “Noi Albinoi”, piacque molto anche a me, nonostante i toni di cupa desolazione del film. Ripensando ad altri contributi nordici mi torna in mente il norvegese “Elling” di Petter Næss, di genere completamente diverso, una vera chicca, lo raccomando a tutti!
Dovresti vedere “nuvole in viaggio”, triste e spassoso insieme, ottimista e nero. Bellissimo. Ah, e le nuvole non si vedono mai.
“Elling” è favoloso, concordo in pieno!
Sì, Noi Albinoi è ambientato in un fiordo islandese, non so bene dove. Atmosfere straordinarie. Sempre in Islanda si svolge il grottesco e irriverente (ma fa schiantare) “101 Reykjavík”, davvero notevole.