MISS ISRAELE: YITYISH AYNAW, UNA RAGAZZA DI COLORE

di Claudia Boddi

Yityish Aynaw, o più semplicemente “Titi”, 21 anni lo scorso 27 febbraio, è stata eletta reginetta di bellezza al concorso di Miss Israele. Fin qui niente di strano, non foss’altro che la vincitrice dell’ambito scettro è una ragazza di origini etiopi, immigrata giovanissima nel paese con capitale Tel Aviv. La biografia della donna racconta una storia dolorosa, che vede la perdita prematura di entrambi i genitori, ma anche del coraggio e della determinazione della rinascita. Titi, infatti, prima di questo successo pubblico, si arruola nell’esercito e raggiunge il grado di ufficiale. Ma per quanto possa essere foriera di speranza e portatrice di un bel messaggio per tutti, questa elezione non ci interessa solo per questo.

Yityish Aynaw, Miss-Israele - chatychaty.com

Yityish Aynaw, Miss-Israele – chatychaty.com

Nonostante lo stato di Israele, si presenti come una delle società più multietniche del mondo, in realtà rispetto al tema dell’immigrazione di persone africane, propone ancora la sua faccia più rigida e discriminante. Ecco perché, la notizia dell’incoronazione di Titi Aynaw ha fatto così tanto scalpore, fungendo a vario titolo da spunto per numerose riflessioni.

Molti ricorderanno come negli anni ’90, lo stato ebraico abbia accolto un milione di migranti russi, di cui più della metà seguaci di fedi religiose diverse da quella imperante nel paese, creando le strutture e i servizi adeguati per inserirli in maniera funzionale nel tessuto sociale fatto di comunità ed etnie dai retroterra più diversi. Qualcuno ha insinuato il dubbio (a mio avviso legittimo) che l’avanzata russa sia stata ben supportata perché chi arrivava aveva la pelle bianca. Viene purtroppo da essere sospettosi, guardando a una nazione, dove gli immigrati dalla pelle nera vengono ancora definiti “un cancro” da un parlamentare del partito del governo che, dopo esternazioni di questo tipo, resta saldamente al suo posto, tronfio e consapevole, anzi, di aver aumentato i suoi consensi nell’opinione pubblica. Posizione difficile da credere e da accettare in assoluto ma, in special modo, quando proviene da un popolo che ha visto migliaia di suoi abitanti distribuirsi in ogni dove con un flusso ininterrotto.

È chiaro che spalancare le porte di entrata senza criterio sarebbe un errore. Ed è altrettanto chiaro che regolamentare gli ingressi sia quello a cui sarebbe auspicabile tendere, approntando lucide politiche per l’immigrazione. Ma definire gli immigrati africani “una massa di untori” o “un pericolo pubblico” significa aizzare la folla all’odio e alla violenza. La gente, dei quartieri più poveri, in Israele ha paura ma ormai rimediare è complicato. Dopo aver seminato il germe del disprezzo, per spostare l’attenzione della cittadinanza dai fallimenti della politica, ora riparare ai disordini che spaccano la società ebraica al suo interno, con mezzi che sembrano più specchietti per le allodole che piani esecutivi progettati ad hoc da una classe dirigente che ha a cuore il benessere del proprio paese, non è più possibile.

Sembra di parlare di temi che risalgono a un lontano passato, a nomi che fanno eco a quello di Martin Luther King o di Malcom X, agli Stati dell’America del Sud e a storie che in fondo sembrano non appartenerci poi più di tanto. Invece, essi rappresentano ancora il nostro presente. Non dimentichiamo che la prima storica elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti risale a soli cinque anni fa che, nel computo degli anni che fa la storia, vuol dire ieri. Per questo, anche la frivolezza di un concorso di bellezza può colpire, soprattutto per il suo valore simbolico.

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