Mon roi – Il mio re: un film sull’amore tossico

Mi è capitato di vedere Mon roi – Il mio re, un film francese del 2015. I temi centrali della storia non sono certo nuovi: relazione di coppia, amore, conflitti, conseguenze psichiche devastanti. Ma c’è tanto su cui riflettere comunque.

Il titolo del film è già un’indicazione sintetica della trama: Georgio (Vincent Cassel) incontra Tony (Emmanuelle Bercot) e ne diviene il re, il centro della sua vita. L’affascinante e carismatico uomo di mezza età avviluppa l’esistenza della bisognosa avvocatessa, ne rapisce l’anima con i suoi sorrisoni e battute istrioniche, con un love bombing esasperato fin da subito. Da un “Ti amo” così in anticipo coi tempi di una normale conoscenza, si passa a bruciare le tappe di un rapporto che porta in breve matrimonio e figlio.

Nel corso dei mesi e degli anni, il palcoscenico inevitabilmente cambia, e la vera natura del soggetto viene fuori: una personalità completamente focalizzata su se stessa, che in nome del suo egoismo dai tratti sadici, usa la sensibilità della partner per soddisfare i propri bisogni. Gli addetti ai lavori psichici userebbero in questo caso il termine “narcisismo”, decisamente del tipo più evidente, dove la caratteristica principale è infatti la grandiosità. Georgio è un viveur, un tombeur de femmes dal festino facile anche a 50 anni, incurante di moglie e figlio, curante invece della propria ex e della propria immagine sociale. Tony “ci rimane sotto”, perché tale è il rapporto dominanza/sottomissione con chi ha un’organizzazione narcisistica di personalità, ma non riesce a staccarsi da quell’amore tossico, esattamente come i tossicodipendenti dell’omonimo film del 1983 non riescono a staccarsi dalla sostanza (l’eroina in quel caso). Una relazione tossica crea infatti dipendenza, vuoi la tua dose, stai bene-stai male, poi la rivuoi, poi tutto ricomincia in un ciclo infinito dove la razionalità lascia il campo alla chimica.

Eppure ad un occhio attento i segnali di pericolo c’erano fin dall’inizio, quando il Cassel-Georgio si definisce “Il Re degli stronzi”, o quando in un contesto sociale all’apparenza scherzoso dà all’amata della “meretrice”. Il fratello Solal (Louis Garrel) capta subito indizi inequivocabili, e nel film rappresenta fisicamente la consapevolezza che tenta di mettere la sorella in contatto con la realtà. Una figura apparentemente secondaria nelle scene, ma importante, simbolo dello sguardo esterno che, fuori dal circolo vizioso, può osservare la potenza distruttiva della relazione.

Al termine delle circa due ore di visione, mi è subito venuto in mente un altro film sull’amore, del quale scrissi anni fa: Amour di Michael Haneke del 2012, palma d’oro a Cannes.

Amour di Michael Haneke (2012)

Non per somiglianza, ma per la totale difformità della concezione e della messa in pratica di un sentimento di tale importanza nella vita degli esseri umani. Da una parte un’amore che non si può definire tale, perché tossico e malato di protagonismo egoico, dall’altra una dimostrazione di purezza assoluta, dove non c’è un rapporto sbilanciato di potere, ma un’assistenza reciproca senza richieste, ancor più forte nel momento della grave malattia e della morte. Da una parte un rapporto di ego e violenza psicologica, dall’altra un incastro perfetto che resiste agli anni, condito da una quotidianità fatta di gentilezza, di gesti e parole con i quali i due coniugi si rivolgono amorevolmente l’uno all’altra.

L’opera di Maïwenn mi ha generato anche un doveroso pensiero al mio maestro di vita, Andrea Pieri (qui il suo ricordo), che non diceva mai banalità, e sui rapporti interpersonali era un oracolo:

Per conoscere una persona ci vogliono minimo due anni“- “Il territorio di base nelle relazioni è l’affettività, ma accanto ci vuole la riflessione razionale, non esiste amore senza riflessione“, altro che love bombing e “ti amo” come se piovesse da subito, ma affetto con saggio raziocinio prima di farsi male, prima di volare davvero;

Con la vera comunicazione senza fuggire si arriva ad un rapporto solido“; “L’amore comincia quando lei/lui ti delude e tu accetti i suoi limiti, e riparti. Comincia quando c’è un conflitto e si affronta, rispettando le fragilità altrui. Argomentando senza offendere.”, così come facevano i teneri vecchietti Georges ed Anne di Amour.

Perché non c’è amore senza rispetto e, di fronte ad una persona tossica come Georgio, vanno stabiliti confini personali invalicabili e, se tollerato il superamento come per Tony, si diventa co-responsabili, fino a far diventare tossica l’intera relazione.

Doverosa anche una citazione estrapolata da un pezzo scritto dall’amico e terapeuta Simone Provenzano su questo sito, qua:

“La nostra relazione sentimentale può diventare strumento di individuazione, mezzo attraverso il quale scoprire chi siamo e cosa vogliamo, esserlo e farlo. Una coppia può scoppiare per un milione di motivi. Tra quelli più frequenti c’è la distanza tra ciò che diventa uno e ciò che resta l’altro. L’amore finisce semplicemente perché viene a mancare ciò che si amava e chi lo amava.” L’amore non è certo cuoricini ed il giorno dopo d’improvviso messa in discussione o “ciaone”, ma meraviglioso strumento individuale di lavoro e scoperta reale di se stessi, di evoluzione alla miglior versione possibile. Non è questo il caso perché Tony idealizza Georgio, quando la realtà è ben diversa. E Georgio non vuole scoprire chi è veramente nel nucleo, per non prendere contatto con la sua ferita e il suo vero ego fragile – tipico soggetto che invece di andare in terapia ci manda la controparte -, ma solo usare l’altro per non soffrire, coperto dalla patina di dichiarazioni d’amore che cozzano con i fatti. Perché sono sempre quest’ultimi a determinare chi abbiamo di fronte, e se quindi sia vero amore.

Mon roi – Il mio re è un film sull’amore tossico, quello caratterizzato da montagne russe, da un rapporto non paritario, non reciproco, dove c’è una parte che domina e prevarica, ed una sottomessa eppure incapace di allontanarsi, che torna sempre, e quindi complice del carnefice. Una dinamica più comune di quanto si pensi nei rapporti di coppia, con sfumature e contesti diversi, ma dove regna sempre la disfunzionalità, dovuta a ferite narcisistiche irrisolte e visioni dell’altro irreali. Il lato dominante-narcisistico può palesarsi non solo con tratti istrionici come in questo caso, ma anche all’opposto con un’immagine di vittima costante del mondo cattivo. Dall’altra parte la reazione sarà sempre la stessa.

Le violenze perpetrate e reiterate – siano di natura fisica, psicologica, verbale – che sfondano i confini di una relazione sana necessitano spesso di un umile e costante lavoro interiore per essere riconosciute tra la nebbia dei bisogni, così da avere una visione nitida della dinamica, impossibile senza l’aiuto di un bravo terapeuta. Un amore vero merita sempre il rispetto e il bene dell’altro, la fiducia, l’accudimento, e una comunicazione che non sia solo difesa-accusa, ma condivisione di temi comuni. Chi ama in modo autentico cura le ferite dell’altro, non ne procura di nuove.

Una volta presa consapevolezza, per Tony come per altri, non c’è più spazio per Georgio e simili, nei confronti dei quali non si può far altro che scegliere l’opzione 5 della scena del caffè pazzo narrata nel libro Se fa male, non è amore: alzarsi e andarsene. Con il pesante carico di dolore, ben rappresentato in questo caso nella scena finale che ha una spiegazione chiara da non spoilerare. Ma difendendo a tutti i costi la propria pace interiore.

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