Nei dintorni di Delfi, tra gatti e silenzio
di Giorgio Galli
È curioso, ma il nome di Delfi non evoca in me l’antica Grecia, bensì una poesia di Lee Masters, l’ultima dell’Antologia di Spoon River:
Tu non ricordi o Delfico Apollo,
l’ora del tramonto sul fiume, quando Mickey M’Grew
disse “È un fantasma”, e io “È il Delfico Apollo”,
e il figlio del banchiere ci beffò dicendo “È il riflesso
dei giaggioli sul ciglio dell’acqua, voi stupidi sciocchi.” (1)
Delfi per me non è Delfi. È un non luogo, o come si direbbe oggi un iperluogo. Forse è per questo che non sono riuscito ad andarci. Il mio senso dell’orientamento è inesistente, senza il navigatore non ricordo nemmeno le strade che faccio ogni giorno. Ma il navigatore ignora diverse strade in Grecia; la più aggiornata mappa satellitare della Grecia è una mappa incompleta. Anche i cartelli stradali sono imprecisi: seguo un’inequivocabile indicazione per Epidauro e dopo pochi secondi freno sulla riva di uno specchio d’acqua, dove danzano starnazzando le paperelle. Forse perché Delfi non è Delfi credo di potere in un giorno partire da Nauplia (vicino Atene), visitare Olimpia e poi dirigermi verso la stanza che ho prenotato ad Arachova, una frazione appunto di Delfi. Finisce che arrivo nel pomeriggio a Olimpia, vedo sul navigatore quanto ci vuole per Arachova e riparto da Olimpia senza averla visitata.
Le autostrade greche non sono come quelle italiane, che col buio diventano vene dove il sangue delle macchine scorre verso il cuore delle città. Le autostrade greche sono quasi vuote, si possono fare chilometri e rimanerne i padroni incontrastati. Ci si addentra da soli in un paesaggio che non cessa mai di cambiare, che in pochi chilometri varia dalla macchia mediterranea a delle strane cave violacee, dalla montagna nietzscheana a corsi d’acqua così inabissati nelle valli che sembrano davvero l’Acheronte. Quasi nulla, della Grecia, suggerisce l’antica Grecia, tranne il paesaggio.
Le autostrade greche, d’estate, sono anche piene di cani. Non cani randagi. Cani abbandonati. Inseguono le macchine sperando che passi quella del padrone. Forse un giorno, da quelle macchine, qualcuno li prenderà per portarli a casa. Più facilmente, un giorno, qualcuna di quelle macchine li prenderà sotto, o getterà un altro cane sull’asfalto. L’abbandono degli animali in Grecia è altissimo. Il rispetto delle regole, in Grecia, è bassissimo. Non si incontra quasi nessuno in autostrada, ma quando lo si incontra bisogna stare attenti perché corre come un pazzo. C’è il limite di velocità, ci sono i rilevatori, ma è come se non ci fossero. Il limite di velocità per i greci è un concetto astratto come per me Delfi. Se qualcuno vuole andare piano, te lo comunica mettendosi in corsia d’emergenza. Se tu vuoi guidare piano, ti conviene metterti in corsia d’emergenza.
A Nauplia c’era una cagnetta simpaticissima, che veniva sempre sotto la mia finestra a chieder da mangiare per i cuccioli. La sera, io e mia moglie mangiavamo sul balcone, e la cagnetta arrivava, tutta in festa, tutta speranzosa. Ci ricordava la nostra insaziabile gatta. La notte, stavamo per andare a dormire e vedevamo il suo musetto spalmato sul vetro della finestra. Il titolare del Bed & Breakfast ci spiega che non può tenerla lì: malgrado l’ampio giardino i clienti hanno avuto da ridire. Non può portarla a casa perché lui ha lasciato la sua casa, ad Atene, perché Atene è troppo cara. Sta cercando una famiglia che la adotti, ma nessuno vuole i cani se non sono di razza, ci spiega.
E così, perduta Olimpia, arriviamo in piena notte ad Arachova. È quasi mezzanotte, ma l’affittacamere ci accoglie con gentilezza. Il giorno dopo dovremmo andare a Delfi, ma le strade di Arachova sono strette, la macchina rimane incastrata, e la giornata che doveva essere dedicata a Delfi viene destinata al carrozziere. Perché Delfi è un non luogo o, come si direbbe oggi, un iperluogo.
Rimaniamo due giorni ad Arachova. Non male. La stanza è più che confortevole. Sembra una baita di montagna, e in effetti Arachova è in montagna, la montagna greca così vitale da far innamorare perfino mia moglie, che se non vede il mare non è contenta. Delfi è a due passi, ma non ci andiamo. Restiamo ad Arachova ad aspettare di riavere la macchina. L’affittacamere è gentilissimo, mi guida lui personalmente dal carrozziere. Mi dice che andremo piano: andiamo a cento all’ora. Ma il carrozziere mi fa un lavoro egregio per trentacinque euro.
Sotto la stanza, vicino all’immondizia, gironzolano per tutto il giorno i gatti. Sono gatti abbandonati dai turisti. L’affittacamere spiega che un suo cliente ne aveva dimenticato uno in camera. Lui l’ha ritrovato, ha chiamato il cliente. Il cliente non lo rivoleva, gli ha detto di tenerselo, spiega. La gente ricca viene ad Arachova con un gatto e riparte senza. E ora quei gatti sono tutti lì, sotto la mia finestra. La sera scendo a portargli da mangiare. Si lasciano avvicinare. Hanno fame e hanno un po’ di paura. I gatti hanno sempre un po’ paura. Se li guardi negli occhi, li abbassano; o ti attaccano perché si sentono sfidati. I greci amano i gatti, ma i ricchi greci e i turisti li abbandonano. E nella sera greca, una sera di montagna fra montagne che sembrano voler scarcerare voci eschilee, scendo a sfamare i gatti. Il giorno dopo riprendo la macchina e faccio vela per le Meteore. Delfi per me è rimasta un non luogo. Ma ho visto Arachova, Arachova coi suoi gatti.
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Note:
(1) Edgar Lee Masters, Webster Ford, dall’Antologia di Spoon River, trad. Fernanda Pivano.
La foto dei resti del Tempio di Apollo, opera di Runner1928, è stata dalla nostra Redazione autonomamente tratta da Wikipedia. Anche quella con la veduta di Arachova, opera di Costa78, è stata da noi autonomamente tratta da Wikipedia.



