di Marco Grassano
Anche in questi giorni, la gran parte degli organi di informazione (sintonizzata ormai da tempo sul tono sguaiato dei rotocalchi scandalistici) ha gridato alla “morsa del gelo” e altre allarmistiche banalità (e ancor di grazia che non abbiano tirato fuori il vecchio “Generale Inverno”). Ora, non è che disagi non ce ne siano stati (e lo so ben io che, nel mio piccolo, ho dovuto portare mia figlia a scuola in macchina, pulendo la vettura dalla spessa coltre che la ricopriva e aprendo un varco nel cumulo compatto – ghiacciatosi al gelo notturno – creato, a lato via, dallo spartineve ).
Eppure, per usare un’altra frase fatta, “nulla di nuovo sotto il sole”. Gli inverni sono sempre stati, storicamente, freddi e nevosi, almeno nella nostra fascia climatica padana e appenninica. Solo che lo stile di vita di un tempo si adattava maggiormente ai ritmi delle stagioni e dell’inverno: con la neve per terra, i nostri contadini se ne stavano in casa a fare qualche lavoretto o, se c’era appena un barlume di sole, uscivano con le “ciaspole” o la slitta per raccogliere un po’ di legna (dalle mie parti c’è un’espressione per rendere l’idea di un freddo molto intenso: “U fa ‘na frëgg da lignamè”, ossia “Fa un freddo da falegname”, perché evidentemente con certe temperature si andava in giro solo a far legname). Basta peraltro vedere quel che scrivevano, in proposito, Virgilio e Orazio:
“Veglia taluno al tardo fuoco d’invernale lucerna,
e con ferro aguzzo foggia a spiga le fiaccole;
frattanto, consolando con il canto la lunga fatica,
la sposa percorre con sonante pettine le tele,
oppure con Vulcano addensa il succo del dolce mosto
e con foglie dischiuma il bollore del vibrante paiolo.
(…) Coi freddi, i contadini per lo più godono del raccolto
e tra loro preparano lieti scambievoli conviti;
li raduna il festoso inverno che dissolve gli affanni…”
(Georgiche, libro I)
“Si scioglie l’aspro inverno alla grata vicenda della primavera
e del Favonio; argani traggono asciutte chiglie,
non più gode il bestiame delle stalle, o l’aratore del fuoco,
né i prati ormai biancheggiano di candide brine.
(…)
Vedi come si erge candido
d’alta neve il Soratte! I boschi al peso
non reggono, fiaccati, e per l’acuto
gelo si sono rappresi i fiumi.
Dissipa il freddo deponendo legna
sul focolare, in abbondanza, e mesci
da un’anfora sabina a doppia ansa,
o Taliarco, vino di quattr’anni!”
(Odi, IV e IX)
Ma anche Alceo, nell’assai più meridionale e mediterranea isola di Lesbo, aveva detto qualcosa di simile:
“… Dal cielo,
una grande tempesta,
le correnti dei fiumi
sono diventate di ghiaccio.
Scaccia l’inverno, alimenta
il fuoco, nelle coppe
senza risparmio versa
il vino di miele,
attorno alla testa
avvolgi una sciarpa morbida”.
Paolo Rumiz ci ha magistralmente raccontato, in alcuni articoli usciti su “La Repubblica”, l’epopea di chi, nei giorni scorsi, si è trovato imprigionato dalla neve sulle strade – anche le vie di comunicazione più importanti – che attraversano il nostro Appennino. Bloccato in un albergo, ha poi annotato: “Per me quella sosta nell’inverno è stata una festa. Ah, staccare! L’inverno è un tempo sabbatico che Dio ci offre. Cogliamolo.” – insomma, la stessa antica e saggia esortazione rivoltaci da Alceo, Virgilio, Orazio.
Noi, invece, continuiamo a correre nella nostra vita senza senso, anche quando le condizioni meteorologiche lo sconsiglierebbero. Le immagini dell’alluvione di Genova, in cui si vedevano automobili, autobus e persone con le borse della spesa vagare nell’acqua come se si trattasse di una qualsiasi altra giornata, non sono “filosoficamente” diverse dalle riprese e dai racconti di macchine ferme nella tormenta. In entrambi i casi: era proprio necessario andare in giro lo stesso? Erano proprio così importanti le riunioni o gli appuntamenti cui si andava, o la semplice spesa? Non potevano essere rinviati? Non si poteva decidere di tenere chiuse le scuole, evitando il rischio dell’andata e del ritorno? Leggerezza dei singoli, certo, ma soprattutto di chi sta più in alto e ha il potere di organizzare e di decidere.
A prescindere da queste riflessioni, va detto che abbiamo mostrato, ancora una volta, tutte le pecche del nostro “sistema Italia”. Anche nel rigidissimo inverno della Russia ottocentesca, con le temperature del caso, i treni viaggiavano regolarmente (si legga, per esempio, Anna Karenina, di Tolstoj). Come è possibile che superconvogli di nuovissima generazione, come i “favolosi” (e cari) Freccia Rossa, si blocchino a cinque o sei gradi sotto zero, o con la neve sui binari, lasciando i passeggeri per lunghe ore al freddo e senza cibo? Come è possibile che l’organizzazione degli spartineve funzioni (si fa per dire) a frontiere invalicabili (si arriva al confine di comune, di provincia o di regione, e ci si ferma: quel che succede dopo non è più affar nostro, guai ad andare oltre, “Hic sunt leones”)?
Anche nelle città, i problemi non sono stati pochi, e tante vie di quartiere sono rimaste difficilmente praticabili, per non parlare dei marciapiedi. A Milano esistono ancora, nonostante le difficoltà finanziarie degli Enti pubblici, le liste degli spalatori. Ci si iscrive e se cade la neve si viene chiamati, secondo le esigenze. Si guadagnano settantacinque euro al giorno, o novanta, in caso di lavoro notturno. Certo, se in ogni città ognuno (ogni condominio, diciamo, oppure ogni negozio, ogni banca, ogni Ente…) si pulisse il proprio pezzetto, le persone non sarebbero costrette a camminare in strada perché i marciapiedi evocano più la ritirata di Russia che uno spazio percorribile. E che dire, poi, delle piste ciclabili?
La mia sensazione sempre più forte è che siamo, ormai da tempo, in preda alla sindrome della Corrida, ossia dei “dilettanti allo sbaraglio”, e purtroppo non solo nella pubblica amministrazione. In un sistema in cui le scelte (di persone, di servizi, di prodotti…) si fanno non sulla base delle capacità, dei meriti o della qualità, ma valutando parametri ben diversi, non ci si deve meravigliare se un sindaco, o un direttore, o un responsabile di servizio, o anche un treno o un’apparecchiatura, “non funzionano”. Ci si dovrebbe semmai meravigliare quando, nonostante i criteri discutibili di scelta, le cose vanno bene lo stesso. Una volta si diceva: “si vede che c’è il Signore degli ubriachi”.
Cosa dobbiamo dire? La scorsa domenica, alla trasmissione Che tempo che fa, l’ex magistrato Gherardo Colombo, ora Presidente della Garzanti, ha commentato un po’ amaramente che si può fare tutto quel che si vuole, ma se non cambia la coscienza – la forma mentale, insomma – delle persone, non si ottiene nessun risultato positivo.
Ecco, questo è quanto dovrebbe succedere, ma è anche la cosa più difficile da attuarsi. La rivoluzione francese è in qualche modo “riuscita” perché l’Illuminismo ha parallelamente cambiato il modo di pensare; quella russa no, perché ha cambiato le persone ai posti di comando ma non la mentalità generale.
Speriamo in bene: “forza e coraggio che la vita è un passaggio”, si dice dalle mie parti…
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Le foto sono di Marco Grassano, tutte scattate nella provincia di Alessandria, a cui le considerazioni di questo articolo di riferiscono.




Splendido articolo. Concordo su tutto, intanto sulla grottesca distorsione operata a livello mediatico di una situazione meteorologica sì abbondante ma tutto sommato normale. In secondo luogo sulla sempre ridicola dimostrazione di inefficienza delle istituzioni nell’affrontare il problema (a Roma per qualche centimetro sembrava dovessero affrontare un’invasione aliena). Infine, è purtroppo verissimo quello che l’autore dice alla fine, ovvero che il problema è a monte, di mentalità. Una questione che gli italiani dovrebbero tenere bene a mente, invece di lamentarsi o trovare capri espiatori di turno.
Questo nostro mondo si fa sempre più complicato, con aumento esponenziale degli ingranaggi che servono a farlo girare. E quindi basta un piccolo granello che si insinua in un dente, pur minuscolo, di una ruota, che si ha l’effetto domino imprevisto e imprevedibile. Poi ci aggiungiamo anche certi azzardi tecnologici.
In effetti basta veramente poco per creare disagi. In un’epoca dove lo spostamento è diventato dominante, la neve può creare problemi che un tempo erano vissuti come “normali”. Mi piace la frase dell’articolo “L’inverno è un tempo sabbatico che Dio ci offre” perché, se fosse possibile non spostarci per lavoro o altro, questa stagione – che io non sopporto – potrebbe essere davvero intesa come “letargo”, raccoglimento, tempo per ritrovare noi stessi, in attesa dei fasti della primavera